Laggiù, dove la gente si ammala e muore

Giulia Bona

Informazioni scarse e frastagliate, violazione dei diritti e omertà. Sono tante le debolezze con cui devono fare i conti i cittadini di questa terra che continuano a reclamare a gran voce il recupero di un’esistenza dignitosa

“La Campania è sotto assedio!”. È questo lo slogan di disperato aiuto lanciato, ancora nel 2008, anno di fondazione, da Angelo Ferillo, direttore del blog/denuncia La Terra dei Fuochi.
Su questo portale web di cittadinanza attiva si effettuano il monitoraggio e la denuncia ambientale in tempo reale degli effetti delle eco-mafie e dell’inadempienza della politica.
Da anni è la voce che, quotidianamente, racconta e descrive la drammatica situazione ambientale in cui sono obbligati a versare i residenti in quelle zone.
Acerra, Pianura, Giugliano, Chiaiano e Terzigno. L’area tra Napoli e Caserta è ormai chiamata la Terra dei Fuochi. Da 22 anni a questa parte sono stati sversati circa 10 milioni di tonnellate di veleni. Oggi i colpevoli hanno un nome: Adelphi, Black Hole, Caronte, Cassiopea, Chernobyl, Dirty Pack, Terra Mia, Tre Ruote, Ultimo Atto e molti altri ancora. Nomi in codice assegnati dagli inquirenti. Legambiente ha tradotto il dramma in numeri nel dossier “Rifiuti Spa”; descrive dieci anni di inchieste sui traffici illegali che, da ogni dove, trasportavano rifiuti tossici nelle province di Napoli e Caserta. Nel dossier vengono riportati, nero su bianco, i risultati raggiunti e le proposte per un nuovo sistema di tutela penale dell’ambiente.
«Si tratta di “un crimine in piena regola” – dichiara Rossella Muroni, direttore generale di Legambiente – Oggi, però, vogliamo che sia finalmente archiviata la triste stagione della Terra dei Fuochi e che il territorio possa tornare a vivere e credere ancora nel futuro».
Oltre al traffico di rifiuti tossici, ad allarmare è anche il fatto che ci sono voluti 22 anni per riuscire ad attribuire un nome e una colpa in questa grave faccenda. Anni in cui il territorio è stato continuamente violentato e abusato, nel silenzio e nella totale omertà di una larga fetta di Italiani i quali, come nella maggior parte dei problemi che riguardano l’Italia nei vari settori, si comportano da struzzi mettendo la testa sotto la sabbia se un problema non li colpisce direttamente, disinteressandosi e ignorando ogni richiesta d’aiuto.
Per una migliore informazione, Legambiente ha fornito una definizione completa di rifiuto: è un rifiuto qualsiasi materiale derivato da una attività umana e destinato all’abbandono o alla distruzione. I rifiuti sono classificati come urbani o speciali a seconda della loro origine e pericolosi o non pericolosi a seconda delle loro caratteristiche. Gli scarti domestici, anche quelli ingombranti, costituiscono i rifiuti urbani. Quelli speciali, invece, derivano da lavorazioni industriali, da attività commerciali, dal recupero e dallo smaltimento di rifiuti urbani: fanghi prodotti da trattamenti e dalla depurazione delle acque reflue, sostanze e oggetti di risulta dell’attività sanitaria, apparecchiature dei veicoli a motore. I rifiuti pericolosi, urbani o speciali, sono quelli che contengono dosi elevate di sostanze pericolose, come i medicinali scaduti o le pile esauste.
I rifiuti protagonisti del disagio ambientale con cui sono costreùtti a convivere gli abitanti di questa terra sono, appunto, i rifiuti speciali e pericolosi, nella maggior parte dei casi derivati da un sistema produttivo delinquente che produce illegalmente ed è costretto allo smaltimento clandestino provocando incendi e inquinando tutte e tre le matrici ambientali, acqua, aria e suolo, anche a molti chilometri di distanza.
In questa triste vicenda, in cui tutti sanno tutto, ma nessuno fa nulla, oltre alla scarsa informazione generale non si deve assolutamente tralasciare nemmeno la grave violazione di svariati diritti con cui i cittadini residenti in queste zone hanno dovuto abituarsi a convivere.
Solo per citarne alcuni: ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà, alla sicurezza della propria persona, ad un’esistenza dignitosa. I residenti nella Terra dei Fuochi non ne godono di certo a pieno. Quanto al diritto alla vita e alla sicurezza della propria persona non può non essere menzionato Marcello D’Orta, scrittore, autore del libro ”Io speriamo che me la cavo”, spentosi il 19 novembre 2013. Da anni era ammalato di cancro, malattia che lui stesso riteneva, come dichiarato in varie interviste, causata dalla “monnezza”. Scriveva: «Quando, alcuni mesi fa, mi fu diagnosticato un tumore, il primo pensiero fu la monnezza. È colpa, è quasi certamente colpa della monnezza se ho il cancro. Donde viene questo male a me che non fumo, non bevo, non ho vizi, consumo pasti da certosino? Mi ricordai, in quei drammatici momenti che seguirono la lettura del referto medico, di recenti dati pubblicati dall’Organizzazione mondiale della sanità, secondo cui era da mettersi in relazione l’aumento vertiginoso delle patologie di cancro con l’emergenza rifiuti. Così sono stato servito.
A chi devo dire grazie? Certamente alla camorra».
Secondo l’Istituto superiore di sanità (Iss), i continui smaltimenti illegali di rifiuti, con dispersione di sostanze inquinanti nel suolo e nell’aria, e l’inquinamento già riscontrato di falde idriche utilizzate per l’irrigazione di terreni coltivati, sono in stretta correlazione con l’incremento significativo di diverse patologie tumorali. I picchi maggiori si registrano, infatti, proprio negli otto Comuni con il maggior numero di discariche di rifiuti.
L’articolo 32 della nostra Costituzione sancisce la tutela della salute “come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”. Conseguentemente obbliga lo Stato ad adottare e a mantenere comportamenti e iniziative che tutelino in tutto e per tutto il benessere psico-fisico e sociale della persona. Ma “lì” la gente si ammala e muore.
Se l’iniziativa non parte dalle istituzioni, allora devono essere i cittadini a reagire, anche quelli più distanti. In questo dramma tutti sono coinvolti; l’aria contaminata si sposta infatti anche a molti chilometri di distanza.
I cittadini devono essere informati e attivi.

Giulia Bona
Studentessa Università di Padova

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