Uomini che agiscono violenza: chi se ne occupa?

I media, spesso seguendo gli umori del momento, rappresentano il fenomeno del femminicidio talvolta amplificando la notizia. In questo modo non resta spazio per raccontare l’altra faccia della medaglia: restano escluse tutte quelle realtà che si impegnano per seguire gli uomini che hanno compiuto violenza affinché anche una prevenzione efficace diventi realtà.

In quest’ultimo periodo, i media hanno enfatizzato il fenomeno del femminicidio. L’interesse va di pari passo con le modifiche legislative effettuate sul tema, la legge sullo stalking di recente introduzione e la ratifica della Convenzione di Instabul.

I mass media colgono e rappresentano l’umore del momento, talvolta amplificando la notizia su questi comportamenti per svariati motivi. Tra quelli nobili, possiamo elencare il desiderio di fornire informazioni ed incentivare la discussione sul fenomeno. Poi vi sono quelli deteriori, quali le esigenze di vendita, l’approfondimento sui dettagli, l’utilizzo delle informazioni in modo pregiudiziale, indirizzando l’analisi dell’evento (un extracomunitario, una prostituta, ecc).

In ogni caso, qualunque sia la qualità dell’informazione, dobbiamo evidenziare come essa, nei confronti di questo fenomeno, non segue delle linee guida, ma si affidi al buon senso ed alla professionalità del singolo giornalista. Si assiste, quindi, ad una comunicazione che rischia di rivelarsi dannosa invece di assolvere al compito di collettore tra l’opinione pubblica e coloro i quali dovrebbero trovare le soluzioni per affrontare il problema (tecnici e politici). In passato, questa stessa problematica si ebbe per il fenomeno del comportamento suicidario. Dopo aver constatato che un’informazione “libera”, senza alcun riferimento regolatorio, aveva provocato danni oggettivi, riuniti, poi, sotto l’unica definizione di “effetto Werther”, si stilarono delle linee guida su come l’informazione sul suicidio dovesse essere posta dai mass media (soprattutto dalla carta stampata). A volte, purtroppo, le linee guida vengono forzate, ma, sostanzialmente, vengono rispettate. Attualmente, quindi, l’informazione costituisce una variabile insignificante del fenomeno suicidario. Allo stesso risultato dovremmo pervenire per il femminicidio e gli omicidi sbrigativamente denominati “passionali” o in “preda a raptus di follia” o, ancora, “in seguito a depressione”.

In Italia esistono associazioni che, dopo una formazione specifica, hanno iniziato a fornire agli uomini che agiscono violenza l’opportunità di cambiare il loro comportamento e la loro cultura relazionale attraverso gruppi psicoeducativi. I sodalizi attualmente presenti sul territorio nazionale sono circa quindici e sono dislocati prevalentemente nell’Italia centro-settentrionale. Dallo scorso mese di marzo si sono federati in un unico movimento nazionale, denominato RELIVE (Rete Libera Dalla Violenza), che avrà il compito di promuovere il contrasto al fenomeno della violenza di genere su tutto il territorio nazionale.

La questione della violenza agita (fisica, sessuale, psicologica, economica e persecutoria) non si può comunque limitare ai soli gruppi psicoeducativi. Questi rappresentano una prevenzione terziaria del fenomeno. Riuscire a produrre un vero cambiamento dei comportamenti violenti significa agire sul versante culturale della società, che dovrà predisporre azioni di prevenzione primaria coinvolgendo tutti i segmenti formativi dell’individuo, iniziando dalla scuola dell’infanzia. E’ auspicabile che, fin dalla prima fase della socializzazione dei bambini, vengano proposti progetti formativi che possano produrre un ripensamento della relazione di genere improntata al rispetto ed alla complementarietà della differenza.

Un profondo ripensamento del maschile e del femminile rappresenta l’unica chiave di volta per gettare le basi di una nuova società, nella quale i rapporti fra generi non siano basati su potere e controllo, ma su rispetto e collaborazione.

Farsi carico di questa delicata problematica significa mettere in discussione il modello sociale attuale per avviarsi verso un cambiamento strutturale dell’organizzazione comunitaria su temi quali lavoro, libertà, diritti, rispetto, relazione, coinvolgendo, quindi, ogni aspetto della vita dell’individuo fin dal primo momento della sua esistenza.

Calogero Anzallo, *Psichiatra-psiocoterapeuta-psicopatologo forense. Lavora presso l’ASS2 Isontina (Gorizia) con l’incarico in tematiche forensi. Socio fondatore dell’Ass. Inter Pares (aderente a RELIVE) che promuove il cambiamento negli uomini che agiscono violenza sulle donna; responsabile EDA in Friuli Venezia Giulia.

Calogero.anzallo@aas2.sanita.fvg.it

Bibliografia:

Riccardo Iacono: “Se questi sono uomini”. Ed. Chiarelettere, 2012

L. Lipperini; M. Murgia: “L’ho uccisa perché l’amavo-falso”. Ed. Laterza, 2013

Lucia Beltramini e Daniela Paci: “Il gioco del rispetto”, 2014

Angela Caporale

Giornalista pubblicista dal 2015, ha vissuto (e studiato) a Udine, Padova, Bologna e Parigi. Collabora con @uxilia e Socialnews dall’autunno 2011, è caporedattrice della rivista dal 2014. Giornalista, social media manager, addetta stampa freelance, si occupa prevalentemente di sociale e diritti umani. È caporedattore della rivista SocialNews in formato sia cartaceo che online, e Social media manager. 

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