
Il magistrato Nicola Russo riflette sul ruolo della magistratura, i limiti dello strumento giudiziario e la necessità di un rinnovato impegno politico e civile. Dalle insidie del “quarto sistema” al nodo delle risorse per i beni sottratti ai clan
Ecco la seconda parte dell’ampia intervista a Nicola Russo, Consigliere della Corte d’Appello di Napoli, già Capo del Dipartimento per gli Affari di Giustizia del Ministero della Giustizia, magistrato impegnato da anni su alcuni dei fronti più delicati del contrasto alle mafie, sia sul territorio italiano che in campo internazionale.
In questa sezione dell’intervista, temi più legati al territorio d’origine del giudice, ancora flagellato da una pervasiva presenza della criminalità organizzata.
Dottor Russo, il territorio vesuviano e l’intera area di competenza del Tribunale di Torre Annunziata – contesti in cui lei ha operato per anni affrontando processi di criminalità organizzata e traffico internazionale di stupefacenti – vivono da decenni una drammatica ricerca di legalità. Nonostante i durissimi colpi inferti dalla magistratura giudicante e dalle forze dell’ordine, la sensazione di una svolta definitiva appare ancora sfocata. Avendo vissuto la transizione di questo comprensorio sia come giudice di merito che, successivamente, dai vertici del Ministero, cosa è strutturalmente cambiato negli ultimi vent’anni nelle dinamiche di radicamento dei clan e nella percezione della cittadinanza?
Dire che tutto è mafia sarebbe scorretto (perché comunque ci sono molte realtà virtuose) e finirebbe per fornire anche un alibi all’incapacità delle istituzioni di fare il proprio lavoro ordinario. Spesso l’evocazione della parola “mafia” è finalizzata a spostare altrove il fuoco del problema che invece andrebbe risolto facendo funzionare bene la macchina amministrativa. Per il resto, io temo che nella società civile la spinta morale ad opporsi all’illegalità si sia affievolita. I momenti comunitari si sono fortemente ridotti e con essa la consapevolezza della necessità di mobilitarsi e di offrire il proprio impegno concreto. Ormai tutto si riduce alla pubblicazione di un post o all’adesione mediante un like, mentre il problema resta totalmente irrisolto.
La storia giudiziaria del distretto oplontino e campano ha attraversato in passato stagioni di forti criticità, segnate da inchieste complesse che hanno messo a dura prova la tenuta e l’immagine degli stessi uffici giudiziari. Successivamente, la magistratura ha dovuto avviare una profonda opera di rigenerazione e riorganizzazione. Nella sua esperienza di magistrato ordinario in quel distretto e di esperto di diritto processuale penale, quali risposte strutturali e deontologiche ha saputo dare il sistema giustizia per superare quelle antiche crepe e restituire ai cittadini la piena fiducia nella trasparenza della macchina giudiziaria?
La Magistratura continua da sempre, affianco alle Forze dell’Ordine, a fare la propria parte. Tuttavia la soluzione non può essere l’intervento repressivo e giudiziario. La risposta risiede nelle capacità della politica di costruire orizzonti differenti e nuova consapevolezza sociale.
Nonostante la pervasività dei fenomeni camorristici nell’area vesuviana, il dibattito sulla necessità di una presenza ancora più capillare e specializzata delle sezioni distrettuali antimafia sul territorio è sempre aperto. Da esperto delle dinamiche del processo penale, ritiene che l’attuale assetto ordinamentale della Direzione Distrettuale Antimafia risponda in modo flessibile alle urgenze di un territorio così denso di insidie criminali, o reputa praticabili e utili forme di coordinamento investigativo ancora più prossime e “distaccate” nei tribunali di frontiera come quello di Torre Annunziata?
Io credo che l’attuale assetto organizzativo sia più che adeguato alle esigenze di monitoraggio dei territori. Altro discorso è l’investimento sugli organici. Se costituiamo le strutture sul territorio e poi non ci mettiamo il personale, allora quell’organizzazione è inutile.
