Terremoto, il vero scandalo

“Quel che ci parla, mi pare, è sempre l’avvenimento, l’insolito, lo straordinario: articoli in prima pagina su cinque colonne, titoli a lettere cubitali. I treni cominciano ad esistere soltanto quando deragliano, e più morti ci sono fra i viaggiatori, più i treni esistono; gli aerei hanno il diritto di esistere solo quando sono dirottati; le macchine hanno come unico destino quello di schiantarsi contro i platani […] tanti sono i morti e tanto meglio per l’informazione se le cifre non fanno che aumentare! Dentro ad un avvenimento ci deve essere uno scandalo, un’incrinatura, un pericolo, come se la vita dovesse rivelarsi soltanto attraverso lo spettacolare, come se l’esemplare, il significativo fosse sempre anormale: cataclismi naturali o sconvolgimenti storici, conflitti sociali, scandali politici …”.

di Marta Zaetta

terremoto amatrice

Amatrice, 24 agosto 2016
(AP Photo/Alessandra Tarantino)

Con questa riflessione si apre L’infra-ordinario (dal titolo originale francese, L’infra-ordinaire) una raccolta di testi scritti da Georges Perec tra il 1973 e il 1981, pubblicata in Italia nel 1994 dalla Bollati Boringhieri di Torino.

Nel pezzo di apertura, intitolato “Approcci di cosa?”, l’autore si chiede se “nella precipitazione che abbiamo di misurare lo storico, il rivelatore, non dimentichiamo però l’essenziale: ciò che è davvero intollerabile, veramente inammissibile […]. I maremoti, le eruzioni vulcaniche, i grattacieli che crollano, gli incendi boschivi, le gallerie che sprofondano […] Orribile! Terribile! Mostruoso! Scandaloso!”. “Ma dov’è lo scandalo? Il vero scandalo?”, si chiede l’autore.

Certo, lo sappiamo, lo abbiamo letto su tutti i giornali e ne abbiamo parlato anche su SocialNews, ma la domanda che Perec pone è più insidiosa di quel che sembra perché non è protesa a rivelare un passato tradito (quella che avrebbe dovuto essere una buona ordinaria amministrazione della cosa pubblica), né è rivolta alle pratiche di gestione straordinarie del post-terremoto. Infatti egli replica: “Il giornale non ci ha detto altro che: state tranquilli, ecco la prova che la vita esiste, con i suoi alti e bassi, ecco la prova che qualcosa succede pur sempre”.

I nostri pensieri sono dunque rivolti alle vittime del terremoto che più non potranno vivere “quello che si ripete ogni giorno, il banale, il quotidiano, l’evidente, il comune, l’ordinario, l’infra-ordinario, il rumore di fondo, l’abituale” (ovvero tutto ciò che Perec indaga e descrive nell’opera citata); ma questo contributo è destinato anche e soprattutto a chi rimane, vicino o lontano (con il corpo, il sentimento o anche solo con la mente) a quelle macerie.

A tutti noi, vivi, che in quanto tali ancora abbiamo la possibilità di interrogarci sulle “nostre maniere a tavola, i nostri utensili, i nostri strumenti, i nostri orari, i nostri ritmi”, Perec suggerisce:

“Fate l’inventario delle vostre tasche, della vostra borsa. Interrogatevi sulla provenienza, l’uso e il divenire di ogni oggetto che ne estraete.
Esaminate i vostri cucchiaini.
Cosa c’è sotto la carta da parati?
Quanti gesti occorrono per comporre un numero telefonico? Perché?
Perché non si trovano le sigarette in drogheria? Perché no?
Poco importa che queste domande siano frammentarie, appena indicative di un metodo, al massimo di un progetto. Molto importa, invece, che siano triviali e futili: è precisamente questo che le rende altrettanto, se non addirittura più essenziali, di tante altre attraverso le quali abbiamo tentato invano di afferrare la nostra verità”.

di Marta Zaetta,

Collaboratrice SocialNews

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