
Prima puntata dell’inchiesta sul diritto all’abitazione. Il 7 ottobre è morta a Madrid María del Carmen Abascal, 87 anni, sfrattata dalla casa in cui viveva da settantuno. La sua vicenda ha contribuito a portare alle elezioni anticipate un Paese che il diritto alla casa lo ha scritto in Costituzione dal 1978: ed è proprio questo che obbliga l’Italia, dove quel diritto non è scritto, a farsi una domanda scomoda.
di Massimo Napolitano
Un letto d’ospedale, un accordo arrivato tardi. María del Carmen Abascal, che a Madrid tutti chiamavano Maricarmen, è morta mercoledì 7 ottobre all’ospedale Gregorio Marañón, dove era ricoverata dal 23 settembre, il giorno in cui la polizia l’aveva fatta uscire dalla casa del Retiro in cui viveva da settantuno anni. Aveva ottantasette anni, e mentre era in ospedale il Comune aveva mediato un accordo che le avrebbe permesso di rientrare nella propria abitazione con un nuovo contratto di otto anni e un canone commisurato al reddito: una soluzione arrivata, secondo il Sindicato de Inquilinas che l’ha assistita, «troppo tardi». Le fonti non indicano la causa della morte, e sarebbe scorretto attribuirla allo sfratto; resta il fatto, che nessuna cautela può attenuare, che Maricarmen è morta senza tornare a casa, e che la sua vicenda ha contribuito, nell’arco di due settimane, a portare la Spagna alle elezioni anticipate.
Settant’anni di un contratto, due anni di legge. La sua storia comincia il 3 settembre 1956, quando il padre firmò il contratto d’affitto di quell’appartamento, uno di quei contratti di «renta antigua» stipulati prima del 1985, a canone contenuto e prorogati per decenni dalla legge; alla morte del padre il contratto passò alla madre e, nel 2005, a lei. Ma la seconda disposizione transitoria della legge spagnola sugli affitti del 1994 stabilisce che, quando a subentrare è un figlio, il contratto dura soltanto due anni, salvo una disabilità pari almeno al 65 per cento, mentre la deroga prevista per gli ultrasessantacinquenni valeva solo per i subentri avvenuti entro il 2004: la disabilità di Maricarmen, secondo la stampa spagnola, era riconosciuta al 50 per cento, e il suo subentro era arrivato con un anno di ritardo. Per la legge, dunque, il suo contratto si era estinto nel 2007, e quando la nuova proprietà dell’edificio, una società immobiliare che chiedeva un canone più che triplicato, ha agito in giudizio, i tribunali, dopo una prima sentenza a lei favorevole, le hanno dato torto fino al Tribunal Supremo. Il lettore italiano noterà, e su questo torneremo nella prossima puntata, che tutto ruota attorno alla successione nel contratto di locazione, lo stesso istituto sul quale, nel 1988, la nostra Corte costituzionale costruì il riconoscimento del diritto all’abitazione.
Due letture dello stesso sfratto. Per il Sindicato de Inquilinas, che ora chiede una modifica della legge già ribattezzata «enmienda Maricarmen», la sua è la storia di un meccanismo preciso, quello per cui società immobiliari acquistano edifici abitati da inquilini anziani con contratti antichi per liberarli e rimetterli sul mercato a canoni moltiplicati. Per una parte dei giuristi, come la civilista Cristina Argelich Comelles, la renta antigua ha invece scaricato per decenni sui proprietari privati il costo di una protezione sociale che spettava allo Stato, perché «le politiche pubbliche hanno un costo che deve assumersi l’amministrazione, sempre». Le due letture sembrano inconciliabili, eppure convergono su un punto che interessa questa inchiesta più di ogni altro: in entrambe manca lo Stato, perché se la tutela di un’anziana dipende da un contratto privato firmato settant’anni fa, e non da un sistema pubblico di alloggi capace di accoglierla quando quel contratto si estingue, il diritto alla casa è affidato al caso, alla benevolenza di un proprietario o alla forza di una piazza.
