Tentare di spostare il peso della bilancia non è soluzione al problema

La legge 194 afferma che lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità, tutela la vita umana dal suo inizio, promuove i servizi socio-sanitari per evitare che l’aborto sia usato come controllo delle nascite. Fino ad ora la discussione sulla validità o meno di questa legge è stata incentrata nel confronto fra diritti dell’embrione, simili a quelli di una persona perché già possessore del corredo genetico di un futuro individuo, e della donna, che deve poter proseguire una vita nel rispetto di una giusta tutela psicofisica. La legge attuale in effetti riconoscere all’essere umano la dignità umana fin dal momento della fecondazione e quindi all’embrione, ma è anche vero che questo non è un principio da tutti riconosciuto. Il prodotto del concepimento dal momento della fecondazione fino alla terzo mese di gravidanza viene chiamato embrione ed il primo punto da affrontare è nel definire il “valore” di questo essere vivente e quindi capire la differenza di “valore” etico e morale nell’embrionicidio rispetto al feticidio o all’infanticidio o ancora all’omicidio. Perché ciò avvenga tutti noi dobbiamo necessariamente prendere coscienza sul valore della vita non vissuta rispetto al valore della vita vissuta, non solo riferiti all’embrione ma a tutto il genere umano indipendentemente dall’età, sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, età, condizioni sociali e….. di salute. D’altro canto la gravidanza è un tutto inscindibile utero-placenta-embrione con l’embrione in una situazione di totale dipendendenza dalla donna e quindi oltre ad essere una vita non vissuta è anche una vita parassitaria che avrebbe, secondo alcune teorie, minor valore di una vita autonoma. Proteggere la vita potrebbe significare allora tutelare la salute psicofisica della donna privilegiando le aspirazioni e le prospettive di vita della mamma rispetto a quelle dell’embrione……Ma sperare di risolvere il problema spingendo la “giustizia” a favore della madre portatrice di una vita vissuta o dell’embrione portatore di una vita meno difesa è solo una utopia. Periodicamente si tenta di spostare la bilancia utilizzando strumentazioni ideologiche ed elettorali che non ci consentono di guardare con la necessaria attenzione alla drammaticità del problema. Il ricorso all’aborto è sempre una sconfitta perché ci confronta con l’incapacità di controllare il proprio corpo e il proprio futuro. La donna porta il peso per anni di questa dolorosa scelta, con ansia, senso di colpa dopo aver abortito e con disturbi psichici e psicosomatici se costrette a mettere al mondo un bambino contro la propria volontà. Proprio per questo la legge è finalizzata al rispetto della donna e delle sue decisoni e sancisce l’utilizzo dei consultori per informare la madre sui diritti che le spettano e sui servizi sociali, sanitari e assistenziali in modo da risolvere i problemi che indurrebbero la donna ad abortire. Servizi nei qual le Istituzioni non devono essere neutrali rispetto alla tutela della vita, in modo che l’aiuto non sia finalizzato ad interrompere la gravidanza ma a superare i problemi che portano a negare la propria maternità.

di Massimiliano Fanni Canelles

 

L’INTERRUZIONE DI GRAVIDANZA STORIA

L’aborto è una piaga sociale fin dalla notte dei tempi; anche nell’antichità le maternità indesiderate erano spesso oggetto di decisioni “estreme”.

Nel Novecento si è affacciata, e poi diffusa, la tesi che lo Stato debba garantire alla donne che si ritrovano in questa situazione di poter decidere (da sole) se interrompere la propria gravidanza.

Fino al 1975 l’aborto era in Italia ancora una pratica illegale. Spesso le donne italiane, già svantaggiate da una cultura punitiva nei confronti della contraccezione, quando si trovavano nella condizione di gravidanza non voluta, “emigravano” all’estero o si rivolgevano clandestinamente alle famigerate “mammane”, praticone senza scrupoli che, con mezzi assolutamente non idonei e in cambio di un lauto compenso, “eliminavano” il problema talvolta al prezzo della vita della donna stessa.

Nel 1975 una sentenza della Corte Costituzionale stabiliva la «differenza» tra un embrione e un essere umano e sanciva la prevalenza della salute della madre rispetto alla vita del nascituro.

Il 22 maggio 1978 veniva approvata la legge 194, con la quale si riconosceva il diritto della donna ad interrompere, gratuitamente e nelle strutture pubbliche, la gravidanza indesiderata. In essa venivano stabilite politiche di prevenzione da attuarsi presso i consultori familiari e si prevedeva la possibilità per il medico di sollevare obiezione di coscienza e di rifiutarsi nell’intervento abortivo.

Contro questa legge vennero avviate tre raccolte di firme per indire altrettanti referendum: una da parte dei Radicali (che ne chiedevano una modifica in senso ancor più ampio), e due da parte del cattolico Movimento per la Vita (una per un’abrogazione “minimale”, una per l’abrogazione totale). Quest’ultimo verrà poi dichiarato inammissibile dalla Corte Costituzionale.

Il 17/18 maggio 1981 si votò, in un clima reso incandescente dal recente attentato a Giovanni Paolo II: la proposta cattolica venne bocciata a maggioranza (68 per cento), quella radicale anche (88 per cento).

Il 19 febbraio 2004, viene approvata la legge n. 40 “Norme in materia di procreazione medicalmente assistita” in cui nell’articolo 1 si parla espressamente di diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito e si equiparano i diritti dell’embrione a quelli delle persone già nate, in contrasto con la sentenza della corte costituzionale del 1975.

Il 12-13 Giugno 2005 viene indetto il referendum per abrogare (fra altro) integralmente l’articolo 1 della legge 40. Ma si recano al voto solo il il 25,9% degli aventi diritto e non si raggiunge il quorum necessario alla convalida (il 50% più uno).

Negli ultimi 20 anni le interruzioni volontarie di gravidanza sono diminuite di circa del 47%, dato inferiore ad esempio a paesi come il Regno Unito, gli Stati Uniti e l’Australia, ma le finalità sociali e di prevenzione della legge non sono state perseguite come previsto, i consultori gestiscono solo un terzo delle donne che richiedono l’aborto e sono in aumento le interruzioni di gravidanza tra le giovanissime e le donne immigrate.

Oggi l’Istituto Superiore di Sanità riferisce il calo nel numero degli aborti clandestini, ma si parla di 20/25 mila l’anno e limitati, prevalentemente, all’Italia insulare e meridionale (dove maggiore è l’obiezione di coscienza). Quasi 6 ginecologi in servizio nella sanità pubblica su 10 sono obiettori rispetto all’interruzione volontaria di gravidanza e si rifiutano di praticarla impedendo in alcuni casi l’applicazione della legge.

Il 13 dicembre 2005 la Commissione Affari Sociali della Camera da il via libera all’indagine conoscitiva sull’applicazione della legge 194 sull’aborto. Il presidente della Commissione, Giuseppe Palumbo, spiega che le audizioni dovranno terminare al massimo il 15 gennaio, in modo da terminare i lavori entro il 31 gennaio 2006.

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Massimiliano Fanni Canelles
Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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