Il “test mediterraneo” per le politiche migratorie e di asilo dell’Unione Europea

di Alfonso De Laurentiis

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Grazie alla copertura mediatica, ai reportage e agli articoli sulle questioni migratorie all’interno dell’area mediterranea non è per nulla rischioso affermare che siamo di fronte a una grossa quantità di informazioni e di dati su sbarchi, situazioni di emergenza e richiedenti asilo. Una delle ultime notizie in ordine cronologico si riferisce ai fatti accaduti a Melilla, una delle due exclavi spagnole che si trovano sulla costa settentrionale dell’Africa. Il 28 maggio circa 1000 migranti hanno letteralmente tentato di scavalcare la recinzione posta tra Marocco e Spagna: i 500 che hanno avuto successo hanno così raggiunto i 500 che erano riusciti a scavalcare la stessa recinzione il 18 marzo e quelli che avevano già trovato sistemazione nelle strutture di accoglienza. Attualmente circa 2.200 persone riescono a malapena a sopravvivere nel centro di accoglienza poiché tale numero è quasi cinque volte superiore a quello che si stima ottimale (480 persone). Queste sono, in sintesi, le informazioni che “fanno notizia”. Inoltre, il più delle volte quello che il grande pubblico viene a sapere su tale delicata questione è legato a criteri di notiziabilità e spesso anche all’influenza della politica. Tuttavia, tenendo in considerazione l’intera politica dell’UE in materia di migrazione e asilo è cristallino che il Mar Mediterraneo rappresenta (o dovrebbe rappresentare) molto più di un campo di battaglia politica a livello nazionale.
Sebbene l’Unione Europea abbia operato al fine di eliminare le frontiere interne e rafforzare la frontiera esterna unica promuovendo la cooperazione e il coordinamento tra gli Stati Membri nel settore della sicurezza, migrazione e asilo, è ampiamente riconosciuto che il livello nazionale svolga ancora un ruolo importante quando si tratta di gestire le situazioni critiche presso la frontiera esterna. Tale discrepanza sta diventando sempre più rilevante a causa degli eventi che hanno avuto luogo nella zona del Mar Mediterraneo (e non solo) negli ultimi anni: è evidente che gli Stati Membri che sono stati coinvolti maggiormente nella gestione dei flussi migratori sono la Grecia, l’Italia e la Spagna, che insieme ricevono il 90% del flusso migratorio totale.
La Grecia, per esempio, si prende la fetta più grossa nella mappa delle rotte migratorie. Oltre il 50% dell’intero flusso migratorio via mare dell’UE (il 60% del flusso totale se si considera il confine Albania-Grecia), 13,676 km di costa e il secondo rapporto più alto Costa/Area rappresentano una responsabilità enorme e un notevole impegno finanziario. È un dato di fatto che un bilancio annuale di 250 milioni di euro sia altissimo per una nazione di dieci milioni di abitanti che sta attraversando una grave crisi finanziaria. Non solo alla Grecia è demandata la tutela di una grande quota del confine dell’Unione Europea, ma ha anche il dovere di prendersi cura dell’intero stock di domande d’asilo utilizzando procedure che richiedono un grande dispendio di tempo e risorse.
Con riferimento alla gestione delle domande d’asilo c’è spazio per la discussione. Da una parte FRONTEX, l’Agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati Membri dell’Unione Europea, è stato lanciato dal Regolamento (CE) 2007/2004 del Consiglio il 26 ottobre 2004 con l’obiettivo di migliorare le procedure e metodi di lavoro e definire una struttura a livello UE; dall’altra parte il Regolamento di Dublino II (Regolamento 2003/343/CE) stabilisce che lo Stato Membro di primo ingresso sia responsabile dell’esame di ogni singola domanda presentata dai richiedenti asilo (il Regolamento di Dublino III, che è entrato in vigore nel 2013, è essenzialmente fondato sullo stesso principio).
Gli obiettivi primari del Regolamento di Dublino II sono due: evitare che i richiedenti asilo presentino domande in più Stati Membri ed evitare i trasferimenti dei migranti di nuovo verso lo Stato Membro di primo ingresso, ossia verso lo Stato Membro che è competente per il procedimento. Il fatto che la domanda di asilo effettuata da ogni richiedente debba essere trattata dal singolo Stato Membro ha prodotto un gran numero di complicazioni: aumento della pressione sugli Stati Membri nei quali la stragrande maggioranza dei migranti accede al territorio dell’Unione Europea; distribuzione disomogenea delle domande di asilo tra gli Stati Membri; mancanza di risorse per far fronte a flussi migratori inaspettati; carenza di strutture adeguate per garantire una debita qualità ai richiedenti asilo che intraprendono il processo di applicazione.
A causa del rischio di un irreversibile deterioramento della situazione a seguito dei tragici eventi che si sono verificati al largo delle coste di Lampedusa il 3 ottobre 2013, quando 366 migranti hanno perso la vita, l’UE ha dato il via libera alla Task Force Mediterraneo, il cui obiettivo è eseguire il controllo della zona da una prospettiva mediterranea. Come conseguenza di tali eventi, l’Italia ha attivato il progetto Mare Nostrum, che si compone di importanti programmi di pattugliamento e soccorso alle frontiere marittime nel Mar Mediterraneo. Secondo gli ultimi dati, dall’inizio del 2014 circa 40.000 migranti hanno già raggiunto l’Italia (40.000 erano stati gli arrivi nell’intero 2013). Come follow-up della Task Force Mediterraneo, il 22 maggio 2014 la Commissione Europea ha pubblicato un documento di lavoro che fornisce soluzioni a breve termine nell’ambito dell’assistenza e della solidarietà nei confronti degli Stati Membri che subiscono una forte pressione migratoria. La Commissione Europea ha straordinariamente stanziato fondi per sostenere Bulgaria, Malta, Germania, Francia, Ungheria, Cipro, Paesi Bassi e ha assegnato 30 milioni di euro all’Italia affinché faccia fronte all’emergenza di Lampedusa.
Infine, è utile rilevare un aspetto centrale che è associato al ruolo degli Stati Membri: Grecia, Francia, Malta, Italia e Spagna si oppongono fermamente all’attribuzione di nuove competenze a FRONTEX nell’ambito delle operazioni “search and rescue”. Gli Stati Membri in questione spingono verso una competenza esclusiva nazionale e si tengono a distanza di sicurezza da nuove norme di diritto dell’Unione (e per quanto possibile anche dal controllo della Commissione e della Corte di Giustizia) che andrebbero a sovrapporsi allo ius cogens del diritto internazionale.
Secondo lo scenario delineato, non sorprende che l’area mediterranea sia particolarmente restia a una vera e propria politica UE in materia di regolamentazione di migrazione e asilo. I singoli Stati Membri, infatti, sono lungi dal godere di vantaggi provenienti dalle politiche UE a causa della mancanza di specificità nazionali – soprattutto quando si tratta di sostegno finanziario e obblighi comuni – oppure a causa di valutazioni interne sulla gestione delle attività, con particolare riferimento alle modalità di intercettazione, soccorso e sbarco.

Dati: 14 giugno 2014

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