
Negli ultimi mesi su ResearchGate è uscito l’articolo “AI‑Driven Robots for Elderly Care: Enhancing Quality of Life” (febbraio 2025). Esso presenta una revisione strutturata che valuta il contributo dei robot assistivi nell’ambito dell’assistenza agli anziani. I ricercatori hanno dimostrato che questi dispositivi intelligenti sono in grado di migliorare l’interazione sociale, supportare le attività quotidiane e accrescere l’autonomia delle persone anziane. Tuttavia, emergono preoccupazioni sul fronte della privacy, della sorveglianza, dell’autonomia individuale e dell’utilizzo etico dei dati.
Questa tecnologia potrebbe produrre service robots, capaci di fornire aiuti come la distribuzione delle medicine o il sostegno alla deambulazione e social robots, progettati per fornire un sostegno emotivo, rendere meno difficile la solitudine, aiutare all’esercizio mentale e stimolare la memoria.
Interessante in questi ambiti è il progetto europeo enrichme. I robot sono stati coinvolti in test con persone affette da lieve deterioramento cognitivo (MCI). Il confronto successivo con gli anziani e i caregiver che hanno preso parte al progetto ha dimostrato che il successo di questi sistemi dipende da una pianificazione personalizzata, capace di adattarsi ai bisogni dei singoli individi.
In termini di interazione emotiva gli studi sperimentali hanno confrontato versioni “empatiche” di robot sociali con versioni più neutre. Uno dei casi più noti è quello del robot Ryan, sviluppato dalla University of Denver. Questo robot umanoide è stato progettato per interagire con persone anziane, in particolare con individui affetti da Alzheimer e forme leggere di demenza. Ryan è dotato di un’interfaccia espressiva (uno schermo con volto animato), può sostenere conversazioni, riconoscere emozioni tramite il tono della voce e le espressioni facciali, e adattare le risposte in modo personalizzato. Durante i test condotti è stato rilevato un’aumentata mobilità e migliore umore negli anziani coinvolti, rispetto a coloro che non avevano avuto contatti con il robot o lo avevano fatto in modalità non empatica.
Ma restano alcuni nodi cruciali da sciogliere. Prima di tutto, la privacy: poiché i robot registrano conversazioni, foto, suoni e abitudini, senza alcuna specifica di sicurezza e anonimizzazione, la casa rischierebbe di trasformarsi in uno spazio costantemente monitorato, più simile a un ambiente di controllo che al luogo privato che dovrebbe essere. Il parallelo con la raccolta cookies e profiling digitali degli utenti di internet è evidente, ma con una differenza sostanziale: qui si parla di ambienti fisici, di interazioni quotidiane. Inoltre le tecnologie di riconoscimento vocale o facciale integrate nei robot possono attivarsi in modo silenzioso e costante, raccogliendo dati anche inconsapevolmente, con effetti non sempre prevedibili sul lungo periodo. Gli utenti devono essere edotti su questi meccanismi nascosti e sui propri diritti.
Un altro aspetto critico riguarda il ruolo delle aziende produttrici, nessuno può effettivamente garantire che i dati raccolti non vengano sfruttati per fini commerciali o assicurativi. In assenza di una regolamentazione rigorosa, si rischia di creare nuove forme di vulnerabilità per soggetti già fragili, come gli anziani o le persone con disabilità cognitive.
Infine, il punto più importante riguardante l’incolumità: anche se sviluppata, la capacità di risposta di queste macchine non è certo comparabile a una carezza umana.
In ogni caso come per l’IA, l’impatto dei robot caregiver dipenderà da come verranno progettati e regolamentati. Potranno diventare validi alleati, ma solo se saranno integrati nella società nel pieno rispetto della dignità umana.
