Democrazia digitale: chi controlla i controllori dell’IA

Immagine di Steve A Johnson

«Da Washington a Roma, i governi rivendicano il diritto di intervenire sullo spazio informativo — perfino di spegnere un’intelligenza artificiale — in nome della sicurezza. L’ultimo braccio di ferro americano si è appena chiuso con una retromarcia; ma la facilità con cui una tecnologia tanto avanzata è stata spenta, e poi riaccesa, senza regole chiare, dice quanto sia esposta la difesa dalla manipolazione del consenso.»

Il 12 giugno 2026, alle 17 e 21 ora di Washington, è arrivata una lettera, e nel giro di poche ore due dei sistemi di intelligenza artificiale più potenti al mondo — Fable 5 e Mythos 5 — sono stati spenti per centinaia di milioni di utenti. A imporlo è stato il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti che, invocando ragioni di sicurezza nazionale, ha usato per la prima volta contro un modello linguistico distribuito al pubblico uno strumento nato per i microchip e le tecnologie militari: una direttiva sull’export che sospendeva l’accesso a quei modelli per qualunque cittadino straniero, dentro e fuori i confini americani, con un perimetro così ampio da costringere l’azienda che li sviluppa, Anthropic, a disattivarli per tutti i clienti. La lettera non specificava in cosa consistesse la minaccia. Software che milioni di persone usano per informarsi, scrivere, studiare e discutere si è fermato sulla base di una motivazione che, fuori da quella stanza, nessuno poteva leggere.

Poco meno di tre settimane più tardi, il 30 giugno, la stessa mano ha riportato l’interruttore su «acceso»: il Dipartimento del Commercio ha revocato i controlli e dal primo luglio i modelli sono tornati disponibili. Nel mezzo non c’è stato un procedimento pubblico, ma una trattativa riservata a Washington, condotta per l’azienda da un cofondatore al posto dell’amministratore delegato — quest’ultimo bersaglio dichiarato dell’amministrazione per le sue posizioni sulla sicurezza dell’IA e per il sostegno alla candidata sconfitta alle presidenziali. Il segretario al Commercio Howard Lutnick ha spiegato di aver «lavorato a stretto contatto» con l’azienda per «analizzare e approvare» il modello e «rafforzare la leadership americana nell’IA»; in cambio, Anthropic ha accettato nuovi filtri di sicurezza, l’impegno a segnalare le attività sospette e a collaborare con il governo sugli standard dei modelli futuri.

È qui, più che nel merito tecnico, il lascito della vicenda per chi ha a cuore la democrazia digitale. Un sistema usato da centinaia di milioni di persone è stato spento e riacceso nell’arco di venti giorni, sulla scorta di ragioni che il pubblico non ha mai potuto leggere e con una decisione presa e ritirata a porte chiuse. Christopher Padilla, a lungo responsabile dei controlli sull’export proprio al Dipartimento del Commercio, ha parlato di politiche «fatte a caso, transazionali», l’opposto delle regole chiare e prevedibili di cui l’industria avrebbe bisogno; e resta aperta la domanda, sollevata da più osservatori, se d’ora in avanti il governo statunitense debba approvare ogni nuovo modello di frontiera prima ancora che veda la luce — se cioè il potere di stabilire che cosa il pubblico può usare per informarsi e ragionare non stia migrando, in silenzio, dentro gli uffici dell’esecutivo.

Non che la vicenda abbia un eroe. Anthropic è un attore commerciale, dato per prossimo alla quotazione in borsa, con ogni interesse a rimettere online il suo modello di punta, e ha sciolto lo stallo avvicinandosi proprio al potere che l’aveva spenta. Ed è questo il nodo: tra uno Stato che decide in modo opaco e un privato che negozia per sé, al cittadino non resta un arbitro affidabile. Non la censura di un giornale, dunque, ma una mano sull’interruttore dell’infrastruttura attraverso cui, sempre più spesso, ci formiamo un’opinione. E non è una vicenda solo americana.

L’Italia è stata il primo Paese dell’Unione europea a dotarsi di una legge organica sull’intelligenza artificiale: la legge 132 del 2025, in vigore dal 10 ottobre. Tra le sue novità c’è un nuovo reato contro i deepfake — la diffusione illecita di contenuti alterati con l’IA, punita con la reclusione da uno a cinque anni. Ma il cuore politico della norma, per chi si occupa di consenso e democrazia, è altrove: nell’articolo 3, dove si stabilisce che l’uso dell’IA non deve pregiudicare la libertà del dibattito democratico da «interferenze illecite, da chiunque provocate». Un principio, sulla carta, sacrosanto. Resta una domanda, però, che il giornalista Alberto Puliafito ha posto su Internazionale e che la legge non scioglie: chi stabilisce quando un’interferenza è «illecita»? Chi la misura, e con quali garanzie? La vaghezza ricorda da vicino l’uso disinvolto che si è fatto negli anni dell’etichetta «fake news», appiccicata spesso a critiche e inchieste sgradite per delegittimarle.

Il governo presenta la legge come un argine, non come un bavaglio. Il sottosegretario all’editoria Alberto Barachini l’ha rivendicata come un insieme di «misure adeguate per proteggere i cittadini» dai rischi della rivoluzione tecnologica. La linea ufficiale dell’esecutivo insiste sui princìpi di un’IA antropocentrica, trasparente e sicura, con la responsabilità e la decisione finale sempre in capo a una persona fisica. È un quadro rassicurante. Il problema è che la rassicurazione non basta, quando gli strumenti per applicare quei princìpi restano discrezionali.

