
Cent’anni fa nasceva la fotografa americana che per decenni ha immortalato il mondo senza che nessuno lo sapesse.
Nel 2007, a Chicago, il giovane storico John Maloof partecipa a un’asta di beni abbandonati, alla ricerca di materiale fotografico d’epoca per un progetto sulla città. Per poche centinaia di dollari si aggiudica diverse scatole di negativi e rullini mai sviluppati che nessun altro aveva voluto. Non sapeva ancora di aver salvato dall’oblio Vivian Maier e uno dei più grandi archivi fotografici del Novecento.
Dentro quelle scatole c’era lo sguardo di una donna che, per cinquant’anni, aveva percorso le strade di New York e di Chicago con una Rolleiflex al collo, fotografando tutto e tutti senza mai mostrare a nessuno i suoi scatti. Era morta povera, sola e sconosciuta fino a pochi mesi prima. Da allora, viene ricordata come uno dei nomi più straordinari della storia della fotografia.
Figlia di padre austriaco e madre francese, Vivian Maier nasce a New York nel 1926, ma cresce in Francia, segnata dalla separazione dei genitori. È lì che, lontana dal fermento delle metropoli americane, sviluppa quella capacità di osservazione silenziosa che avrebbe caratterizzato tutta la sua arte. Torna negli Stati Uniti nel 1951, a venticinque anni, e lavora presso famiglie benestanti di Chicago, occupandosi dei loro bambini e della gestione domestica. Chi l’ha conosciuta la ricorda come una persona riservata e appartata, eccentrica, con un leggero accento francese e il distacco di una straniera sempre fuori posto.
Ma la sua vita non ufficiale era molto diversa: ogni momento libero era dedicato alla fotografia. Usciva da sola con la sua macchina, camminava per ore e scattava centinaia di immagini. La sua doppia identità — europea e americana, visibile e invisibile, apparente e segreta — non è un dettaglio di poco conto: è la chiave per capire il suo sguardo di perenne outsider, sempre in osservazione della realtà che la circonda.
Quello che la rende unica nella storia della fotografia non è solo la qualità dei suoi scatti, ma le condizioni in cui furono realizzati. Autodidatta senza formazione accademica, non frequentava gallerie o circoli fotografici, non stampò quasi nulla di quello che fotografava e non mostrò mai il suo lavoro ad altri. Dalla metà degli anni Cinquanta agli anni Novanta, non smise mai di scattare con una costanza e una disciplina che avrebbero fatto invidia a qualsiasi professionista. Accumulò negativi, rullini sviluppati e non, filmini in 8 mm, registrazioni audio, tutto custodito in scatoloni, bauli e magazzini a pagamento. Quando non riuscì più a pagare l’affitto, i beni vennero messi all’asta come oggetti abbandonati.
Non è dato sapere che cosa l’abbia spinta a fotografare senza mai voler condividere il frutto della sua opera. Qualcuno ha ipotizzato una forma di paranoia dovuta al carattere estremamente riservato; altri hanno visto nella sua fotografia l’esternazione di un diario visivo intimo e segreto; altri ancora interpretano il suo silenzio come una scelta consapevole, frutto della convinzione che l’opera esista solo nel momento in cui prende vita, e non nella sua diffusione.
Quel che è certo è che Maloof, esaminando il contenuto di quelle scatole, ne rimane folgorato, e ricostruisce pezzo per pezzo un archivio di oltre 120.000 negativi, che sono altrettanti momenti catturati da un occhio attento attraverso decenni e città diverse, in bianco e nero e a colori. Un patrimonio che documenta cinquant’anni di vita americana — le strade di New York e Chicago, i volti dei passanti, gli anziani sulle panchine, le vetrine dei negozi, gli operai delle periferie — con una coerenza visiva e una sensibilità umana degne di un maestro. Quando comincia a pubblicare le immagini online, Vivian Maier esce dall’anonimato e conquista prima il mondo della fotografia, poi quello dell’arte, e in seguito il grande pubblico.
Il suo lavoro sintetizza, al pari della sua duplice origine, la tradizione fotografica umanista europea
— quella di Doisneau, Cartier-Bresson e Brassaï — e la fotografia di strada americana, più immediata e diretta. I suoi scatti colgono il momento decisivo senza che il soggetto si accorga di essere ritratto, con un’attenzione e una profondità che neanche una foto posata riuscirebbe a rivelare.
Ancora più sorprendenti sono i suoi autoritratti: Vivian non si fotografa mai direttamente, ma usa ogni superficie riflettente che incontra — vetrine, specchi, pozzanghere, parabrezza — apparendo come silhouette, riflesso deformato, ombra su un muro. Presente e assente al tempo stesso, davanti e dietro l’obiettivo, osservatrice e osservata senza mai mostrarsi davvero.
Vivian Maier è morta nel 2009, a Chicago, a 83 anni, in seguito a una caduta sul ghiaccio. Viveva sola, aiutata economicamente da alcune delle famiglie presso cui aveva lavorato. Non sapeva che le sue fotografie stavano già cominciando a circolare su internet. E noi non sapremo mai se sarebbe stata felice di questa notorietà mai cercata, delle mostre allestite in mezzo mondo, dei libri pubblicati con le sue immagini e del documentario Finding Vivian Maier dello stesso Maloof e Charlie Siskel, nominato agli Oscar 2015. Quello che sappiamo è che le sue fotografie esistono e meritano di essere conosciute.
In un’epoca di visibilità indiscriminata, dove prevale l’ossessione di condividere ogni momento prima ancora di averlo vissuto, la storia di Vivian Maier appare anacronistica, quasi fiabesca: quella di una donna che ha costruito, in silenzio e in solitudine, uno dei più grandi archivi fotografici del Novecento, senza cercare riconoscimenti né lamentarsi dell’anonimato, continuando a osservare la realtà con sguardo curioso, attento e benevolo.
Una donna che non si è fatta domande, lasciando a noi che guardiamo le sue foto 120.000 risposte su chi sia stata davvero. Una per ogni negativo.
