Stress e pandemia

stress e pandemia

Nessuno sarà più lo stesso. La pandemia sta lasciando segni profondi sulla psiche, rischiando di compromettere anche a lungo termine benessere e salute mentale. 

Fino a un individuo su tre potrebbe manifestare sintomi cronici o persistenti, che vanno da insonnia a incubi e ansia. 

È quanto emerge da una revisione sistematica della Società Italiana di Psichiatria degli studi pubblicati sul tema Covid e salute mentale, a un anno dallo scoppio della pandemia di Covid-19. Diversi lavori condotti in Italia, Spagna, Cina, India, Irlanda e Israele hanno valutato la presenza di sintomi della Sindrome post traumatica da stress nella popolazione generale e nel complesso è stata riscontrata una incidenza del 30%.

Il disturbo da stress post-traumatico è un disturbo psichiatrico che può svilupparsi in seguito all’esposizione ad eventi traumatici così eccessivi da determinare uno sconvolgimento psichico. Gli effetti sulle persone sono a lungo termine e talvolta cronici e dipendono anche dalla capacità del soggetto di adattarsi e affrontare le avversità. Se nella prima fase della pandemia abbiamo osservato un preoccupante aumento dei livelli di ansia, depressione e insonnia, lo stress persistente di una situazione di emergenza che dura da quasi un anno, senza alcuna certezza di uscirne a breve, rappresenta un evento traumatico cronico che è ancora in divenire ma di cui vediamo già gli effetti nel tempo, allargati alla popolazione generale.

Sulla base delle evidenze ad oggi disponibili, si stima che il 96% dei sopravvissuti al virus sperimenta i sintomi della Sindrome Post Traumatica da Stress, con rischio concreto di deterioramento cognitivo e psichico, fino anche ad arrivare in casi estremi al rischio di suicidio. A rischiare di più sono coloro che hanno vissuto l’incubo della ventilazione meccanica nelle unità di terapia intensiva: fino a uno su due di questi pazienti è a rischio di sviluppare disturbi psichiatrici che potrebbero persistere anche fino a 5 anni di distanza. 

La popolazione anziana che è passata dalla ventilazione meccanica, invece, nell’80% dei casi può avere come conseguenza episodi di Delirium (confusione mentale), che aumentano il rischio di sindrome post traumatica e negli over 80 di disturbo neuro-cognitivo.

E se non bastasse, c’è ancora di più. Il 60% della popolazione europea soffre di pandemic fatigue: sensazione di stanchezza e sfinimento dovuta a uno stato di crisi prolungato, una reazione naturale di fronte a una situazione di cui è difficile prevedere la fine.

La malattia, le persone perse, la chiusura di un’attività, lo smart working, la scuola a distanza, la lontananza dalle persone care, l’assenza di rete sociale, questi sono solo alcuni degli ostacoli che ciascuno ha incontrato.

All’inizio di una situazione critica la maggior parte delle persone è in grado di attivare un sistema di adattamento mentale e fisico per la sopravvivenza in contesti di forte stress. 

Ora che, però, le limitazioni e le chiusure sono state di nuovo imposte come unico mezzo per contrastare la pandemia da Covid-19, lo stress torna ad acutizzarsi, più intenso di prima. 

Il cambiamento continuo di decreti e norme restrittive genera smarrimento e confusione. Le persone più fragili faticano a tenere il passo, soprattutto emotivo, e subiscono gli effetti psicosociali causati dalla gestione della pandemia.

Lo stress da pandemia diventa cronico. 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito la Pandemic Fatigue come una sindrome comportamentale causata dall’emergenza. 

Ansia, agitazione, sbalzi di umore, rabbia, tristezza, irrequietezza, voglia di libertà, rifiuto delle norme imposte, rassegnazione, passività agli eventi, negazione del problema, tachicardia, insonnia, capogiri, crisi ipertensive, perdita dell’appetito o, al contrario, aumento di peso, caduta dei capelli, coliti, insonnia, questi sono i sintomi comuni della condizione e si associa il loro sviluppo a diversi fattori.

La dispercezione del pericolo, ovvero la perdita di contatto con il rischio stesso, è spesso collegata ad una sensazione individuale di perdita che deriva dalle significative modifiche allo stile di vita introdotte sul piano relazionale, sociale ed economico a seguito delle politiche di restrizione. 

La perdita del senso di autoefficacia: le restrizioni sempre più severe, in continuo cambiamento nel tempo e per un periodo che va allungandosi costantemente, possono creare nelle persone un senso di perdita di controllo sulle proprie vite a livello quotidiano, lavorativo, economico ed esistenziale, e una sensazione di inefficacia per le proprie azioni e una perdita della fiducia verso i propri comportamenti e il monitoraggio degli stessi.

