Dalla difesa all’attacco. Covid, ma quando finirà?

covid testing

Il 21 dicembre l’Agenzia Europea per i medicinali (EMA) si è riunita per l’approvazione del vaccino contro il coronavirus sviluppato da BioNTech e da Pfizer.

Questo incontro per la somministrazione del farmaco nei paesi dell’unione europea è arrivato settimane dopo l’autorizzazione in Gran Bretagna, negli Stati Uniti e in Svizzera. In Svizzera le vaccinazioni inizieranno il 4 gennaio nel cantone di Zurigo. I primi saranno gli over 75, poi seguono gli over 65, gli operatori sanitari e i residenti delle istituzioni. Da aprile, toccherà al resto della popolazione.
In Texas l’ospedale di Galveston ha già iniziato le campagne. In particolare, i primi candidati provengono dal personale sanitario dello stesso. Già dall’8 dicembre in Inghilterra le vaccinazioni hanno luogo. La campagna si tiene in 50 ospedali; verranno immunizzati per primi quelli con più di 80 anni, gli operatori sanitari e il personale delle case per anziani.
In Italia, invece, si parla di Vaccine Day. Il 27 dicembre è il giorno scelto per la somministrazione simbolica di 9750 dosi. Subito dopo, inizierà la gestione ordinaria. Le dosi saranno consegnate direttamente da Pfizer in un unico punto nazionale, l’Ospedale Spallanzani di Roma, e distribuite dalle forze armate a tutte le regioni e alle province autonome. Il maggior numero di dosi sarà concesso alla Lombardia e a seguire all’Emilia Romagna.

Il vaccino Pfizer-BioNTech ha un’efficacia del 95%, ma non si sa ancora quanto duri la sua copertura e se serva un richiamo: si stima che la sua efficacia durerà per almeno un anno. Ci sono dati che saranno a disposizione solo con la vaccinazione di un ampio numero di individui. In questa prima fase e per i primi 2 o 3 mesi, il vaccino sarà coordinato e somministrato attraverso la struttura commissariale e le regioni.

Il vaccino è destinato a prevenire la malattia da COVID-19 nei soggetti di età pari o superiore a 16 anni ed è il primo caso di approvazione e di utilizzo della nuova tecnologia di vaccino a RNA. Si tratta di una tecnica di vaccinazione fino ad oggi sperimentale che consiste nell’inserimento di frammenti di RNA messaggero nelle cellule umane in modo da indurre la produzione di antigeni di organismi patogeni (ad esempio virus) o antigeni tumorali, che poi stimolano una risposta immunitaria adattativa.

Sia chiaro: il vaccino non contiene il virus e non può provocare la malattia, lo scopo è generare una reazione del sistema immunitario senza pericolo alcuno. La molecola di mRNA è contenuta in un mezzo per la somministrazione di farmaci per proteggere i fragili filamenti di mRNA e favorire la loro entrata nelle cellule umane. 

La fragilità della molecola di mRNA richiede una conservazione e distribuzione a bassa temperatura, con il rischio di compromettere l’efficacia effettiva a causa di dosaggi inadeguati. Questo motivo è la base delle difficoltà maggiori della logistica e ha implicato l’adozione di dispositivi frigoriferi in grado di mantenere una temperatura intorno a -70 gradi centigradi.

Prima di novembre 2020 nessun vaccino, farmaco o piattaforma tecnologica a mRNA erano mai stati approvati per l’uso sugli esseri umani, e prima del 2020 l’mRNA era considerato solo un’ipotesi teorica o sperimentale per l’uso umano. L’emergenza Covid-19 ha spinto il mondo scientifico e le case farmaceutiche ad una collaborazione mai vista prima per ottenere un vaccino sicuro, efficace e disponibile in breve tempo. Anche la politica ha dato il suo contributo con gli investimenti economici che sono serviti a finanziare la ricerca. La differenza nei confronti dei vaccini proteici cui normalmente siamo abituati va oltre il funzionamento: in questo caso si parla di necessità. La velocità e i costi di produzione sono notevolmente minori e nella situazione attuale era ciò di cui si aveva bisogno. Inoltre, nel caso il virus dovesse mutare, le modifiche sono effettuabili facilmente. Quando è stata scoperta la nuova variante inglese, Pfizer ha detto che sarebbe bastate 6 settimane per adattare il farmaco.

