Elettroshock

Foto di Raman Oza da Pixabay

Era il 1938 quando, su un paziente con depressione ed allucinazioni, venne usata con successo la TEC ( terapia elettroconvulsivante) o elettroshock. 

Benché nell’immaginario collettivo questo trattamento abbia una collocazione negativa è ancora ampiamente utilizzato. A differenza del passato viene somministrato sotto anestesia e risulta efficace soprattutto nella cura della depressione e del disturbo bipolare, quando questi sono refrattari alla farmacoterapia. 

Per comprendere il meccanismo terapeutico della TEC bisogna ricordare che il funzionamento del cervello avviene sia per conduzione elettrica, che passa nei lunghi filamenti delle cellule neuronali, sia per conduzione chimica tramite le molecole neurotrasmettitrici che trasmettono il segnale da una cellula all’altra. Nelle patologie psichiatriche e in molte neurologiche è soprattutto questo secondo meccanismo ad essere alterato. 

Quando l’elettroshock viene erogato, tramite due elettrodi posizionati sulla testa, per alcuni secondi una scarica passa in tutto il cervello ed induce un attacco convulsivo generalizzato. Questo provoca lo spegnimento di tutte le sinapsi e l’azzeramento del segnale chimico. Quando tutto riparte la trasmissione dell’impulso fra cellula e cellula avviene correttamente senza le alterazioni precedenti alla scarica, questo porta al miglioramento clinico del paziente. Il sistema è paragonabile alla conversione elettrica tramite defibrillatore che viene utilizzata in alcune gravi cardiopatie per arrestare e far ripartire il cuore a ritmo normale.

A partire dagli anni 60 si è tentato di stimolare in maniera parziale le aree cerebrali per ridurre l’invasività dell’elettroshock. Si sono sperimentate varie tecniche di neurostimolazione e nel 1987 è stata approvata la stimolazione cerebrale profonda (DBS), in cui un elettrodo viene impiantato chirurgicamente in profondità nel cervello per stimolare elettricamente solo alcuni neuroni selezionati. Il controllo di queste scariche avviene tramite un dispositivo medico, simile a un pacemaker cardiaco, posizionato vicino alla clavicola o nell’addome.  Anche la DBS come la TEC interrompe i segnali irregolari che causano il sintomo neurologico ma lo fa in maniera selettiva. Il vantaggio è quindi di agire solo in quella parte del cervello che disfunziona, non crea convulsioni e può essere erogata di continuo.

La stimolazione cerebrale profonda è stata utilizzata soprattutto nel Parkinson, nella distonia e nel tremore essenziale. Nel 2009 la Fda la ha autorizzata nel disturbo ossessivo compulsivo e nel 2018 nell’epilessia. Attualmente è in corso di studio anche nella sindrome di Tourette e nel dolore cronico. Alcuni scienziati propongono di estendere questo trattamento anche ai pazienti con gravi forme di depressione per eliminare completamente l’utilizzo dell’elettroshock che produce comunque maggiori effetti collaterali soprattutto per quanto riguarda l’apparato cardiovascolare. Lo studio franco-tedesco, pubblicato nel 2013 sul New England Journal of Medicine, ha mostrato infatti la superiorità della stimolazione cerebrale profonda sia per efficacia  che per sicurezza rispetto alle migliori terapia in uso. 

Secondo gli scienziati sempre più malattie potrebbero rispondere alla stimolazione elettrica: dall’Alzheimer all’obesità alle malattie autoimmuni fino a trattare gli stati vegetativi ed il coma irreversibile.

Massimiliano Fanni Canelles

Viceprimario al reparto di Accettazione ed Emergenza dell'Ospedale ¨Franz Tappeiner¨di Merano nella Südtiroler Sanitätsbetrieb – Azienda sanitaria dell'Alto Adige – da giugno 2019. Attualmente in prima linea nella gestione clinica e nell'organizzazione per l'emergenza Coronavirus. In particolare responsabile del reparto di infettivi e semi – intensiva del Pronto Soccorso dell'ospedale di Merano. 

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