Siriani in transito: Catania, Milano, Malmoe

Una mostra e un viaggio raccontano il silenzioso passaggio di decine di migliaia di richiedenti asilo dalla Stazione Centrale diretti al nord

Anna Pasotti

29 SwedenSpesso arrivano in grandi gruppi: i vestiti leggeri e logori, gli occhi stanchi in attesa di un letto, una doccia calda e un pasto. A Milano, da ottobre 2013 a settembre 2015 ne sono passati più di 65.000. Famiglie, anziani, persone con disabilità e ragazzi o uomini soli: sono i profughi siriani. Come volontarie e operatrici nei centri li abbiamo visti passare quasi tutti. Alla fine del 2013 i Siriani hanno iniziato ad arrivare in Italia via mare, da Libia ed Egitto, nella maggior parte dei casi. Il loro scopo era quello di attraversare l’Europa per giungere in Svezia, il primo Paese europeo a promettere ospitalità ai Siriani in fuga dalla guerra.
L’unico modo per presentare la domanda d’asilo in un Paese dell’Unione Europea è, infatti, dall’interno del Paese stesso e non esistono visti temporanei che permettano di entrare legalmente nel territorio desiderato per inoltrare l’istanza. Affidarsi ai trafficanti di mare diventa l’unica via. Presto ci accorgiamo che non è solo il viaggio in mare ad essere pericoloso: Milano è diventata la tappa intermedia di un viaggio stremante, spesso traumatizzante, a causa di normative che obbligano i Siriani a muoversi invisibili attraverso il nostro continente.

Quando Nur, bambina di 7 anni, viene lasciata a Milano con gli zii, la prima volta dalla madre e la seconda dal padre perché non ci stava sulla macchina del trafficante, sentiamo l’urgenza di denunciare il viaggio a cui queste persone sono obbligate dai regolamenti europei. Decidiamo così, una fotografa e tre mediatrici interculturali, di ricostruire su tre tappe – Catania, Milano e Malmoe – quella che fino a pochi mesi fa è stata la rotta più calpestata dai profughi siriani verso il nord Europa. Dopo essere stati salvati dalle navi della marina italiana, i Siriani vengono condotti in centri o palestre adibite a tali in Sicilia. Con i primi arrivi giungevano a Milano storie di persone alle quali le forze dell’ordine italiane avevano preso le impronte digitali con la forza.
Secondo il regolamento di Dublino III, la persona che intende presentare domanda di asilo può farlo solo nel primo Paese dell’Unione in cui mette piede. I dati vengono inseriti in un database europeo. Chi inoltra l’istanza in un altro Paese viene rimandato nello Stato di prima identificazione. I Siriani intendono continuare il loro viaggio perché l’Italia non ha garantito loro l’asilo (a differenza di Svezia e, in seguito, Germania) e perché il sistema di accoglienza italiano ha tempistiche molto lunghe e offre spesso servizi mediocri senza piani per l’inserimento sociale.
Per continuare, però, devono riuscire a non essere fermati in nessuna frontiera, pena l’essere rimandati in Italia e dover presentare la domanda di asilo qui.
Diventa presto chiaro al Governo italiano che il numero di persone desiderose di passare dall’Italia per andare in nord Europa continuerà ad aumentare.
Viene deciso, unilateralmente, che i Siriani potranno passare attraverso il nostro territorio senza essere identificati o fermati. Chi arriva in Sicilia viene quindi lasciato libero di uscire dai centri per recarsi a Catania e, da lì, prendere il treno per Milano, punto di snodo per il nord Europa.1 Sicily

Arriviamo a Catania in un giorno di sole e vento. Ci accoglie un gruppo di un centinaio di persone tutte attente ad ascoltare Nawal, attivista italo-marocchina. In assenza di un’istituzione di qualsiasi tipo, Nawal, ed il gruppo di volontari che la supporta, è la loro unica fonte di informazioni. È lei a gestire la prima accoglienza, dagli ospedali a come trovare del cibo a basso costo, e a spiegare loro le leggi europee e gli stratagemmi per non farsi truffare dai trafficanti. Tutto ciò sei giorni su sette, reperibile 24 ore al giorno.
A Catania abbiamo accompagnato Nawal nel suo lavoro: abbiamo seguito una famiglia con un figlio di 2 anni ricoverato in ospedale per disidratazione dopo 5 giorni in mare, e aiutato gruppi di centinaia di persone ad acquistare i biglietti del treno.
Siamo arrivate temendo difficoltà di comunicazione con persone appena scampate a quello che viene spesso chiamato “il viaggio del suicidio”. Siamo, invece, state investite dall’emozione e dall’euforia di chi si ritrovava finalmente in Europa, vivo.
Abbiamo sentito la speranza per il futuro. In pochi avevano capito che questo era solo l’inizio di un lungo e costosissimo viaggio che avrebbe trasformato la loro gioia in agonia. “In Sicilia ci siamo sentiti arrivati” afferma Nibal, una mamma di 32 anni.