Gli studi sui vaccini anti COVID-19 sono iniziati nella primavera 2020, perciò sono durati pochi mesi rispetto ai tempi abituali, ma hanno visto la partecipazione di un numero assai elevato di persone: dieci volte superiore agli standard degli studi analoghi per lo sviluppo dei vaccini. Perciò è stato possibile realizzare uno studio di grandi dimensioni, sufficienti per dimostrare efficacia e sicurezza e non è stata saltata nessuna delle regolari fasi di verifica dell’efficacia e della sicurezza del vaccino.

Le reazioni avverse osservate più frequentemente nello studio sul vaccino sono state in genere di entità lieve o moderata e si sono risolte entro pochi giorni dalla vaccinazione. Tra queste figuravano dolore e gonfiore nel sito di iniezione, stanchezza, mal di testa, dolore ai muscoli e alle articolazioni, brividi e febbre. Arrossamento nel sito di iniezione e nausea si sono verificati in meno di 1 persona su 10. Prurito nel sito di iniezione, dolore agli arti, ingrossamento dei linfonodi, difficoltà ad addormentarsi e sensazione di malessere sono stati effetti non comuni, che hanno interessato meno di 1 persona su 100. Debolezza nei muscoli di un lato del viso si è verificata raramente, in meno di 1 persona su 1000.

Quasi un anno di pandemia e quasi due milioni di morti, il vaccino è la prima vera offensiva contro il virus, eppure rimane incerto quando si possa dichiarare la fine reale di questo periodo.

In generale, il punto di fine epidemiologico è il momento in cui la proporzione di popolazione immune è tale che la diffusione si interrompe spontaneamente. Alternativamente, si può giungere ad una sorta di transizione ad una nuova forma di normalità, vale a dire si può parlare di termine della malattia il momento in cui gli aspetti sociali ed economici della vita riprendono senza timore della mortalità o della crisi legata al virus.

Il punto epidemiologico muta a seconda del paese e dipende da diversi fattori. Da luogo a luogo, cambia la popolazione e la conseguente resistenza immunitaria e genetica, è diversa la variante del virus e soprattutto la gestione che è stata fatta dell’emergenza. Occorre far chiarezza sui criteri in base ai quali si può condurre questa analisi.

L’elemento principale è il vaccino: la copertura e l’efficacia sono le variabili più importanti e cruciali per poter determinare la fine di questo periodo.

Il livello di immunità naturale nella popolazione esposta è il secondo parametro per importanza. Globalmente vi sono stati quasi 80 milioni di contagiati. Mentre ci sono poche documentazioni riguardo i casi di infezioni ripresentatesi negli stessi soggetti, molti esperti ritengono che la maggior parte di coloro che sono stati esposti abbiano sviluppato una certa forma di immunità. Anzi, si stima che i casi non registrati siano in un intervallo che va da 3:1 a 10:1. Tra i 90 e i 300 milioni di persone potrebbero godere di immunità naturale nel mondo.

Inoltre, occorre osservare che il tasso di infezione varia fortemente a seconda della zona geografica. Per esempio, in alcuni posti, come Mumbai e New York, la positività raggiunge poco più del 50%, al contrario, in altri si parla di 10% o addirittura del 5%.

Recenti studi hanno suggerito che un numero importante di persone che non hanno contratto il covid-19 hanno mostrato un certo grado di immunità allo stesso e molti di questi casi sono stati ricondotti al fatto di aver avuto in precedenza altri tipi di coronavirus. Analogamente, si è riscontrato che nei paesi in cui è necessaria la vaccinazione per la tubercolosi il basso tasso di contagi per covid sia correlato a quest’ultima.