Inoltre, quando la durata di condizioni estreme, pericolose e atipiche, si protrae a lungo nel tempo, tali circostanze cominciano a venire supposte normali, generando un complessivo abbandono della tenuta rispetto agli eventi e al loro carattere di eccezionalità iniziale.

Infine, l’insieme di questi fattori si interfaccia con le caratteristiche individuali, relazionali, sociali, economiche e politiche in cui ogni singolo e ogni gruppo è inserito. 

Nel contesto dell’incertezza dell’emergenza COVID-19, è importante capire che la pandemic fatigue costituisce una naturale risposta individuale. È fisiologico l’affaticamento che persone e sistemi stanno vivendo, gli studi nel campo concordano su alcune strategie possibili: una profonda comprensione delle persone e la trasparenza nella comunicazione, intesa come correttezza e imparzialità rispetto all’esperienza vissuta.

A fianco quindi di una comunicazione istituzionale consistente e prevedibile, sarebbe necessario rendere disponibili risorse strutturali che incoraggino e rafforzino la possibilità individuale di usufruire di un ascolto e un sostegno professionali che accolgano le difficoltà che stanno affaticando le persone.

Sebbene possa sembrare una condizione senza conseguenze, in realtà il rischio è più grave di quello che può apparire. Questo forte stress rischia di alterare la percezione della pandemia come una situazione del tutto imprevedibile e senza fine, rendendo molto più difficile gestire i flussi delle persone durante le quarantene, implementare misure di prevenzione e comunicare le informazioni sulla salute. Si rischia di innescare un processo circolare in cui la pandemia alimenta lo stress e quest’ultimo la pandemia stessa, senza contare il fuoco incrociato di emergenza sanitaria, sociologica ed economica.

C’è da osservare, inoltre, che giornali e piattaforme sociali non si collocano rispetto ad un contributo positivo. Una quantità molto elevata di informazioni sulla pandemia veicolate non sempre con coerenza, precisione e logicità rende più affaticata la mente.

I primi effetti di tutto questo appaiono proprio sui ragazzi. La scuola è apprendimento culturale e sociale. La scuola non è solo studio, comprende anche tutte quelle esperienze necessarie. Tutto questo è mancato, provocando solitudine. A ciò si è aggiunta la chiusura delle palestre, luogo necessario per lo sfogo fisico. Le conseguenze sono state iperattività, orari sballati e troppo tempo passato con il virtuale.

Eppure, paradossalmente questo si traduce in un’abitudine, per quanto frustrante, comoda, rischiando di rendere più lenta, e nei casi più gravi impedire, la normale ripresa e di conseguenza la guarigione in tal senso.

I giovani, che da quasi un anno vivono la pandemia, stanno soffrendo. A dimostrarlo è un dato condiviso da Stefano Vicari, responsabile di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma: i tentativi di suicidio e autolesionismo sono aumentati del 30%. 

Due fenomeni: da una parte, abbiamo gli adolescenti che per autoaffermarsi diventano aggressivi. Dall’altra, abbiamo i giovani che si chiudono nel loro mondo. 

Il 20% degli adolescenti in Italia e il 25% in Europa si infligge un danno fisico intenzionalmente. È come se il male fisico li liberasse dal dolore interiore.

Di fronte a questi contesti così inattesi, traumatici e soprattutto riguardanti l’intera umanità, agenti indipendentemente da differenze sociali, culturali, politiche, l’uomo ha una reazione fisica e psichica volta ad adattarsi alle mutazioni dell’ambiente, per affrontare la nuova condizione e per resistere. Eppure, si spera che i danni di questo mutamento non superino il guadagno evolutivo dell’esperienza stessa.

Rosario Pullano

Rosario Pullano è studente del Politecnico di Torino, dove frequenta il corso di laurea magistrale Physics of complex systems, percorso internazionale interateneo tra icpt, sissa e alcune università di Parigi. Nasce a Catanzaro l’8 febbraio 1997. All’età di 5 anni si trasferisce con la famiglia a Trieste. Si forma presso il Liceo Classico “Dante Alighieri” e, successivamente, studia all’università “La Sapienza” di Roma, dove consegue la laurea triennale in fisica. Si trasferisce a Bologna un anno, dove completa il corso di alta formazione in finanza matematica. Il 21 novembre 2016 è tra i vincitori nella categoria “Giovani Promesse” nella Sezione Poesia singola del “Concorso letterario internazionale Michelangelo Buonarroti”. Pubblica la raccolta di poesie “Memorie del futuro: sentimenti” nel 2019 con la casa editrice EuropaEdizioni. Ad oggi, continua a scrivere in ambito creativo e in ambito giornalistico e segue le sue ispirazioni imprenditoriali occupandosi di progetti di start up relativi al mondo dell'innovazione dei servizi digitali. 

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