Dalla piazza alle urne. La sera dello sfratto circa diecimila persone sono scese in piazza a Madrid, e le proteste si sono estese ad altre città. Il 29 settembre il governo di Pedro Sánchez ha approvato due decreti-legge che sospendevano gli sfratti delle persone vulnerabili prive di un’alternativa abitativa e rafforzavano la stabilità degli affitti; il 2 ottobre il Congresso li ha respinti con i voti di Partido Popular, Vox e Junts, e il 5 ottobre Sánchez, ammettendo errori e promesse non mantenute, ha annunciato lo scioglimento delle Cortes e le elezioni per il 29 novembre. Il governo, per esattezza, non si è dimesso: resterà in carica fino al voto e ha riapprovato i decreti per sottoporli alla Diputación Permanente, l’organo che opera a Camere sciolte, che dovrebbe pronunciarsi il 12 novembre e dove il sostegno dei nazionalisti baschi del PNV dovrebbe salvare almeno il primo. Il giorno prima, l’11 novembre, la Spagna vivrà il primo sciopero generale dal 2012, e questa volta non nasce dai sindacati ma da un movimento per la casa: lo ha convocato il Sindicato de Inquilinas, e lo sostengono le due grandi confederazioni, Comisiones Obreras e UGT. Di rado, in un grande Paese europeo, la casa ha deciso la fine anticipata di una legislatura; in Spagna è accaduto, ed è accaduto in un Paese che quel diritto lo ha scritto nella propria Costituzione.
Parigi, l’inverno delle tende. Non sarebbe la prima volta che una mobilitazione per la casa cambia le leggi di un grande Paese europeo. A metà dicembre 2006 l’associazione Les Enfants de Don Quichotte piantò circa duecento tende lungo il canal Saint-Martin, a Parigi, per rendere visibili i senza dimora, e l’accampamento si estese in poche settimane a una decina di altre città; all’inizio di gennaio il governo annunciò un progetto di legge, e il 5 marzo 2007, meno di tre mesi dopo la notte delle tende, la Francia approvò la legge sul «droit au logement opposable», che consente a chi è riconosciuto in condizione prioritaria di rivolgersi a un giudice se lo Stato non gli offre un alloggio. È un diritto che la Costituzione francese, come la nostra, non nomina, e che il Conseil constitutionnel aveva ricavato nel 1995 dal principio di dignità della persona; un diritto che, come vedremo, non è bastato a dare una casa a tutti, ma che ha trasformato una protesta in un obbligo dello Stato. E la Francia è tornata in piazza anche in queste settimane, non per la casa ma contro l’austerità e il carovita: lo sciopero generale del 29 settembre contro la manovra di bilancio, promosso dai sindacati, si è saldato con la protesta degli studenti, che chiedono più risorse per la scuola pubblica, sfociando in scontri in diverse città e in migliaia di fermi.
Un diritto scritto, ma non esigibile. Ciò che rende il caso spagnolo così istruttivo per l’Italia è che la Spagna il diritto alla casa lo ha scritto nella propria Costituzione fin dal 1978. L’articolo 47 stabilisce che tutti gli spagnoli hanno diritto a godere di un’abitazione degna e adeguata, che i poteri pubblici promuovono le condizioni necessarie e stabiliscono le norme per renderlo effettivo, regolando l’uso del suolo secondo l’interesse generale per impedire la speculazione, e che la comunità partecipa alle plusvalenze generate dall’azione urbanistica degli enti pubblici: tre proposizioni nelle quali il diritto all’abitazione e il governo del territorio sono tenuti insieme come due facce di un medesimo dovere pubblico. Ma quell’articolo è collocato nel capitolo dedicato ai «principi direttivi della politica sociale ed economica», che secondo l’articolo 53 della stessa Costituzione orientano la legislazione, la giurisprudenza e l’azione dei poteri pubblici, ma possono essere invocati davanti ai giudici soltanto nei termini stabiliti dalle leggi che li attuano: non è, in altre parole, un diritto fondamentale che il cittadino possa far valere direttamente in tribunale, ma un mandato rivolto al legislatore. E il legislatore statale ha impiegato quarantacinque anni per approvare una legge nazionale sul diritto all’abitazione, la Ley 12/2023, che ha introdotto le «zone di mercato residenziale teso» e limiti agli aumenti dei canoni, mentre soltanto nell’aprile di quest’anno il governo ha varato un Piano statale per la casa 2026-2030 da 7 miliardi di euro, finanziato per il 60 per cento dallo Stato e per il 40 dalle comunità autonome, che destina almeno il 40 per cento delle risorse alla costruzione e all’acquisto di alloggi e rende permanente il vincolo sugli alloggi protetti.
