Umani o umanoidi: questo è il problema

Quanto ci percepiamo e siamo realmente apocalittici o integrati nel sistema-mondo

Ilaria Maria Di Battista 

Ecco, sembra essere giunta l’ora dei conti. Dopo aver promosso ed inneggiato alla globalizzazione -favorendo e rendendo sempre più pervasivo e sclerotizzante il modello competitivo insito nelle logiche neoliberiste – oggi rimaniamo indignati dalla follia e dalla crudeltà che proprio questa comporta. Ma cui prodest la globalizzazione, e cosa designa questo termine?

umani o umanoidi

Ci siamo abituati a pensarla come espressione concreta dell’ipercomplessità del cosiddetto sistema-mondo, come quel villaggio globale di cui parla McLuhan, nonché una panacea economica, tecnologico-digitale, informativa o infrastrutturale capace di estendere mercati, far circolare informazioni, conoscenze, merci e persone molto più semplicemente e velocemente che in passato. Ma vale per tutti? Se da un lato la dimensione macrosistemica sembra avere sempre più spesso la meglio su quella micro – che deve necessariamente conformarsi ad essa – dall’altro è utile a nostro parere interrogarsi su cosa voglia dire abitare un mondo globalizzante e globalizzato e che fine faccia in questo scenario la dimensione umana.

La domanda sorge spontanea: come ci percepiamo e come ci percepiscono i sistemi sociali a cui apparteniamo e in cui si radica parte della nostra identità frammentata, poliedrica e al tempo stesso fluida? Ci percepiamo persone integrate nel gruppo o semplicemente corpi funzionali alle logiche micro-macro sistemiche? In che misura nel nostro agire individuale e al tempo stesso sociale crediamo e siamo poi realmente apocalittici o integrati, leader o followers? Detto in altri termini, in che misura in-formiamo la realtà della nostra essenza di esseri umani unici e irripetibili nell’intero cosmo, e quanto invece ci con-formiamo rendendoci esseri sostituibili da chiunque sia competente o capace di assolvere al nostro compito?

anticonformismo, responsabilità individuale, responsabilità socialeNell’ipercomplessità sociale delineatasi nell’ultimo ventennio a volte sembra quasi impossibile non ritenerci “un elemento della macchina”, pur professandoci liberi. È come se non ci percepissimo tanto degli esseri umani, quanto piuttosto degli umanoidi sempre più alienati da un mondo insensato, folle e crudele. Molto spesso, osservando la realtà, ci sentiamo stranieri tra compatrioti e concittadini di persone straniere. Ebbene sì, perché è solo la “nuda vita”, cioè la nostra finitudine, a renderci esseri umani e persone socievoli ancor prima che esseri viventi vincolati da legami sociali a cui apparteniamo, ma di cui non sempre ci sentiamo parte integrata.

Additiamo spesso alla politica, all’economia e ai singoli sistemi di funzione della società le responsabilità del mondo in cui viviamo, di quanto accade intorno a noi. Eppure viviamo in un paese democratico dove si sostiene vengano rispettate le libertà inalienabili ed i diritti umani. Ma quanto e in che misura ci mettiamo singolarmente in gioco per cambiare o dare una forma diversa alla realtà vigente cercando di renderla un po’ meno estrinseca e più coerente alla nostra essenza umana?  Quanto siamo capaci di fare del nostro agire un’azione mobilitante a livello sociale?

Se ci limitiamo a cercare unicamente un posto da ricoprire nella società rischiamo di con-formarci ad essa diventando schiavi delle sue logiche e dei suoi stessi principi legittimanti. Corriamo il rischio di trasformarci in artefici della nostra stessa frammentazione ed alienazione identitaria, rivestendo il ruolo di spettatori conniventi di un sistema in cui stentiamo a riconoscerci.

Non è vero che siamo impotenti, così come non è altrettanto vero che il singolo (benché ricco e potente) possa ritenersi capace da solo di cambiare il mondo senza il consenso o l’appoggio, più o meno tacito, del resto dell’ambiente sociale che lo circonda. Siamo tutti dotati di un’arma forte e vincente: la nostra stessa esperienza di vita.

E’ infatti proprio la vita a poter comunicare nella sua singolarità e a diventare “parola agente”, ovvero parola al tempo stesso agita e mobilitante. Il nostro successo personale non risiede unicamente nel venderci meglio di altri, ma nell’adattare le nostre specificità a contesti diversi e plurimi in cui accettare la sfida di sollecitare e favorire un cambiamento sociale. Così facendo potremmo diventare davvero attori attivi di un cambiamento collettivo a cui poter contribuire con il nostro impegno e la nostra azione individuale. Il segreto? Non costruire semplicemente legami socialmente funzionali, ma relazioni umane in cui lo scambio abbia un valore emergente che ci nutre come persone e di cui possiamo nutrire l’ambiente.

Concludenleader o follower, anticonformismodo, solo facendo del nostro stesso agire una tecnica di promozione e legittimazione del significato contenuto nell’atto in sé e per sé faremo della nostra vita un unicum coerente e coeso che, con tenacia e volontà, potrà tentare di informare quel mondo, di cui spesso ci limitiamo a giudicare l’incoerenza o l’insensatezza, senza però riflettere autocriticamente sul nostro agire individuale.

Forse ciò che davvero il macro sistema tenta di sottrarci è la capacità critica e riflessiva, rendendoci schiavi di un’azione veloce, superficiale e transeunte che ci priva di un senso intrinseco radicato nella nostra storia di individui ed attori sociali. Non dimentichiamo infatti la nostra reale essenza di esseri umani, razionali, riflessivi e consapevoli. In quanto esseri sociali ci contraddistinguiamo per capacità di cooperazione, di costruzione e cura di relazioni autentiche nelle quali riconoscerci, e non piuttosto per essere unicamente e funzionalmente migliori su un mercato meramente quantitativo sempre più globale quanto competitivo e soggetto ad interessi più o meno di parte. Come agiamo personalmente in nome del famigerato interesse generale e cosa facciamo che abbia una reale utilità sociale? A questa domanda è possibile rispondere solo prendendo tempo, nonché riflettendo sul significato più o meno estensivo – dunque inclusivo – del termine “sociale” in cui trova legittimazione il nostro agire di individui come parte di una collettività.

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