
Non basta che una comunità ricordi: occorre che il ricordo diventi coscienza condivisa, e per riuscirci deve parlare tutte le lingue, dalla scuola al palcoscenico, dal video alla musica. “Il coraggio della verità” fa esattamente questo con la storia di Giancarlo Siani.
Sul palco del Maschio Angioino, venerdì 7 agosto, ci sarà un oggetto che non appartiene alla scenografia ma alla cronaca: la Lexikon 80 sulla quale Giancarlo Siani batté centinaia di articoli prima che, la sera del 23 settembre 1985, i sicari lo raggiungessero sotto casa al Vomero, dentro la sua Mehari verde. Portarla in teatro anziché lasciarla in una vetrina significa affermare una convinzione precisa, che attraversa tutto Il coraggio della verità — lo spettacolo scritto da Giovanni Taranto, collega e amico di Siani, e diretto da Annamaria Russo, che debutta nell’ambito di Estate a Napoli sotto l’egida dell’Ordine dei Giornalisti della Campania: la memoria non è un oggetto da conservare, è un processo da mettere in movimento, e diventa utile soltanto nel momento in cui si trasforma in coscienza civile condivisa.
È una distinzione decisiva, perché una comunità non si difende dalla criminalità organizzata soltanto con le indagini e le condanne, ma con il tessuto di convinzioni diffuse che rende socialmente impraticabile ciò che la legge vieta. Quel tessuto non si eredita per via naturale: va ricostruito a ogni generazione, e ogni generazione parla una lingua diversa. Per questo il lavoro compiuto in quattro decenni da insegnanti, cronisti, associazioni e amministratori — le intitolazioni, gli anniversari, le aule scolastiche dedicate — costituisce la base indispensabile su cui oggi si può costruire, e non un rituale da archiviare; ma per raggiungere chi nel 1985 non era ancora nato, e chi vive in quartieri dove la camorra non è un ricordo bensì un’offerta di lavoro concreta e talvolta l’unica, occorre moltiplicare i canali e diversificare i linguaggi.
Su questa esigenza si costruisce la drammaturgia, che adotta un dispositivo metateatrale mettendo in scena la nascita stessa di uno spettacolo su Siani e facendo incontrare tre generazioni: un giornalista amico di Giancarlo, depositario di una memoria ancora dolorosa, e due giovani — un autore e un’attrice — che si interrogano su come raccontare oggi una storia tanto nota senza tradirne la verità e senza trasformarla in un’icona distante. La forma coincide con il contenuto: ciò che avviene sul palco è letteralmente un passaggio di testimone, e la domanda che ne emerge — come si trasmette il coraggio? — riceve una risposta che il testo affida non alla celebrazione ma al dubbio, all’ascolto e alla responsabilità.
Taranto, che con Siani condivise anni di cronaca sul medesimo territorio, la traduce in un principio operativo che vale ben oltre questo spettacolo: «È importante fare memoria, con qualunque mezzo è importante arrivare alle nuove generazioni». Quel «con qualunque mezzo» è la chiave dell’intera operazione, perché riconosce che nessun linguaggio, da solo, è sufficiente. Il libro raggiunge chi legge, la lezione scolastica raggiunge chi è in classe, il documentario raggiunge chi lo cerca; il teatro civile, quando è gratuito e collocato in una piazza del centro in una sera d’agosto, raggiunge anche chi non si era messo in cammino per quello, e la platea che ne risulta — famiglie, turisti, ragazzi, passanti — è più eterogenea per età, istruzione e provenienza sociale di quanto qualsiasi convegno riesca a costruire.
Coerentemente, l’impianto scenico è multicodice: alle parole si affiancano i contributi video di Paolo Cresta e Simone Esposito e le musiche originali di Marco Zurzolo, che attraversano il racconto come una voce ulteriore e restituiscono Napoli nella sua doppia natura di città ferita e di città capace di custodire la memoria trasformandola in coscienza civile. La regia, dal canto suo, rifiuta l’enfasi: le note di regia parlano di una scelta di «sottrazione» e descrivono la scena come un «laboratorio della memoria» in cui parole, silenzi e musica costruiscono un racconto essenziale e profondamente umano, mentre il principio che ne discende viene dichiarato senza ambiguità — «La verità non viene proclamata: prende forma davanti agli occhi dello spettatore». È una scelta pedagogicamente accorta, perché una verità proclamata si subisce, mentre una verità che si compone sotto gli occhi di chi guarda chiede a ciascuno di prendere posizione, e la posizione presa è l’unico mattone di cui sia fatta la coscienza civica.
