Rieducazione come sinonimo di buona società

di Francesca Chiades

Per i minori bisogna eliminare il più possibile la recidività dei comportamenti penali. Per questo servono strutture diverse dal carcere

giustizia minorileL’integrazione, intesa nel più ampio senso del termine, genera da sempre dibattiti. In particolare, la reintegrazione dei soggetti imputati dalla legge italiana e, spesso a causa dei media, additati come colpevoli dall’opinione pubblica.
A volte, sembra che gli stessi giornali, telegiornali, quotidiani e riviste ci impongano di schierarci dalla parte del buono o del cattivo, deviandoci da quello che, invece, è il giusto. Considerando i minori, nel nostro Paese e in tutta la comunità mondiale, come una branca debole della società, indifesi e bisognosi più di altri di un’attenzione particolare, il problema sorge nel momento in cui essi, dopo aver scontato la propria pena, si trovano catapultati in un ambiente che fatica a riaccoglierli. Per questo motivo, il sistema giudiziario italiano cerca da sempre di proteggerli, senza ledere i diritti che li tutelano, pensando e concretizzando una pena dotata in primis di funzione rieducativa e che punti al futuro reinserimento del giovane reo nella società. Negli ultimi anni ha preso piede un grande lavoro di ristrutturazione della Giustizia minorile, rivolta, quindi, ai ragazzi di età compresa tra i quattordici e i diciotto anni, giudicati colpevoli dai Tribunali. Il Ministero  intende creare un sistema aggiornato che faccia fronte ai numerosi casi di giovani che si trovano a fare i conti con la Giustizia, un sistema che possa penalizzarli per i loro atti e sensibilizzarli e istruirli al fine di prevenire la loro recidività. Si è cercato, infatti, di sviluppare dei progetti che possano salvaguardare i diritti dei minori, pur non escludendo una pena appropriata ai crimini da loro commessi.giustizia minorile3minorile
Tra i diritti più significativi, il diritto alla protezione e alla sicurezza, il diritto alla salute, il diritto all’istruzione e alla formazione e il diritto allo svago, facenti parte anche della Carta dell’ONU.
Il codice di procedura penale detta, inoltre, specifici principi volti al recupero dei ragazzi e alla loro reintegrazione nella società. In primis il principio di adeguatezza, secondo il quale il processo penale deve adeguarsi alle esigenze e alla personalità del giovane, quello della minima offensività e di destigmatizzazione, che proteggono una l’immagine sociale e l’altra la privacy del minore, e il principio di residualità della detenzione, fondamentale per il reinserimento, secondo il quale la carcerazione del ragazzo non deve essere pensata come prima misura da applicare. È in particolare su quest’ultima che la Giustizia minorile ha fondato anni di studi, ricerche e formazione per assicurare ai giovani colpevoli la maturazione della loro istruzione, della loro persona e della loro consapevolezza, anche se in un ambiente diverso dalla propria casa e dalla propria famiglia. Si può affermare che, a tal proposito, c’è stato un notevole sviluppo nella partecipazione dei genitori biologici, o affidatari, e nel loro coinvolgimento nei progetti pensati per il recupero dei minori. Torniamo, quindi, al principio cardine di questo ambito: la giustizia riparativa, che guarda a sensibilizzare il reo sulla propria responsabilità, ad educarlo attraverso un’adeguata istruzione e grazie al contatto con insegnanti, medici e psicologi, professionisti che si impegnano in centinaia di storie complesse.
Oltre a garantire la massima attenzione all’individualità del minore, creando un percorso e un progetto basati sulla sua personalità e sulle sue esigenze, si cerca di attutire al minimo la traumaticità dell’evento. Per questo motivo il sistema giudiziario intende salvaguardare la continuità evolutiva ed educativa del minore, mettendolo in continuo contatto ed in comunicazione con il tessuto sociale che lo circonda: la comunità, un ambiente distante dal carcere, che, invece, simboleggia la massima separazione dalla società. È qui che il ragazzo gode della possibilità di crescere, di ricevere una valida istruzione ed un buon sostegno psicologico. L’obiettivo è quello di facilitare, una volta raggiunti i ventuno anni, la reintegrazione nella società e l’inevitabile impatto col sistema. Si cerca di mantenere una continuità nella vita del minore, che lo stimoli a non allontanarsi dalla società circostante, a non rinchiudersi in se stesso, ma a capire i propri sbagli e a cercare di ricominciare. Proprio a questo si è informato il sistema giudiziario italiano. “Negli ultimi quindici anni si è passati da una Giustizia ancora concentrata sul proprio recinto interno ad una Giustizia sempre più proiettata sui territori, sempre più confusa con le altre agenzie educative e, tuttavia, capace di mantenere una sua forte fisionomia”. Queste le parole di Serenella Pesarin, Direttore Generale per l’Attuazione dei Provvedimenti Giudiziari, che ben rispecchiano il lavoro pensato e concretizzato per i giovani