Chi pagherà il massacro dei deboli?

“Uccidervi è per noi una cosa estremamente semplice” è il titolo di un rapporto pubblicato dall’Osservatorio per i Diritti Umani (HRW). Un documento di 101 pagine sulle principali forme di abuso prevalenti a Kabul e nelle province densamente popolate nel Sud-Est dell’Afghanistan.

Ma la discriminazione nei confronti delle donne e dell’infanzia si traduce nella migliore delle ipotesi nell’ eliminazione fisica in molti paesi in via di sviluppo. Una buona parte delle bambine non fa neppure in tempo a nascere, o viene “soppressa” immediatamente al parto.

In Pakistan uno studio rivela che il 71% dei bambini sotto i due anni di età ricoverati in ospedale sono maschi, le femmine se si ammalano non ricevono cure adeguate. Frequentissimi sono i casi di compravendita dell’infanzia femminile. Rose aveva appena undici anni quando un uomo si presentò all’ingresso della capanna nel suo villaggio e la madre le si avvicinò dicendole che un pescatore l’aveva appena comprata. “Lavoravo dodici ore al giorno – raccontò poi Rose – mi picchiava, usava un remo della barca, faceva un male insopportabile”.

“In Perù, a sei anni – racconta Sara – venni violentata per la prima volta dall’uomo che mi rapì. Da quella volta ogni notte si trasformò in un incubo: per cinque anni venni sistematicamente stuprata, usata come genere di conforto da chiunque, all’interno della casa, ne avesse voglia”. Madame Kisisa parla con un filo di voce, fatica a trovare le parole, suo figlio si chiamava Nsumbu. “L’hanno bruciato vivo davanti ai miei occhi: prima lo hanno cosparso di petrolio, poi gli hanno buttato addosso un fiammifero. Mio figlio chiamava la mamma, gridava, chiedeva pietà, ma in un attimo è stato avvolto dalle fiamme”…. aveva 8 anni. Abusi, sequestri e omicidi avvengono nella totale indifferenza delle autorità, assolutamente inadempienti nell’intraprendere le azioni adeguate per prevenire, ma anche per indagare e punire i responsabili delle violenze.

E sono proprio gli Stati o i gruppi armati ad utilizzare la violenza sulle donne come arma bellica. Le adolescenti possono essere il “premio” da riservare ai combattenti o un utile mezzo per estorcere informazioni. Lo stupro diviene strumento di genocidio, un mezzo utilizzato per annientare le comunità.

Durante la guerra di Bosnia sono state violentate 20.000 donne e durante la guerra civile in Sierra Leone quasi tutte le migliaia di donne e bambine sequestrate dalle forze ribelli nel corso di quel conflitto furono stuprate e costrette a prostituirsi.

La tratta a scopo di prostituzione o lavoro forzato è tra le peggiori forme di violazione dei diritti umani delle donne. In Europa sono 500.000 le donne vittime di tratta, mentre negli Stati Uniti ogni anno vengono vendute tra 45.000 e 50.000 donne e bambine. Ma non basta. Il Consiglio d’Europa ha dichiarato che la violenza domestica è la principale causa di morte e invalidità per le donne di età compresa tra 16 e 44 anni, con un’incidenza maggiore di quella provocata dal cancro o dagli incidenti automobilistici. Negli USA ogni 15 minuti una donna è picchiata. In Russia ogni anno 14 mila donne vengono uccise dai loro familiari. In Gran Bretagna i servizi di pronto soccorso ricevono in media una chiamata al minuto per violenze sulle donne in ambito domestico. A Cuzco, città peruviana, Gabriella, come Sara, è stata costantemente stuprata e costretta a dormire fino all’età di 18 anni nella stanza per terra ai piedi del letto matrimoniale dei suoi padroni.

“Le violenze subite non sono nulla rispetto a quell’umiliazione”, racconta Gabriella, “Un uomo e una donna non possono fare l’amore se nella stessa stanza c’è un’altra persona. Ma possono amarsi tranquillamente se ai piedi del loro letto c’è un cane……” Un cane di proprietà dell’ uomo, ma anche di sua moglie.

di Massimiliano Fanni Canelles

Massimiliano Fanni Canelles

Massimiliano Fanni Canelles

Viceprimario al reparto di Accettazione ed Emergenza dell'Ospedale ¨Franz Tappeiner¨di Merano nella Südtiroler Sanitätsbetrieb – Azienda sanitaria dell'Alto Adige – da giugno 2019. Attualmente in prima linea nella gestione clinica e nell'organizzazione per l'emergenza Coronavirus. In particolare responsabile del reparto di infettivi e semi – intensiva del Pronto Soccorso dell'ospedale di Merano. 

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