In alcune specifiche realtà della provincia di Napoli, l’azione sinergica dello Stato ha innescato una ribellione collettiva dei commercianti contro il pizzo (il cosiddetto “effetto Ercolano”), portando a storiche condanne di boss ed esattori. Nella sua attività giudiziaria nell’area torrese e nei collegi d’appello, lei ha trattato i reati connessi all’estorsione e al controllo del territorio. Quali fattori oggettivi, sociali o processuali, hanno impedito che quel modello di denuncia di massa si replicasse con la medesima capillarità e tempestività in tutti gli altri comuni del comprensorio vesuviano?
La consapevolezza antiracket, a mio avviso, si sta rafforzando. Laddove non sia ancora sviluppata la causa è da attribuirsi, da un lato, nella inadeguatezza dei presidi delle forze dell’ordine sul territorio Un’altra ragione, purtroppo, è da ricercarsi anche nella creazione di un sostrato commerciale confidente o infiltrato dalle stesse mafie.
Molti comuni dell’area oplontina e stabiese (da cui lei proviene) hanno subito nel corso degli anni ripetuti scioglimenti dei consigli comunali per infiltrazioni mafiose. Quali sono i canali di permeabilità che la criminalità organizzata sfrutta per condizionare gli apparati locali e la “fascia grigia” dell’amministrazione? Esiste a suo avviso il rischio che la rigidità dello strumento dello scioglimento, pur necessario, possa talvolta prescindere da una valutazione sfumata delle singole responsabilità, laddove forse sarebbero bastate prescrizioni mirate e perentorie per non penalizzare l’intera comunità?
I canali sono plurimi: l’infiltrazione di personaggi contigui alle mafie nelle liste elettorali. Poi una sempre maggiore assuefazione della società civile all’illegalità ed all’accettazione di modelli di arricchimento economico opachi. Io credo che gli scioglimenti dei consigli comunali sono sicuramente provvedimenti molto forti. Tuttavia al momento rappresentano l’unico argine efficace.
Di recente si è aperto il cantiere per l’abbattimento di Palazzo Fienga, lo storico “fortino” e quartier generale del clan Gionta nel cuore del Quadrilatero delle Carceri a Torre Annunziata, per far posto a una “piazza della legalità”. Il dibattito pubblico si è spaccato tra chi considera la demolizione un passo simbolico fondamentale e chi, come l’Osservatorio permanente per la legalità, auspicava un recupero della struttura per destinarla a uffici giudiziari, presidi delle forze dell’ordine o centri per l’associazionismo. Qual è la sua valutazione tecnica e civile su questa scelta? La legalità si afferma distruggendo i simboli del male o colonizzandoli stabilmente con le istituzioni dello Stato?
Il riutilizzo a fini sociali è senza dubbio un segnale più forte della demolizione. Nel caso concreto non so quanto la struttura, anche per la sua fatiscenza si prestasse ad un successivo uso. In ogni caso il riutilizzo è un impegno molto serio e se l’amministrazione non ha il “carattere” per dare sostanza a quella finalità, il rischio è che la permanenza della struttura inutilizzata divenga un simbolo di fallimento delle istituzioni. Per questo, al di là del merito specifico della questione, credo che il richiamo del procuratore Fragliasso sia stato molto importante e, conoscendo bene la serietà e la riservatezza del collega, se ha sentito di far ricorso a parole forti è stato perché la situazione lo meritava.
Il comprensorio vesuviano conta un numero elevatissimo di beni confiscati alle cosche, eppure la loro effettiva restituzione alla collettività tramite l’associazionismo sociale sconta ancora ritardi burocratici asfissianti. Durante il suo mandato al DAG, lei si è speso molto per la tutela delle vittime e per lo sviluppo di reti integrate di giustizia riparativa e sociale. Quali sono i colli di bottiglia normativi o gestionali che frenano il riutilizzo immediato di questi patrimoni e come si può snellire la filiera della confisca per trasformarla in una reale risorsa produttiva per il territorio?
Innanzitutto la mancanza di risorse economiche. Utilizzare questi beni ha dei costi notevoli e non sempre è possibile affidarsi alla gestione esclusiva da parte di associazioni. Poi c’è anche da registrare una mancanza di iniziative da parte delle amministrazioni locali. Spesso è la mancanza di idee più che la burocrazia a rendere inattuato il percorso di reimpiego dei beni confiscati.
