Cosa accade dopo l’approdo?

Barbara Pinelli

Campi di accoglienza e abitazioni improvvisate, luoghi di incontro informale come le piazze o le stazioni, spazi di lavoro spesso al limite della regolarità e dello sfruttamento scandiscono l’esistenza quotidiana successiva all’arrivo in Italia

Le recenti tragedie accadute nel Canale di Sicilia e gli arrivi sulle coste delle regioni meridionali stanno catturando l’attenzione mediatica nazionale e internazionale. Per quanto l’Italia sia divenuta un punto di osservazione strategico delle migrazioni forzate e ancor più un luogo da cui far partire un’attenta riflessione sulle dinamiche di protezione e tutela rivolte a uomini e donne richiedenti asilo, i riflettori puntati sugli sbarchi rischiano di ridurre i lunghi percorsi migratori, composti di fughe e transiti, oltre che di paura, sofferenza e, talvolta, morte, ad uno spazio temporale ristretto coincidente con l’approdo. La spettacolarizzazione degli sbarchi getta spesso un’ombra sulle esperienze vissute da uomini e donne richiedenti asilo prima dell’arrivo, e ancor più circonda di silenzio i percorsi che caratterizzano il tempo dopo l’approdo sulle coste italiane. Accade così che quell’istante di esposizione mediatica faccia scomparire i soggetti, con le loro esperienze e attese sul futuro, nei numeri o nelle attese burocratiche.
Eppure, la raccolta delle storie di migrazione e le immagini che ritraggono momenti di un’esistenza quotidiana vissuta nelle diverse città italiane dai richiedenti asilo – dentro e fuori ai campi di accoglienza – rivendicano a gran voce l’importanza di documentare condizioni e vicissitudini di uomini e donne che chiedono protezione in Italia. È questo l’obiettivo cui aspira il progetto Dopo l’approdo. Report di ricerca foto-etnografico su uomini e donne richiedenti asilo in Italia sostenuto da Open Society Foundations e a cui stanno lavorando un gruppo di antropologi e fotografi in collaborazione con l’Università di Milano-Bicocca, Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione. Pensato come una campagna di conoscenza e di sensibilizzazione, e caratterizzato da una prospettiva etnografica che prevede un coinvolgimento diretto dei richiedenti asilo, il progetto entra nei dettagli della vita quotidiana attraverso la raccolta delle loro storie e delle immagini che ne ritraggono le esperienze sociali. Lo scenario sociale, istituzionale e politico non finisce, infatti, nelle prime procedure di controllo o di richiesta di asilo. Continua, invece, nelle modalità di accoglienza e nelle strutture stesse dove si consuma la lunga attesa di permessi. Cosa accade in questo tempo di attesa e quali realtà lo riempiono? Campi di accoglienza e abitazioni improvvisate, luoghi di incontro informale, come le piazze o le stazioni, spazi di lavoro spesso al limite della regolarità e dello sfruttamento scandiscono infatti l’esistenza quotidiana successiva agli approdi fatta di protratte attese, rituali burocratici, abbandono, marginalità sociale ed economica. Si tratta, da una parte, di documentare e rendere visibili le molteplici forze sociali e forme di violenza – di volta in volta istituzionale, economica, sociale e razzista – che agiscono sui soggetti mettendoli in posizioni di vulnerabilità; dall’altra di mostrare come questi uomini e queste donne non esistano solo negli ingranaggi della burocrazia, dell’esclusione e della marginalità. Sono piuttosto soggetti attivi, la cui memoria del passato e le condizioni spesso di disagio e attese vissute nel contesto di arrivo si combinano con progetti rivolti al presente e al futuro. L’immaginario razzista e le retoriche che dipingono i richiedenti asilo esclusivamente come vittime o come soggetti pronti ad approfittare del contesto di arrivo sono infranti in modo concreto attraverso la raccolta delle loro voci, biografie e immagini. In particolare, la scelta di parlare di rifugiati attraverso la fotografia sociale nasce dalla volontà di non raccontare le migrazioni per asilo in modo astratto. Piuttosto, si vuole trascinare lo sguardo della società civile e delle istituzioni verso la materialità dell’esperienza concreta dell’essere richiedente asilo partendo dalle voci e dalla prospettiva degli stessi soggetti. I ritratti sociali che emergono mostrano così come queste persone siano sì richiedenti asilo, le cui azioni sono spesso ritagliate nelle griglie della povertà e della discriminazione, ma anche persone che cercano di ricostruire le loro vite dopo la fuga, gettando luce al medesimo tempo sui punti più critici dei sistemi di accoglienza e di protezione.
Questa documentazione è un lungo viaggio che parte dalle città della Sicilia e procede verso le realtà urbane del Nord– Torino e Milano, per esempio –. Le immagini e i testi che le accompagnano e le contestualizzano fanno scorrere lo sguardo sugli spazi abitativi, siano essi campi di accoglienza o abitazioni improvvisate, sugli oggetti, i volti, gli spazi di incontro informali come le piazze e le stazioni, o, ancora, i luoghi di lavoro, talvolta regolare o fatto di espedienti. Ne sta scaturendo è una narrazione raccontata con linguaggio tangibile e concreto sulle concrete ripercussioni della realtà dopo l’approdo.

Il progetto Report di ricerca foto-etnografico su uomini e donne richiedenti asilo in Italia è sostenuto da Open Society Foundations e realizzato dall’Associazione di ricerca Margini in collaborazione con l’Università di Milano-Bicocca, Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione. È coordinato da Barbara Pinelli e Luca Ciabarri. Per contatti barbara.pinelli@unimib.it; luca.ciabarri@unimi.it

Barbara Pinelli
Docente a contratto di Antropologia delle Migrazioni presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca

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