I numeri dell’obiezione. I risultati di quasi mezzo secolo di diritto scritto sono, a dir poco, deludenti. Nel rapporto trasmesso al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, il Defensor del Pueblo ha segnalato che l’edilizia sociale rappresenta appena il 3,3 per cento del patrimonio abitativo spagnolo, che quasi un inquilino su tre, il 30,6 per cento, destina all’affitto oltre il 40 per cento del proprio reddito, e che già nel secondo trimestre del 2024 i prezzi di compravendita avevano superato il massimo raggiunto nel 2007, alla vigilia della crisi dei mutui. A Madrid, secondo le serie storiche di Idealista, il canone medio è passato in dieci anni da 12,8 a 23,3 euro al metro quadrato, e il prezzo di acquisto da 2.839 a 6.471 euro, più che raddoppiando, a fronte di un salario medio che nel 2024, secondo l’Istituto nazionale di statistica, si aggirava sui 29.540 euro lordi annui: chi volesse affittare cinquanta metri quadrati nella capitale spenderebbe quasi la metà di quel salario. È da questi numeri, e dalla morte di Maricarmen, che nasce l’obiezione che accompagnerà tutta questa inchiesta: se un Paese che proclama il diritto all’abitazione dalla propria Costituzione da quarantotto anni si ritrova con un’edilizia sociale residuale, con canoni insostenibili e con un’anziana sfrattata dopo settantuno anni, a che cosa servirebbe scrivere quel diritto nella Costituzione italiana?
Una domanda da prendere sul serio. L’obiezione non può essere liquidata come un argomento di comodo, perché coglie un punto reale: una Costituzione non costruisce case, e un diritto proclamato senza strumenti rischia di trasformarsi in una promessa che alimenta la frustrazione anziché placarla. Chi sostiene che il problema si risolva liberando l’offerta, con leve fiscali, semplificazioni e incentivi alla costruzione, troverà nel caso spagnolo una conferma; chi sostiene che serva più Stato, più edilizia pubblica e più regole contro la speculazione vi troverà la prova che la norma costituzionale, da sola, non basta, ma che senza di essa la casa non sarebbe mai diventata, come è diventata in queste settimane, il terreno su cui un governo si gioca la propria sopravvivenza. Non è un caso che a Madrid si discuta di sfratti, di fondi di investimento e di contratti antichi nel linguaggio dei diritti, e che la questione sia arrivata al Parlamento, alla piazza e infine alle urne: il diritto scritto non ha garantito una casa a Maricarmen, ma ha reso politicamente impossibile ignorare che non l’avesse.
E in Italia? In Italia, dove il diritto alla casa non è scritto in alcun articolo della Costituzione, non si ricorda un governo caduto sulla casa, e mentre a Madrid si manifesta contro gli sfratti e a Parigi contro il carovita, il dibattito politico di queste settimane si è acceso piuttosto sul divieto del velo integrale nelle scuole, previsto dal decreto sulla scuola approvato dal governo insieme a un tetto del 30 per cento di alunni stranieri non italofoni per classe; e non perché il problema della casa sia minore: in Campania, per limitarsi a un dato su cui torneremo, le domande per un alloggio popolare presentate nell’ultimo avviso regionale sono state 45.726, il 44 per cento in più rispetto a quattro anni prima. Eppure anche l’Italia, come vedremo nella prossima puntata, un diritto all’abitazione lo possiede, ricostruito dalla Corte costituzionale a partire dal 1988 combinando altri articoli della Carta, e lo ha sottoscritto in sede europea assai più di quanto la sua stessa Costituzione non dica; il problema è capire perché quel diritto, che esiste nelle sentenze e nei trattati, non abbia mai prodotto né le case né la responsabilità politica che in Spagna, pur tra mille limiti, la norma scritta ha almeno reso possibili.
