Livelli di radioattività da rifiuto tossico a 28 anni da Cernobyl

Cernobyl fa ancora discutere dopo 28 anni dal peggiore incidente nella storia del nucleare civile. È stato infatti il primo incidente classificato come livello 7 (il massimo) nella International Nuclear Event Scale (Ines), un indice progressivo del livello di gravità degli incidenti che occorrono nella produzione energetica da fonte nucleare e nelle attività ad essa connesse.
Gli ultimi dati disponibili sulla quantità di radiazioni ancora presenti sul territorio risalgono al 2011, quando è stato reso pubblico il rapporto di Greenpeace International “Indagine pilota sulla contaminazione dei cibi dovuta al Cesio 137 in aree selezionate dell’Ucraina affette dalla catastrofe di Cernobyl del 1986”. Questa piccola esperienza ha mostrato che alcuni prodotti alimentari di base sono ancora oggi contaminati con tracce di radioattività eccedenti le norme, anche se ormai il governo ucraino non effettua più alcun monitoraggio regolare. In Ucraina, 18.000 km2 di suoli agricoli sono stati contaminati e lo stesso si stima per il 40% dei boschi del Paese, per un totale di 35.000 km2.
Molte persone hanno continuato a consumare i prodotti da loro coltivati e si calcola che la dose di radiazioni da loro assorbita sia tra due e cinque volte maggiore dei limiti ammessi dalle leggi. Preoccupa soprattutto il rilascio, la diffusione e il deposito lasciato sul terreno dal Cesio 137, un isotopo radioattivo che dimezza la sua radioattività in 30 anni e che può penetrare nella catena alimentare, inquinando i cibi e gli organismi con i quali entra in contatto. Negli anni successivi l’incidente, il governo ucraino ha condotto analisi sui prodotti alimentari delle aree contaminate, pubblicate poi dal Ministero delle Emergenze e della Protezione della Popolazione. In seguito, questo monitoraggio è stato interrotto, impedendo la creazione di un’importante serie storica di dati.
Era la notte del 26 aprile 1986 quando si decise di dare avvio al test per verificare il sistema dei reattori della centrale di Cernobyl, in Ucraina, al tempo facente parte dell’Urss. Poco dopo l’inizio dell’esperimento, il reattore andò fuori controllo fino a quando una violenta esplosione scoperchiò il tetto dell’edificio. Le barre di combustibile fusero all’innalzarsi delle temperature. Poi prese fuoco la grafite del reattore: ne scaturì un incendio che durò 9 giorni. Alla fine si costruì un sarcofago di cemento per isolare il reattore danneggiato. Solo nel 2000, 14 anni dopo il disastro, l’intero complesso venne chiuso.
Un nuovo sarcofago, dal costo di circa 1,2 miliardi di dollari, è attualmente in preparazione, ma il progetto subisce continui ritardi con seguente lievitazione del prezzo finale. Ai governi di diversi Paesi del globo è stato chiesto di contribuire alla spesa per il nuovo sarcofago raccogliendo fino a 750 milioni di dollari ma a causa della crisi economica molti di essi appaiono riluttanti. La European Bank for Reconstruction and Development, che finora ha presieduto alle politiche di spesa per compensare la catastrofe di Cernobyl, ha ammesso che racogliere altro denaro, in questa fase, risulta essere “una grande sfida”.
La ricerca fatta da Greenpeace si è concentrata su aree dell’Ucraina dove gli ultimi rilevamenti fatti dal governo per i programmi di monitoraggio avevano evidenziato la presenza di contaminazione. Il Cesio 137 è il contaminante principale, ma alcuni campioni hanno fatto rilevare ulteriori contaminazioni dovuti a radionuclidi a lunga vita.
Parallelamente alla contaminazione radioattiva, persisterà per diversi decenni anche una ricaduta sanitaria. Uno studio commissionato da Greenpeace nel 2006 stimò, in base alle statistiche oncologiche nazionali della Bielorussia, che i casi di cancro dovuti alla contaminazione di Cernobyl sono stati 270.000 di cui 93.000 letali. Bisogna infatti considerare che la nube radioattiva si spostò verso l’Europa, generando il divieto di consumo di prodotti ortofrutticoli anche nel nostro Paese.
Oggi in molti tornano a ripopolare le zone attorno al sito, incoraggiati dalla rinascita di flora e fauna, anche se i dati delle analisi registrano ancora livelli di contaminazione radioattiva 20 volte superiori rispetto alla soglia individuata nell’UE per definire i rifiuti radioattivi pericolosi. L’industria nucleare aveva pensato di scaricare lì i propri rifiuti tossici considerando l’area un sito sacrificale. Così come le persone che ci stanno sopra.

Angela Michela Rabiolo
Caporedattrice SocialNews

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