Se i grandi storici cartelli criminali sono stati decimati dalle sentenze penali, la cronaca registra la nascita di nuove sigle, spesso definite come “quarto sistema”, composte da giovanissimi, talvolta minorenni, che agiscono con una ferocia e un’assenza di regole spiazzanti. Nella sua veste di coordinatore della formazione dei giovani magistrati presso la Scuola Superiore della Magistratura e di storico collaboratore di Libera, come si declina la risposta giudiziaria e formativa di fronte a questa mutazione generazionale della camorra? Quali strumenti, oltre alla pura repressione penale, servono per spezzare gli automatismi di questa cooptazione criminale precoce?
Innanzitutto occorre agire sul piano della comunicazione. Le nuove generazioni sono molto fortemente influenzate da social network e piattaforme di intrattenimento e traggono da essi modelli ed indirizzi. Occorre fare uno sforzo culturale per immettere in questi canali di comunicazione (che sono ormai il veicolo principale di apprendimento per le nuove generazioni) contenuti positivi e di orientamento ideale ed etico.
Lei è profondamente legato a queste terre, dove è nato, cresciuto e dove ha profuso gran parte del suo impegno civile e professionale. Al netto delle ferite profonde, delle infiltrazioni e delle criticità che ha dovuto giudicare nei palazzi di giustizia, intravede una reale possibilità di riscatto strutturale per il tessuto sociale e culturale di questo comprensorio?
Certamente, altrimenti non farei ancora oggi, dopo 30 anni, con passione il mio lavoro. Occorre però procedere ad una redistribuzione di ruoli sociali, in tutte le formazioni (famiglie, partiti politici, realtà del terzo settore ecc.) cui fa riferimento l’art. 2 della costituzione. Questo perché la battaglia non può essere solo istituzionale e non può ridursi a delle risposte. Occorrono le iniziative più che le risposte.
Vorrei concludere ricordando una pagina drammatica e intensa della sua permanenza a Torre Annunziata, che la vide protagonista di due episodi di straordinario coraggio civile. Il primo fu la sua decisione di effettuare una vera e propria “esplorazione personale” e solitaria nei quartieri dello spaccio più degradati, per toccare con mano la realtà quotidiana denunciata dai media, andando oltre le carte processuali. Il secondo fu la sua partecipazione, insieme a me, a una serie di trasmissioni televisive del ciclo “Cosa loro, fatti di camorra e mafia all’ombra del Vesuvio”. In quelle puntate svelammo vicende delicatissime e dinamiche interne ai clan che scatenarono la reazione furente della camorra: subimmo minacce di morte, lettere minatorie e il recapito di proiettili, eventi che costrinsero lo Stato a sottoporre entrambi, per l’ennesima volta, a misure di vigilanza e protezione. Guardando a quei giorni e all’attualità, ritiene che lo Stato protegga e tuteli in modo tempestivo e adeguato i magistrati e i giornalisti investigativi che si espongono così a fondo, o ravvisa ancora delle falle nei sistemi di sicurezza e nel supporto istituzionale a chi decide di non girare la testa dall’altra parte?
Sicuramente lo Stato non ha strumenti adeguati per assicurare la vita e l’incolumità di tanti. Alcune di queste risorse poi sono distratte da chi fa dell’antimafia un mestiere ed un canale di visibilità e questo toglie risorse a che avrebbe un maggior bisogno di protezione. Tuttavia è sempre sbagliato che le comunità esercitino deleghe di coraggio a favore di pochi (come avvenne con Falcone e Borsellino ad esempio). Occorre che tutti assumano l’impegno di testimoniare la legalità (non di compiere atti di coraggio) nel quotidiano per creare le condizioni di un allontanamento culturale, prima ancora che militare, dalla mentalità mafiosa e dalle sue seduzioni. Questo renderebbe la rete di contrasto alle mafie molto più diffusa e strutturata e ridurrebbe l’efficacia del ricorso all’intimidazione criminale.