imputati. Si parla, quindi, di “giustizia riparativa”, quella che vuole coinvolgere il reo, la vittima del reato e la comunità, al fine di riparare al danno commesso e subito, riconciliare le due parti e rafforzare la sensibilità collettiva. L’organo istituzionale da cui parte il percorso del minore reo, che inizia nel momento stesso in cui viene imputato, è il Dipartimento di Giustizia Minorile, un’articolazione del Ministero della Giustizia. Interviene a fine preventivo ed educativo, nell’ottica di recuperare il ragazzo e istruirlo sulla legalità e sul vivere in società. Usando una metafora, questa realtà giudiziaria è il centro di una grande città, che poi si dirama in un’infinità di case, strade e province. L’una non sarebbe niente senza le altre. Il punto è che, per organizzare e, soprattutto, mettere in atto un progetto ben strutturato, c’è bisogno dell’apporto di tutte le componenti di questa realtà giudiziaria, dal giudice allo psicologo, dal ragazzo incriminato ai suoi genitori. Nessuno escluso, poiché chi viene coinvolto viene anche stimolato, si sente parte di un percorso e si appassiona, nel senso proprio del termine.
Prima tappa di questo cammino, i Centri di Prima Accoglienza (CPA). Queste strutture ospitano il minore nel momento successivo all’arresto, per un massimo di 96 ore, fino all’udienza di convalida. Lo scopo di questa struttura è quello di evitare il forte impatto con la realtà del carcere, rispettando, cosi, i citati principi di minima offensività e di destigmatizzazione, e di raccogliere le prime informazioni sul giovane e sulla sua personalità, in modo tale da strutturare un possibile intervento. Il testimone passa poi nelle mani degli Uffici di Servizio Sociale per i Minorenni (USSM), che forniscono l’assistenza necessaria al minore per tutta la durata del percorso penale, con il compito di verificare che gli interventi attuati corrispondano ai piani formulati. Un altro importante ruolo dell’USSM si realizza durante la fase di sospensione del processo e messa alla prova. Questo passaggio ha inizio con la richiesta del giudice di un progetto educativo alternativo. Monitorato con frequenza, questo determinerà l’estinzione o meno del reato. Una bella opportunità per i ragazzi, un’opportunità per sentirsi padroni delle proprie azioni e delle loro conseguenze. Un’opportunità per capire che qualcuno dà loro fiducia e per poter dare una svolta alla propria situazione. Il luogo ove dimostrare la volontà di cambiare, il luogo dove si attua il percorso penale del minore è la Comunità Ministeriale, realtà che pullula di figure professionali che si occupano di eseguire i provvedimenti assunti dall’Autorità Giudiziaria. L’obiettivo fondamentale è quello di stabilire un programma educativo che valorizzi e metta in gioco le risorse del minore, per poi restituirlo al suo contesto sociale e familiare. Per farlo è importante coinvolgere tutte le istituzioni interessate, tra le quali gli enti locali e il privato sociale, e utilizzare le risorse del territorio, attraverso i lavori socialmente utili e i centri diurni. Questi ultimi sono strutture non residenziali che offrono attività ai ragazzi sottoposti a procedimenti penali e non. Si tratta di momenti del giorno concentrati su finalità educative, studio, formazione, lavoro e animazione. Si parla, in questi casi, di “area penale esterna”, poiché il minore è incoraggiato a condividere questo particolare percorso con la comunità e con lo spazio nel quale, una volta sanato il proprio conflitto con la Giustizia, farà ritorno. Una realtà in cui non sono previsti i luoghi di detenzione, gli Istituti Penali per Minorenni, proprio per non privare il ragazzo della libertà e facilitare il suo futuro reinserimento. È una scelta, compiuta dal sistema italiano, che ha portato risultati concreti. Secondo le statistiche sembra, infatti, che, con l’aumento degli ingressi in comunità e con la possibilità della “messa alla prova”, il numero di ragazzi imputati, di età compresa tra i quattordici e i diciotto anni, sia in continua diminuzione. Si torna, quindi, a parlare di integrazione come nuova opportunità che si vuole concedere. Non si può negare che il sentimento che si prova quando qualcuno decide di dare fiducia, di regalare una seconda chance, di fidarsi, stimoli il comportamento e migliori la personalità. Quando si compie un passo del genere ci si butta nel buio, consci che si può ottenere un risultato positivo, ma anche negativo. Qui i dati concreti e gli studi di psicologia e sociologia mostrano che il risultato è positivo. È stato ottenuto con anni di lavoro e profusione di energie da parte di professionisti che si sono spesi per migliorare la nostra società.
La stessa che, magari, sentiamo lontana da noi.

Foto tratte da:
Ministero della Giustizia
DIPARTIMENTO GIUSTIZIA MINORILE Direzione Generale per l’attuazione dei provvedimenti giudiziari Istituto Psicoanalitico per le Ricerche Sociali (IPRS)

di Francesca Chiades
collaboratrice di SocialNews.

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