A rendere la questione più tangibile c’è un secondo movimento, parallelo e meno discusso. Nel gennaio 2026 il governo ha riformato l’apparato di intelligence, rafforzando l’azione dei servizi su intelligenza artificiale, sovranità digitale e contrasto alla disinformazione, ed entrando nel terreno della cosiddetta soft intelligence. Lo Stato, in altre parole, non si limita a scrivere le regole dello spazio informativo: si attrezza per sorvegliarlo.

E qui scatta il cortocircuito. Lo stesso Stato che si arma contro la manipolazione ne è anche, allo stesso tempo, il bersaglio. Da agosto 2025 l’organizzazione NewsGuard ha contato sedici dichiarazioni false attribuite a esponenti del governo italiano, capaci di totalizzare circa 29 milioni di visualizzazioni sulla sola piattaforma X entro i primi di maggio 2026. Un video manipolato della presidente del Consiglio Giorgia Meloni è stato rilanciato tanto dai suoi sostenitori, che lo leggevano come prova di fermezza, quanto dai suoi oppositori, che lo usavano per attaccarla: una viralità bidirezionale che massimizza la diffusione a prescindere dal colore politico di chi condivide. La manipolazione del consenso, insomma, è reale e non risparmia i potenti. Non fare nulla non è un’opzione: è l’argomento più forte a favore di chi chiede allo Stato di intervenire.

Ma l’obiezione delle opposizioni non è che la minaccia sia immaginaria. È un’altra: chi tiene in mano i comandi, e con quali contrappesi. Il Partito Democratico ha bocciato la legge come un provvedimento disomogeneo e privo di una visione strategica di lungo periodo, proponendo l’istituzione di un’autorità nazionale indipendente sull’IA — proprio per sottrarre la discrezionalità alla politica di turno. Durante l’iter parlamentare il Senato ha respinto, con 85 voti contro 42, un emendamento dem che voleva vincolare la conservazione dei dati dei cittadini a server nazionali o europei. Eppure le stesse opposizioni chiedono più regole dove lo ritengono necessario: Pd e Alleanza Verdi e Sinistra hanno segnalato all’Agcom la Lega per la diffusione di immagini generate con l’IA che ritraevano persone straniere come criminali, in quella che il senatore dem Antonio Nicita ha denunciato come una campagna che prende sistematicamente di mira immigrati e persone arabe. E una proposta di legge a prima firma della vicepresidente della Camera Anna Ascani, per vietare i deepfake nella propaganda elettorale, è arrivata in aula a fine febbraio 2026. La posizione delle minoranze non è un rifiuto della regolazione: è una contesa su chi debba governarne il confine.

È esattamente su questo confine che il tema della manipolazione del consenso mostra il suo lato più insidioso. Il pericolo di una legge — o di una direttiva — che combatte la manipolazione è che il potere di definire cosa sia «illecito», cosa sia «falso», cosa sia un «rischio per la sicurezza» diventi a sua volta uno strumento di gestione del consenso. Quando il criterio è opaco e affidato alla discrezione, l’arsenale costruito contro la disinformazione può essere rivolto contro il dissenso, contro il giornalismo d’inchiesta, contro le minoranze: cioè proprio contro le voci che pagano già il prezzo più alto. Il caso americano torna qui come specchio: là la contestazione non era contro il controllo in sé, ma contro il controllo senza trasparenza, e il fatto che tutto si sia poi ricomposto con una trattativa a porte chiuse anziché con un procedimento pubblico ha dato ragione, ancora una volta, all’opacità. Distinguere il controllo dal controllo opaco è la vera posta in gioco, a Washington come a Roma.

C’è infine un livello che dovrebbe fare da contrappeso a tutto questo, e che invece mostra le stesse crepe: quello internazionale. Negli ultimi due anni le Nazioni Unite hanno provato a costruire un’architettura comune — dal Patto digitale globale del 2024 fino al Panel scientifico indipendente e al Dialogo globale sulla governance dell’IA, la cui prima sessione è attesa a Ginevra nel luglio 2026 — proprio per dotare il mondo di argini condivisi e, nelle parole del segretario generale António Guterres, per aiutare a «separare i fatti dai falsi». Ma l’attore più potente si è sfilato: alla vigilia del lancio di quel Dialogo, in un dibattito al Consiglio di sicurezza, gli Stati Uniti hanno avversato qualsiasi forma di governance multilaterale dell’intelligenza artificiale. È lo stesso governo che mesi dopo, con la direttiva su Fable e Mythos, ha esercitato il proprio potere da solo, senza confronto e senza renderne conto, salvo poi ritirarlo con la stessa disinvoltura con cui l’aveva imposto. Il messaggio, letto in controluce, è coerente: il controllo lo si vuole tenere, non condividere. E quando la sede in cui i poteri dovrebbero vincolarsi a vicenda viene svuotata da chi è più forte, al cittadino viene a mancare anche l’ultima rete di protezione.

Una democrazia ha bisogno di un sistema immunitario contro la manipolazione. Ma un sistema immunitario che aggredisce il corpo che dovrebbe difendere ha un nome preciso: malattia autoimmune. Il rischio di questa stagione non è che lo Stato faccia troppo poco contro chi manovra il consenso, ma che — tra leggi vaghe, motivazioni segrete e poteri concentrati in poche mani, pubbliche e private — finisca per decidere al posto nostro, e senza che possiamo verificarlo, che cosa ci è consentito sapere e dire. La domanda che l’interruttore di Washington e la legge di Roma lasciano sul tavolo è la più antica della filosofia politica, oggi vestita di algoritmi: chi protegge la democrazia dai suoi protettori? E, soprattutto: chi paga per primo, quando la risposta è «nessuno»? Non è mai chi sta al potere. È il dissidente, la cronista, la persona di minoranza: ed è per proteggere loro, prima di tutto, che una sfera pubblica sana esiste.

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