Chi è San Francesco d’Assisi?

 

La predica agli uccelli, attribuito a Giotto, 1295-1299, affresco, 270cm x 200cm, Basilica Superiore di Assisi.

Marco Baliani, in una rappresentazione teatrale dal titolo “ Francesco a testa in giù ” esordisce con un prologo, in cui ci spiega, chi secondo lui è San Francesco: « Ero in Grecia, in un paesino di Monte Atos (…) mi ricordo che c’era un sole a picco, ad un certo punto, su per un viottolo, che portava fuori dal paese in salita, vedo un monaco in groppa ad un asino. Il monaco era tutto vestito di nero, sedeva con le gambe di fianco all’animale. L’asino era stracarico, oltre al monaco, portava a destra e a sinistra due enormi fagotti, due anfore, una fascina di legna, camminava piegato in due sotto il carico, mi sembrava impossibile che riuscisse perfino a star dritto (…) l’asino continuava a salire a inerpicarsi lento (…) Ecco quell’asino era Francesco d’Assisi, (…) in tutto quello che l’asino era e faceva in quel momento era Francesco d’Assisi, (…) ». 

Francesco D’Assisi è il santo patrono d’Italia, più conosciuto ed amato, anche dai non credenti. C’è chi lo ricorda per il suo rapporto di amicizia con un lupo, il lupo di Gubbio, chi per la sua amicizia con Santa Chiara, citati come fratello sole e sorella luna. Chi per la predica agli uccelli, chi, ancora per il suo dialogo pacifico con il Sultano, e chi, perché si è spogliato e da ricco è divenuto povero per soccorrere i poveri. L’arte di ogni tempo ha dato espressività ad episodi della Sua vita e statue innalzate in onore di questo santo sono in ogni città. Anche, la cinematografia e il teatro si sono dedicate a Lui. Di era c’è lo raccontano le fonti storiche. Il 16 luglio 1228, in occasione della canonizzazione di Francesco, Tommaso da Celano riceve, da Papa Gregorio IX, l’incarico di scrivere la prima biografia sul beato Francesco e scrive: «mi sono limitato a trascrivere con fedeltà almeno quelle cose che io stesso ho raccolto dalla sua viva voce o appreso dal racconto di testimoni provati e sinceri».[1] I primi capitoli della biografia narrano di una vita viziosa, mondana, «ispirata alle vanità del mondo».[2] «Il figlio di Pietro di Bernardone passa al tempo della giovinezza tra i suoi amici della nobiltà, acquistandosi una supremazia con l’elargire il denaro a piene mani, facendo le spese di tutti, nelle feste, nei conviti».[3] Un ragazzo, allegro e spensierato che «percorreva la città cantando», «aveva una voce vibrante e dolce, chiara e sonora». Il giovane Francesco assisteva volentieri ai canti della madre. Tommaso da Celano ricorda soprattutto che Francesco è stato uomo prima di diventare santo, e come tale «…si era fatto promotore di mali e di stoltezze. Oggetto di meraviglia per tutti cercava di eccellere sugli altri ovunque e con smisurata ambizione: nei giuochi, nelle raffinatezze, nei bei motti, nei canti, nelle vesti sfarzose e morbide».[4] Si hanno notizie anche delle Sue amicizie: «molti, votati all’iniquità e cattivi istigatori, si schieravano con lui. Così, circondato da facinorosi, avanzava altero e generoso per le piazze di Babilonia».[5] Qui viene citato Sant’Agostino, in le Confessioni, II 3,8, per evidenziare l’opposizione di Babilonia, città del diavolo, a Gerusalemme, città santa. Riferimento che fa notare, come al tempo in cui viveva Francesco, la vita mondana primeggiava nelle piazze. Dopo la conversine, adopera proprio questa lingua, il suo predicare è del tutto innovativo, perché non spaventa con la serietà del cerimoniale religioso, ma cattura l’attenzione con la familiarità del riso; «la sua parola era come fuoco bruciante, penetrante nell’intimo dei cuori, riempiendo tutti d’ammirazione».[6] Promuove il riso come specchio dell’animo, il suo viso era, infatti, un hilares vultu, e quando forma il suo ordine impone il riso come habitus, per esprimere la gioia della fede divina. Coinvolge folle di uomini e donne attraverso l’arte della gestualità, [7] del canto, della musica, della poesia, con tutto il patrimonio delle figure retoriche. La poesia diviene, così, lo strumento di cui dovevano impadronirsi i predicatori, con il vasto repertorio del linguaggio figurato. Un linguaggio comprensibile a tutti molto diverso da quello della Chiesa, della corte, dei tribunali, degli uffici pubblici, della letteratura ufficiale e dalla lingua parlata dalle classi dominanti.[8] La piazza diviene il luogo in cui diffondere la parola di Dio, perché appartiene a tutti ed è accessibile a tutti. Non ci sono soglie da varcare, non c’è bisogno di entrare in un luogo circoscritto per udire la voce della piazza, basta uscire di casa. È la piazza che ci viene in contro e ci invade, è sempre aperta, non ha porte che si chiudono, ed è posta al centro, in mezzo a tutti. Non si ha più un discorso razionale rivolto ai fedeli, ma si cerca di convincere questi attraverso una partecipazione emotiva.[9]Corpo e mente vengono coinvolti attraverso l’arte della recitazione in una sorta di comunicazione emotiva persuasiva e familiare. Francesco, infatti, voleva essere chiamato fratello, da cui deriva “frate”.

 

 


[1] Tommaso da Celano, Vita prima, (= 1 Cel), Prologo, 1,in Fonti Francescane ( =FF ), Scritti e biografie di san Francesco d’Assisi, Cronache e altre testimonianze del primo secolo francescano, Scritti e biografie di santa Chiara d’Assisi, Movimento Francescano, Assisi, 1978², numero marginale: 315.

[2]  1 Cel. 1: FF: 315.

[3] A. Fortini, Nova vita di S. Francesco, ALPES, casa editrice, Milano, MCMXXVI, p. 53. In merito al tema della giovinezza si rimanda a: F. De Beer, La conversion de Saint François, selon Thomas de Celano, Étude comparative des textes relatifs à la conversion en VITA I et VITA II, par le Père Francis DE BEER o.f.m., Éditions Franciscaines, Paris, XIVe, 1963.

[4] Id, I, 2,2.

[5] Id, I, 2,3.

[6] Id., p. 158.

[7] «De toto corpore fecerat linguam»: 1 Cel., 97: FF 488.

[8] Id., pp. 158-214. Cfr., S. Bertelli- M. Centanni, Gesto, nel rito e nel cerimoniale dal mondo antico ad oggi, Ponte alle grazie, 1990; C. Ginsburg , Folklore, magia, religione, in Storia d’Italia, I, Einaudi, Torino, 1972; R. Pacciani , La città come palcoscenico. Luoghi e proiezioni urbane della sacra rappresentazione nella città italiana fra Trecento e Quattrocento, in Ceti sociali ed ambienti urbani, Viterbo, 1986; A. Rivera, Il mago, il santo, la morte, la festa; Forme religiose nella cultura popolare, Edizioni Dedalo, Bari, 1988.

[9] Cfr., T. Saffioti , I giullari in Italia, Lo spettacolo, il pubblico, i testi, op. cit., pp. 67.

di Tiziana Mazzaglia

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