Migranti ambientali: crescono i rifugiati dalle calamità naturali

Il 30 novembre i capi di Stato di 195 paesi, tra cui Stati Uniti e Cina, hanno inaugurato la Conferenza sul clima o Cop21. Si discuterà sino all’11 dicembre per stabilire delle misure efficaci contro il surriscaldamento globale e tutti i fenomeni connessi. Nel frattempo aumenta il numero di migranti ambientali che fuggono dalle aree devastate dalle calamità naturali.

Maria Grazia Sanna

Credits photo: asud.net

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Il noto naturalista Lamarck aveva dimostrato nella sua teoria dell’evoluzione della specie che chi sopravvive non è il più forte, ma chi si sa meglio adattare ai cambiamenti ambientali. Quel che però Lamarck non aveva previsto è che a fronte di un’evoluzione dell’ecosistema come quella odierna, persino il più adattabile rischia di soccombere. Decidere di spostarsi, cambiare casa e costruire una vita in un nuovo paese d’accoglienza contraddice gli studi di Lamarck basati sull’evoluzione nel caso di mutamenti imprevisti delle circostanze, ma rappresenta una delle poche possibilità di resistere e non scomparire per determinate fasce di popolazione, che sentiremo nominare sempre più spesso, i migranti climatici. Ma chi sono questi nomadi e quali sono le vere ragioni dei loro spostamenti?

Stando a quanto presentato nell’ultimo dossier dell’Internal Displacement Monitoring centre risalente al 2013, nel solo 2012 sono state 32,4 milioni le persone che hanno dovuto abbandonare la loro casa in seguito a alluvioni, cicloni, terremoti, tempeste tropicali. Tra questi la maggior parte sono partiti dall’India, la Cina, le Filippine, la Papua New Guinea ed altri centri dell’Asia e dell’Africa andando ad inglobarsi ad un flusso di arrivi in Europa già incontrollabile.

Il fenomeno ha avuto risonanza sempre più ampia a partire dal 2008 quando sulle coste dell’Oceano Indiano si abbatté un violento Tsunami che distrusse e sommerse parte del territorio strappando la vita di migliaia di persone. Da allora la paura è diventata un modus vivendi di chi è sopravvissuto e ha deciso di restare nelle aree colpite.

Inondazioni, cicloni e fenomeni atmosferici di questo tipo sono oggi presenti con grado di intensità diversa in tutto il mondo e se in Europa e nei paesi più sviluppati si rimane perché le condizioni socio-economiche permettono ancora di mantenere un certo standard di vita, in certe aree dell’Asia, dell’America Latina, dell’Africa toccate da siccità, è difficile recuperare persino risorse di prima necessità, come l’acqua.

La causa principale è il surriscaldamento globale: secondo l’ultimo rapporto della WMO (World Meteorological Organization), il 2015 potrebbe rivelarsi come l’anno più caldo dall’inizio dell’era industriale nel 1880-90 con una temperatura media superiore ai 14.57° C registrati nel 2014.

Questo dato conferma il pericolo specialmente per quelle aree che si trovano nella fascia dell’equatore e si affacciano sull’oceano e che, anche secondo gli studi presentati da ND GAIN, risultano le località col tasso più alto di rischio di vulnerabilità nei principali settori di supporto alla vita: la salute, l’acqua, il cibo, l’habitat umano, i servizi di ecosistema e le infrastrutture (la Somalia, l’Eritrea, il Sudan, il Burundi, la Papua New Guinea e la Mauritania).

Si salvano per il momento Regno Unito, Norvegia, Germania, Canada, Federazione Russa e Svizzera, considerate tra quelle a bassissima percentuale di vulnerabilità, ma non per questo da ritenersi fuori pericolo. La novità di questo nuovo fenomeno di migrazione ambientale è infatti che potrebbe arrivare a colpire tutti anche tra soli 20 anni. Per questo occorre fare presto.

L’eventualità di danni ambientali irreversibili è un campanello d’allarme che suona ormai da tempo e, seppur in ritardo, per i rappresentanti di 195 paesi riuniti per la Cop21 in questi giorni a Parigi, è il momento di lavorare con grande attenzione per la sottoscrizione e messa in pratica di obiettivi rapidi ed efficaci per la riduzione delle emissioni di Co2 e dell’effetto serra.

Se prevedere che cosa succederà l’11 dicembre alla chiusura dei lavori della Conferenza sul Clima è difficile, di sicuro c’è che i migranti ambientali aumenteranno con cifre che partono dai 25 milioni e potrebbero raggiungere anche 1 bilione entro il 2050. Quando le nazioni avranno predisposto un programma di salvataggio per le maggiori questioni ambientali, dovranno pensare ad un secondo piano per controllare gli ingenti movimenti di persone da una parte all’altra dell’emisfero terrestre che non prevedano fili spinati e violazione dei diritti umani. Vivere sostenibile: ecco cosa avrebbe potuto intendere Lamarck oggi per adattabilità.

Maria Grazia Sanna

Nata a Sassari il 14/08/1991, attualmente studio Comunicazione pubblica e d'impresa a Bologna e scrivo per Social News cercando di trovare connubio tra teoria e pratica. Appassionata di viaggi, cultura e politiche, ricerco sempre nuovi stimoli nelle esperienze quotidiane e in quelle all'estero. Ho vissuto in Francia come tirocinante, in Belgio come studentessa Erasmus e a Londra come ragazza alla pari ma questo è solo l'inizio. 

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