La soglia per raggiungere l’immunità di gregge è la percentuale di popolazione che deve sviluppare immunità per malattia per prevenire una futura trasmissione. In generale, questa stima si raggiunge con una semplice formula: si sottrae ad 1 il reciproco del numero di riproduttività base. Considerando che il valore di quest’ultimo va da 2 a 4, si ottiene una stima dal 50% al 75%. Tuttavia, molti epidemiologi hanno costruito dei modelli dinamici del covid-19 che tengono conto dell’eterogeneità della popolazione e dei diversi fattori hanno ottenuto una valutazione inferiore rispetto alle aspettative. Si parla di una soglia tra il 40% e 50%.
Per esempio, allo stato attuale si può prevedere che gli Stati Uniti raggiungano il punto epidemiologico nel terzo o nel quarto trimestre del 2021.

In altri luoghi, il termine temporale cambia in quanto mutano le possibilità di accesso e di distribuzione del vaccino. Si potrebbe dire che in alcune regioni il covid-19 si comporta come il morbillo, vale a dire è una malattia persistente, non un pericolo giorno per giorno.

D’altra parte, la fine intesa come transizione a una qualche nuova forma di normalità, ovvero una convivenza con il virus, il termine della pandemia potrebbe arrivare molto più rapidamente dell’immunità. Per gli Stati Uniti e i paesi più forti economicamente si prevede il primo o il secondo trimestre del 2021.

La stima dipende principalmente dalla diminuzione della mortalità. In secondo luogo, il problema si concentra non tanto sulla contagiosità, quanto sulla mortalità e sul lungo periodo di degenza dovuto alle complicazioni dei pazienti.

Molti paesi hanno fatto progressi significativi nel ridurre il numero di morti e di ospedalizzazioni legate al covid-19: una transizione alla normalità si traduce nel fatto che le persone arrivino ad essere in confidenza con la propria vita, nonostante la costante minaccia del virus. L’obiettivo principale è ritornare a rapportarsi alle cure mediche come accadeva prima della pandemia.

È interessante osservare che i criteri su cui basare questa analisi sono molteplici. 
Innanzitutto il continuo miglioramento da parte del governo nell’applicazione degli interventi di pubblica sanità: non devono essere più necessari limiti alle attività sociali ed economiche.
La conformità e il rispetto delle misure di pubblica sanità, un’accurata e ampia gamma di test diagnostici, il continuo miglioramento nelle terapie al fine di ridurre i tempi di degenza, soprattutto per i ricoveri gravi, questi sono gli elementi oggettivi che fanno la differenza.
Al tempo stesso si tratta di attendere che la pressione mediatica e lo stigma sociale termini e non lasci traccia.

La transizione alla normalità è un’importante pietra miliare economica e sociale, l’immunità di gregge è la fine definitiva della pandemia. Non si può avere l’una senza l’altra alla fine dei conti.

Il vaccino è un passo importante, è il segnale che non occorre più correre ai ripari, ma si può attaccare, giocare con le stesse carte, tuttavia occorre trovare coraggio e, nel rispetto delle norme, vivere con la stessa dignità che è sempre stata propria dell’uomo.

Rosario Pullano

Rosario Pullano è studente del Politecnico di Torino, dove frequenta il corso di laurea magistrale Physics of complex systems, percorso internazionale interateneo tra icpt, sissa e alcune università di Parigi. Nasce a Catanzaro l’8 febbraio 1997. All’età di 5 anni si trasferisce con la famiglia a Trieste. Si forma presso il Liceo Classico “Dante Alighieri” e, successivamente, studia all’università “La Sapienza” di Roma, dove consegue la laurea triennale in fisica. Si trasferisce a Bologna un anno, dove completa il corso di alta formazione in finanza matematica. Il 21 novembre 2016 è tra i vincitori nella categoria “Giovani Promesse” nella Sezione Poesia singola del “Concorso letterario internazionale Michelangelo Buonarroti”. Pubblica la raccolta di poesie “Memorie del futuro: sentimenti” nel 2019 con la casa editrice EuropaEdizioni. Ad oggi, continua a scrivere in ambito creativo e in ambito giornalistico e segue le sue ispirazioni imprenditoriali occupandosi di progetti di start up relativi al mondo dell'innovazione dei servizi digitali. 

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