L’artivismo: da corrente locale a movimento globale


L’11 gennaio 2022 è uscito nelle librerie il nuovo libro di Vincenzo Trione “Artivismo” edito da Einaudi per la collana Vele. Al volume hanno partecipato alcuni dei maggiori esponenti dell’arte contemporanea, come Mimmo Paladino, Ai Wei Wei e Hans-Ulrich Obrist realizzando dei brevi video presenti sul sito web della casa editrice e dedicati al tema dell’artivismo. Ogni clip offre un contributo originale per comprendere questo fenomeno artistico, sempre più interessante per la critica d’arte e la ricerca accademica.
 
L’artivismo utilizza l’arte come strumento di denuncia sociale. Ma non si limita solo a questo: esso punta a coinvolgere attivamente le persone per risvegliare la loro coscienza civica. Gli artisti vogliono accrescere la consapevolezza sociale attraverso il loro lavoro, creare un dialogo diretto con la comunità. È un’arte vicina alle persone, che lotta contro le discriminazioni e che vuol dare voce agli esclusi; tuttavia, non è un’arte che fa politica, ma pone in primo piano questioni d’interesse politico. Si serve di tutti i principali mezzi di comunicazione lottando però contro le logiche dei mass media e contro la strumentalizzazione dell’informazione per scopi commerciali.
 
La sua origine risale alla fine degli anni Novanta, quando a Los Angeles ci fu un incontro tra alcuni artisti di origine messicana ed altri legati all’EZLN (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale).  Qui è nato il neologismo artivismo, in inglese artivism, formato dalle parole arte e attivismo, a sottolineare l’impegno sociale, che fin da subito ha connotato questo fenomeno. Da allora, si è diffuso su scala mondiale come risposta alle questioni legate alla globalizzazione: conflitti, immigrazione e politiche economiche liberiste. 
 
La dimensione urbana è preponderante in queste opere d’arte. Molti interventi riguardano la “riconquista” di spazi pubblici. Per questo motivo la critica ha individuato una continuità molto forte con l’arte urbana e la street art. Bansky, ad esempio, è un artista che si pone a cavallo tra queste correnti; i suoi lavori uniscono il carattere ambientale ad una evidente polemica sociale.
Educare è un altro obiettivo fondamentale. Gli artivisti cercano di coinvolgere direttamente gli spettatori, di farli riflettere sulle tematiche affrontate e instaurare in loro una volontà d’azione. Secondo l’artista cubana Tania Bruguera, i cambiamenti sociali sono possibili quando le persone ne prendono atto e scelgono d’intervenire.
 
Uno dei più grandi esponenti dell’artivismo è l’artista Ai Wei Wei, arrestato dal governo cinese nel 2011 a causa delle sue esplicite opposizioni al regime. La sua opera più celebre è “Sunflowers seeds” ed è stata realizzata per la Turbine Hall della Tate Modern di Londra nel 2010. Il pavimento della sala è stato ricoperto da milioni di semi di girasole in porcellana a grandezza naturale realizzati appositamente da artigiani cinesi. Le persone potevano prenderli in mano o camminarci sopra.  L’installazione voleva raccontare le difficoltà affrontate dal popolo cinese durante il regime di Mao e rappresentare un grido contro il consumismo e lo spreco alimentare in generale. Per Wei Wei, il rapporto tra la sua arte e la lotta per i diritti umani è un binomio imprescindibile.
 
Nel 2018 sulla rivista Comunicar è apparso l’articolo Artivismo: Un nuevo lenguaje educativo para la acción social transformadora (Artvisimo: un nuovo linguaggio educativo per l’azione trasformativa). Le tre studiose Eva Aldaro-Vico, Dimitrina Jivkova-Semova e Olga Bailey hanno raccolto i risultati di uno studio condotto da alcune Università europee su questo fenomeno. La ricerca ha evidenziato un’interessante prospettiva sul futuro dell’artivismo: un nuovo possibile mezzo comunicativo per i bisogni sociali della comunità. Questo modo di fare arte è aperto a tutti e unisce le persone nella società creando contesti collettivi, dove ognuno è libero di esprimersi grazie ad un linguaggio stimolante.
 
Si sta aprendo una nuova strada nel mondo culturale, che cerca di prendere le distanze dal circuito ufficiale del mercato e che potrebbe provocare un cambiamento significativo nel sistema dell’arte contemporanea. C’è il rischio che questo fenomeno venga strumentalizzato e quindi perda la sua originaria connotazione sociale. Se ciò verrà evitato, l’artivismo potrebbe diventare il primo movimento artistico veramente popolare, con cui migliorare la vita delle persone attraverso creatività, educazione ed impegno civile.

Ginevra Zelaschi

Ginevra Zelaschi nasce a Trieste il 17 maggio 1995. Si diploma al Liceo Classico “Dante Alighieri” di Trieste nel 2014 e successivamente s’iscrive al corso di laurea triennale in Studi Umanistici con indirizzo storico-artistico presso l’Università degli Studi di Trieste, dove si laurea nel 2017. Consegue la laurea magistrale in Economia e Gestione delle Arti e delle Attività culturali presso l’Università Ca’Foscari di Venezia nel 2020. Nel 2018 partecipa alla realizzazione della mostra antologica “Romano Ukmar” tenutasi tra settembre e ottobre 2018 nella sede di Villa Prinz a Trieste. Nel 2021 collabora al Festival di arte contemporanea DeSidera curando la sezione dedicata ai giovani artisti presso la sala Piccola Fenice di Trieste. Attualmente è iscritta al secondo anno della Scuola di Archivistica, Paleografia e Diplomatica dell’Archivio di Stato di Trieste e lavora nelle biblioteche del polo umanistico dell’Università degli Studi di Trieste. 

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