Da Catania siamo partite in treno per Milano con un gruppo di 74 Siriani, tra i quali moltissimi bambini. Solo una volta sul treno le persone hanno iniziato a rendersi conto della quantità di difficoltà ed incognite che si paravano davanti a loro. Qui iniziavano anche a realizzare di essere stanche e sporche, di essere diventate ufficialmente profughi. “Le informazioni apprese non erano corrette, non avevamo capito cosa fosse l’Europa. Anche solo passare da uno Stato all’altro, pensavamo sarebbe stato facile, veloce. Ma è difficile… Pensavamo che saremmo arrivati subito al nord.
Sul treno per Milano ogni famiglia aveva con sé 1.000 Euro. Non avevamo capito di aver bisogno della stessa quantità di soldi per ognuno di noi” racconta Ayman, il padre di una bambina di 4 anni scappato da Aleppo perché fotografava le manifestazioni contro il regime.
A Milano la situazione è diversa: il Comune ha aperto dei centri di accoglienza appositi per i Siriani. In questi centri gli ospiti non sono obbligati a rilasciare le proprie impronte o a presentare domanda di asilo. Possono riposare per qualche giorno, vedere un medico e partire quando sono pronti. Purtroppo, ciò ha reso Milano uno dei centri di profitto più grandi d’Europa per le reti di trafficanti di terra. 13 Milan
Da Milano, un passaggio in auto fino alla Svezia costa 700 Euro a persona, e l’arrivo non è garantito.
I trafficanti ritirano il denaro il giorno prima della partenza e, spesso, non tornano per i passeggeri il giorno dopo. Interi nuclei familiari sono stati abbandonati senza soldi in aree di servizio in autostrada o vicino al confine con l’Austria, dove i cartelli sono bilingue, convinti di essere in Germania. A volte, le macchine vengono fermate ai confini e i passeggeri, arrestati e segnalati, rilasciati sul lato italiano del confine. Dato che l’Italia ha deciso di non registrare i Siriani, la polizia degli Stati confinanti è spesso molto attenta alle frontiere per respingerli. Affidandosi completamente ai trafficanti, spesso le famiglie vengono divise. I Siriani si muovono solitamente in nuclei familiari molto numerosi, composti anche da 10 o 15 membri, mentre le auto dei trafficanti hanno solo quattro posti. A rimanere indietro sono, nella maggior parte dei casi, i figli più grandi, i quali, a volte, non sono nemmeno maggiorenni. Per di più, una volta attraversato il confine, spesso le famiglie perdono i contatti telefonici e la possibilità di comunicare con chi è rimasto indietro. Ahmad, un ragazzino di 17 anni del nord della Siria, è rimasto a Milano per permettere alla madre e ai quattro fratellini di partire schiacciati dentro la stessa macchina. Per tutto il tempo in cui è rimasto a Milano, prima di provare ad andare in Germania, non aveva idea di dove fossero.

Non tutti partono in macchina: qualcuno sceglie il treno, anche se bisogna attraversare molti confini ed evitare la Svizzera, perché meno costoso. C’è chi è rimasto a Milano anche mesi, in attesa dei soldi per continuare il viaggio. Chi resta si ritrova intrappolato in un limbo in un Paese che non lo vuole e dove deve cercare di rimanere invisibile. Milano diventa tappa di attesa, di stallo.
Qui i confini europei diventano tangibili
. Dopo Milano arriva la Svezia. La Svezia come traguardo desiderato dalla maggior parte delle persone che abbiamo incontrato, la Svezia come terra promessa. Solo una volta arrivate lì ci siamo, come loro, scontrate con la realtà.

A differenza dell’Italia, la Svezia offre un sistema di richiesta d’asilo molto efficiente: all’inizio i profughi vengono ospitati in hotel gestiti dal Governo. Poi vengono spostati in appartamenti dove attendono, per un massimo di sei mesi, l’esito della domanda di asilo. Se la risposta è positiva, i rifugiati ricevono una casa non arredata e un sussidio mensile. Gli adulti devono seguire un corso intensivo di Svedese e partecipare ad incontri di orientamento lavorativo. I bambini, invece, vengono inseriti in classi ponte per stranieri e, poco dopo, nelle classi svedesi. Questo sistema è meno assistenzialista di quello italiano, ma crea un forte senso di smarrimento e solitudine iniziale, oltre che un forte stress economico soprattutto per le famiglie di grandi dimensioni: la vita costa molto e gli spazi da percorrere sono molto ampi. Per lavorare è quindi necessario disporre di una macchina. A ciò si aggiunge la necessità di comprare i mobili per la casa, cibo e vestiti. In Svezia abbiamo trovato molta disillusione. Qui le persone realizzano che, ora che sono arrivate, devono cominciare a ricostruirsi una vita. È qui che capiscono di aver definitivamente abbandonato casa loro. In Svezia, i Siriani hanno anche il tempo di ripensare al viaggio a cui sono stati obbligati per mettersi in salvo. Realizzano di essere stati trattati come persone di serie b dal sistema europeo. Moez ci confessa che “Tutto nel viaggio ti rende debole. La cosa più difficile è realizzare che avresti potuto perdere la tua famiglia, sì. Siamo scappati dalla guerra per stare meglio. Ti sorprende come il viaggio sia peggiore della guerra.”

Anna Pasotti, Associazione Siriani in Transito

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