Le tende, questa volta in Italia. Qualcosa, tuttavia, comincia a muoversi anche da noi, e ha di nuovo la forma di una tenda. Da lunedì 12 ottobre gli studenti della Rete Universitaria-Udu sono accampati in piazza Scaravilli, nel cuore della zona universitaria di Bologna, sotto lo slogan «Studiare è un lusso»: secondo i dati presentati nell’assemblea a cui ha partecipato anche il sindacato inquilini Sunia-Cgil, una stanza singola sul mercato privato costa in media 585 euro al mese, e oltre duemila studenti che avevano chiesto un alloggio a ER.GO, l’azienda regionale per il diritto allo studio, ne sono rimasti esclusi. Lo stesso giorno l’Udu ha montato una decina di tende a Milano, ai piedi del Bosco Verticale, dove una stanza arriva a costare circa ottocento euro al mese e le tre università statali dispongono di 3.913 posti letto pubblici a fronte di oltre 8.730 domande, mentre a Roma le tende sono comparse nel quartiere di piazza Bologna, alla Sapienza, con l’accampamento «Piamo casa», e davanti a Montecitorio, dove l’Udu ha lanciato la campagna «Cara Italia, quanto ci costi?» chiedendo, tra l’altro, un piano pluriennale da 4 miliardi per gli alloggi pubblici e denunciando che dei 60 mila posti letto annunciati con il PNRR ne sono stati realizzati circa 33 mila, appena il 3,8 per cento dei quali pubblici; nella capitale, secondo Immobiliare.it, una singola costa in media 615 euro. Per uno studente fuori sede, quando e se riesce a trovare una stanza, l’affitto è diventato uno degli ostacoli più pesanti al diritto allo studio, e il problema non riguarda soltanto le città universitarie del Centro-Nord: secondo Idealista, a Napoli l’affitto di un trilocale assorbe in media il 42 per cento del reddito netto di una famiglia, contro il 28 della media nazionale.
Sabato 17 ottobre, due piazze. Pochi giorni dopo l’Italia è scesa in piazza, ma in due modi molto diversi. A Roma la Cgil, insieme a oltre cento associazioni, ha portato il suo corteo da piazza della Repubblica a piazza del Popolo chiedendo salari più alti, sanità e scuola pubbliche e, tra le altre cose, l’accesso alla casa; nelle città del Nord, invece, il movimento «Italia in Piazza», nato in rete e dichiaratamente apartitico, ha convocato cortei contro il carovita e i salari bassi che a Milano, con circa cinquemila persone, a Torino e a Bologna sono degenerati in scontri, per un bilancio nazionale, secondo le questure, di 28 arresti, dodici dei quali di minorenni, e 141 agenti feriti. Il giorno dopo il dibattito politico era quasi tutto sulle violenze, condannate dalla presidente del Consiglio e dai sindaci, e sulla proposta della Lega di far pagare agli organizzatori i danni delle manifestazioni a rischio, mentre delle ragioni della protesta, che pure il sindaco di Milano ha definito comprensibili, si è parlato assai meno. La distanza dalla Spagna è tutta qui: a Madrid il disagio abitativo è diventato una piattaforma politica, un decreto da votare e uno sciopero generale sostenuto dai maggiori sindacati; in Italia resta frammentato tra le tende degli studenti, il corteo di un sindacato e la rabbia, talvolta violenta, di piazze senza interlocutori.
Le prossime puntate. La seconda puntata di questa inchiesta partirà da qui: da una sentenza del 1988 che, come la vicenda di Maricarmen, nasce da un contratto d’affitto e da qualcuno che rischiava di perdere la casa alla morte di chi l’aveva firmato; l’ultima metterà a confronto i numeri dell’edilizia pubblica italiana, le scelte dei governi degli ultimi ottant’anni e le proposte per scrivere finalmente quel diritto nella Carta, dopo lo sciopero generale spagnolo e nove giorni prima che la Spagna vada al voto proprio sulla casa.
Maricarmen aveva un diritto scritto nella Costituzione del suo Paese e un contratto firmato da suo padre nel 1956; il primo non le è servito a restare in casa, il secondo si era estinto quasi vent’anni fa. In Italia, dove quel diritto non è scritto da nessuna parte, la domanda non è se una Costituzione possa dare una casa a ciascuno, ma chi, quando un contratto finisce, abbia il dovere di non lasciare nessuno fuori dalla porta.
