Quando lo sport fa la differenza: tanti esempi illustri nel mondo

Oramai sempre più discipline ricoprono un ruolo fondamentale nella promozione e nella costruzione di “pratiche sociali”

Gabriella Russian

http://www.edusport.org.zm/

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È sufficiente effettuare una rapida ricerca per rendersi conto come, a livello internazionale, lo sport non sia più considerato una pratica circoscritta all’acquisizione di competenze tecniche o di benefici psico-fisici, ma che rivesta, ormai, un ruolo di primo piano nella promozione e nella costruzione di “pratiche sociali”. Ad un anno dalla seconda Giornata Mondiale per lo Sport, lo Sviluppo e la Pace, tenutasi il 6 aprile 2015, è utile ricordare che, durante la conferenza indetta dall’ONU “Azione congiunta verso lo sviluppo sostenibile per tutti attraverso lo sport”, indetta a New York, il Segretario Generale Ban Ki-moon ha dichiarato: “Lo sport incoraggia gli individui ad affrontare le sfide, a costruire relazioni interpersonali e ad unire gli sforzi verso obiettivi condivisi. Esso può aiutare a far proseguire la scuola ai bambini, promuovendo sia le capacità di leadership, sia stili di vita sani, sostenendo anche le persone emarginate”.
Lo sport, infatti, si sta affermando sempre più come uno strumento fondamentale per molti progetti di sviluppo sociale promossi soprattutto da ONG o Associazioni Umanitarie, ma non soltanto, in tutto il mondo.

Numerosi gli esempi, come il progetto Slums Dunk – il termine è una storpiatura della parola slam dunk (schiacciata), dove slum significa baraccopoli – dell’Associazione Altropallone Asd Onlus. Realizzato nel 2014 per la comunità della baraccopoli di Mathare, Kenya, il progetto ha scelto il basket come strumento per coinvolgere, mobilitare ed attirare i beneficiari (sia ragazzi, sia ragazze), ed è stato utilizzato per favorire l’educazione primaria all’interno di venti scuole informali della slum. Insieme allo sport, infatti, l’educazione rappresenta la spinta per un reale sviluppo delle potenzialità dei bambini e dei giovani abitanti della baraccopoli. Con l’obiettivo di tutelare l’infanzia, è nata, invece, l’iniziativa “Facciamo muro contro la povertà”, promossa da Amref Health Africa in collaborazione con il Trentino Volley e destinata ai ragazzi di strada di Dagoretti, Kenya. Tra i diversi obiettivi perseguiti dal progetto, vi è quello di riabilitare i ragazzi attraverso i valori e le regole della pallavolo. Il “volley di strada” intende, infatti, creare nuove occasioni ed opportunità per i suoi beneficiari. La ONG zambiana EduSport Foundation, con il programma “Green sport”, utilizza lo sport e l’attività fisica per aumentare la consapevolezza dei ragazzi sui diversi problemi riguardanti l’ambiente, in particolare come si possa proteggere e tutelare. All’interno dei vari tornei sportivi organizzati, le squadre accumulano punti non solo vincendo le competizioni, ma anche portando a termine compiti comunitari. Anche l’ente Streetfootballworld promuove l’inclusione sociale attraverso lo sport, in particolare attraverso il calcio. Il calcio, infatti, viene considerato, innanzitutto, una forza unificante, un linguaggio universale, dotato del potere di infondere senso di comunità e unione.
Tutti i programmi si basano su tre valori fondamentali: inclusione, lavoro di squadra e fair play.
Un esempio per tutti è il programma del 2014 “Dialogue for peace”, attivato in Giordania e poi diffuso in Medio Oriente, finalizzato ad abbattere le barriere razziali tra i giovani rifugiati siriani e i bambini giordani. Il programma viene realizzato in luoghi inclusivi sicuri per i suoi partecipanti, all’interno di campi profughi e delle comunità di accoglienza lungo il confine con la Siria, dove i bambini possono giocare e imparare insieme. Il gioco di squadra, infatti, ha alla base il dialogo e la fiducia, elementi che riescono a costruire nell’individuo auto-consapevolezza, appartenenza e fiducia.

Anche in Italia, Paese di destinazione per migliaia di migranti, il 28 gennaio 2013 è stato creato dal Coni e dall’Anci (l’Associazione Nazionale Comuni Italiani), con il sostegno di ANG (Agenzia Nazionale per i Giovani) e promosso da un raggruppamento di sei Federazioni Sportive Nazionali (FIH, FIBa, FGI, FICK, FIJLKAM, FIPAV), il protocollo “Sport modello di vita”, uno strumento di integrazione alla socialità, per rendere più agevole la pratica sportiva ai minori stranieri. Il protocollo è nato prevalentemente per facilitare l’accesso dei minori stranieri alle attività sportive gestite dalle strutture federate Coni. Il documento intende mettere in pratica una serie di “impegni” affinché l’integrazione diventi parte di una cultura moderna che elimini la concezione di diversità come concetto estraneo all’io e la consideri, invece, elemento integrante di un impegno che coinvolga la società. Merita, quindi, focalizzarsi sul concetto, più che sulla pratica, che lo sport rappresenta. La possibilità di modellare la proposta sportiva al contesto, che si parli di una baraccopoli o di un campo profughi, e/o alle esigenze, che si tratti di minori esclusi dall’educazione scolastica in Africa o di giovani migranti presenti nei Comuni italiani, è una caratteristica quasi unica e fondamentale che consente di poter pianificare in modo ottimale l’attività da svolgere al fine di raggiungere gli obiettivi sperati. Tale caratteristica non compromette a nessuno, in nessun caso, l’accessibilità alla pratica sportiva. Non deve, infine, essere tralasciato il fatto che lo sport non va inteso solo con riferimento alle discipline tradizionali, ma può riferirsi anche agli sport locali, consentendo un prezioso scambio di conoscenza e di cultura.


Gabriella Russian
, dirigente di @uxilia onlus

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