Un think tank indipendente sostiene che quello degli Uiguri è un genocidio. Che fare?

Uyghur genocide

Martedì scorso, il Newlines Institute for Strategy and Policy, un think tank nonpartisan che ha sede a Washington, ha pubblicato uno sconvolgente rapporto indipendente (realizzato in collaborazione con il Raoul Wallenberg Center for Human Rights) che accusa la Cina di aver messo in atto un genocidio generalizzato nello Xinjiang.

Le rivelazioni, come hanno sottolineato Stephen Collinson e Caitlin Hu della CNN (che ha diffuso il rapporto), mettono il resto del mondo di fronte ad una domanda semplice e scomoda: Che fare? 

Secondo il rapporto, il governo cinese sta deliberatamente cercando di “distruggere” il gruppo etnico uiguro di maggioranza musulmana – un’etnia prevalente nella regione autonoma dello Xinjiang ma nettamente minoritaria se si considera tutta la Cina – violando le disposizioni della Convenzione sul genocidio adottata dall’Onu il 9 dicembre 1948 che la stessa Cina ha ratificato. Si stima che almeno due milioni di persone siano state rinchiuse nei campi “di rieducazione” cinesi nella provincia nord-occidentale, vittime, secondo le testimonianze, di abusi sessuali, continue e sistematiche torture fisiche e psicologiche, sterilizzazione forzata. La Cina nega le violazioni dei diritti umani e sostiene che i centri servano a contrastare l’estremismo religioso e il terrorismo. 

A Washington, tuttavia, sono in pochi a dubitare di quel che sta succedendo. Nel suo ultimo giorno in carica, l’amministrazione Trump ha (tardivamente) denunciato il «genocidio» (dopo che l’ex presidente aveva minimizzato la questione perseguendo un’intesa commerciale con la Cina). Il presidente Joe Biden è giunto alla stessa identica conclusione quand’era solo un candidato alla presidenza. E ora tocca a lui rispondere, per conto degli Stati Uniti, alla scomoda domanda.

Non è un mistero per nessuno che anche in passato il mondo ha stentato a mobilitarsi contro il genocidio perfino nel caso di piccole nazioni, come la Bosnia o il Ruanda, prive dell’enorme influenza della Cina. In questo caso, non c’è la minima possibilità di una risposta militare per mettere fine ai tormenti degli uiguri; nonostante la comunità internazionale, in teoria, potrebbe condizionare lo sviluppo e l’intensità dei traffici commerciali con la Cina al miglioramento dei diritti umani, in pratica, pochi leader politici sarebbero disposti a nuocere alla propria economia per ottenere qualcosa. Inoltre, nessuno ha il fegato di boicottare le Olimpiadi invernali di Pechino del 2022, sebbene la minaccia potrebbe costituire un’efficace arma di pressione, dato il valore propagandistico dei giochi per la Cina.

David Scheffer, un ex ambasciatore straordinario per i crimini di guerra degli Stati Uniti, martedì scorso ha detto alla CNN che una sanzione potrebbe consistere nell’etichettare le merci dello Xinjiang come il prodotto del lavoro forzato o di una nazione “genocida”. Misure mirate come le sanzioni individuali su personalità del governo cinese sono, inoltre, un’altra opzione; e anche la ripetuta condanna di Pechino a tutti i livelli della diplomazia potrebbe mettere in imbarazzo la Cina ed indurla a cambiare atteggiamento. 

Ma una tale campagna finirebbe per scontrarsi con l’argomento che viene sbandierato ogni volta che emergono motivi di contrasto con il governo cinese (dalla repressione dell’opposizione democratica di Hong Kong allo spionaggio economico e al furto di tecnologia in Occidente e alla violazione delle regole commerciali internazionali): non cambierebbe nulla. Perché? Perché, si dice, la Cina è ormai così ricca e potente che è impossibile metterla in imbarazzo. Inoltre, si è messa su una rotta autoritaria che ormai è difficile cambiare. Ma le cose stanno davvero così?

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