Perché sempre più bambini soldato?

Giuseppe Carrisi

Spesso, le opportunità di compiere concreti passi avanti, come, ad esempio, l’avvio di programmi per il recupero dei bambini soldato e di procedimenti giudiziari nei confronti dei reclutatori, sono ostacolate dall’operato dei Governi che vengono meno agli impegni assunti.

“Ho trascorso sette anni con i ribelli del Fronte rivoluzionario unito. Sette anni in cui morte, violenza, distruzione erano la normalità, per me, come per tanti altri miei coetanei costretti a combattere una guerra assurda. Ora la mia vita non ha più senso. Non riesco a trovare una spiegazione a tutto quello che è successo, a perdonarmi le atrocità che ho commesso, a dimenticare le persone che ho ucciso.”
A raccontarmi la sua storia, seduto all’ombra di un albero, accanto alla sua capanna in un villaggio nelle vicinanze di Koidu, nel nord est della Sierra Leone, è Moses, oggi diciottenne, con un passato da bambino soldato. Una storia simile a quella che, qualche tempo dopo, ho risentito in un’altra parte dell’Africa, in Uganda, Nazione dilaniata da un conflitto proseguito per oltre venticinque anni. A ripercorrerla, questa volta, è Rosy, una ex combattente confinata in un campo profughi nella zona di Pader. Ha 17 anni, 6 dei quali trascorsi con i guerriglieri dell’Esercito di resistenza del Signore. Oggi vive con due figli, nati da altrettanti stupri, ed è in attesa del terzo. Quando le chiedo se abbia partecipato ai combattimenti, e se abbia ucciso, mi risponde piangendo: ”Sì, ma non so quante persone, perché io sparavo con il bazooka. Tutto questo è un fardello pesante da sopportare, ma devo andare avanti per queste creature.”
Quelle di Moses e Rosy sono due storie simbolo che incarnano il tragico destino di migliaia di altri bambini costretti a fare la guerra. Bambini di otto, nove, dieci anni, che imbracciano un fucile, sparano, uccidono, muoiono sui campi di battaglia. Bambini trattati da schiavi, usati come spie o mandati a saltare sulle mine.
Uganda, Sudan, Colombia, Myanmar. Quella dei bambini soldato è una piaga di dimensioni planetarie, difficile da estirpare ed in continua espansione. Le cifre parlano di oltre 300.000 adolescenti impiegati da eserciti governativi, gruppi paramilitari e fazioni armate irregolari nei conflitti in atto in diversi Paesi dei cinque continenti.
Per cercare di contrastare questo fenomeno, che secondo gli esperti è destinato a crescere ancora nel prossimo futuro, le Nazioni Unite e le organizzazioni che si occupano della difesa dei diritti dell’uomo negli ultimi anni hanno adottato una serie di misure giuridiche. Nel febbraio del 2002 è entrato in vigore il Protocollo opzionale alla Convenzione sui diritti dell’infanzia, che fissa a 18 anni il limite d’età per partecipare alle ostilità o essere reclutati nell’esercito. Finora, il Protocollo è stato ratificato da 77 Governi (l’Italia lo ha fatto con la legge n. 46 dell’11 marzo 2002). Nel luglio dello stesso anno è divenuto inoltre operativo il Tribunale penale internazionale (istituito con il Trattato di Roma del 1998) che definisce “crimine di guerra” l’arruolamento di bambini di età inferiore ai 15 anni negli eserciti e nei gruppi armati, nei conflitti interni ed in quelli internazionali. L’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), con la Convenzione n. 182, adottata da 150 Governi, ha assunto una posizione netta sull’argomento, inserendo ”il reclutamento forzato o obbligatorio di minori ai fini di un loro impiego nei conflitti armati” tra le “forme peggiori di lavoro minorile”.
Nel luglio del 2005, le Nazioni Unite hanno approvato la risoluzione n. 1612, la quale prevede un’attività di monitoraggio e di comunicazione al Consiglio di sicurezza sull’utilizzo dei bambini soldato e su altri abusi subiti dai minori in tempo di guerra. La risoluzione contempla anche la possibilità di adottare misure concrete contro i Paesi responsabili di gravi violazioni dei diritti dell’infanzia. Le principali sanzioni previste sono l’esclusione da ogni istituzione governativa degli Stati coinvolti nelle violazioni, il congelamento delle risorse finanziarie, l’embargo delle armi.
Spesso, però, le opportunità di compiere concreti passi avanti, come, ad esempio, l’avvio di programmi per il recupero dei bambini soldato e di procedimenti giudiziari nei confronti dei reclutatori, sono ostacolate dall’operato dei Governi che vengono meno agli impegni assunti. Anche se il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha condannato il ricorso ai bambini nei conflitti ed ha posto sotto osservazione coloro che li utilizzano, alcuni Stati membri hanno di fatto impedito che si arrivasse a punire i responsabili. Appare, dunque, evidente come la normativa internazionale da sola non basti a tutelare il diritto alla vita dei bambini. Occorre anche una volontà superiore che li preservi dalla barbarie dei conflitti armati. Fintanto che i fucili saranno i signori delle paure e dei destini di interi popoli, i bambini continueranno ad essere vittime predestinate. Essi non sono responsabili della guerra, eppure la guerra li deruba della loro infanzia.
Ma perché si ricorre sempre più massicciamente ai bambini soldato? Le motivazioni sono molteplici, a cominciare dalla natura delle guerre: da alcuni anni, da scontri tra Stati sono diventate conflitti etnici, religiosi, sociali, nazionalistici. A combatterle non sono più eserciti regolari, ma bande armate che non fanno differenza tra militari e civili. Nel corso dei primi 14 anni trascorsi dalla fine della Guerra Fredda (dal 1990 al 2003), si sono registrate 59 guerre di una certa entità in 48 aree diverse. Solo in quattro di queste si è trattato di un conflitto tra Stati. Nella sola Africa, per restare nel continente più martoriato, attualmente vi sono oltre una decina di “guerre civili” che vedono contrapposti fazioni, gruppi paramilitari, bande ribelli. Conflitti che si spengono in un Paese per esplodere improvvisamente, almeno così sembra, in un altro, senza soluzione di continuità.
Questo stato di “guerra permanente” richiede un costante ricambio di uomini per rimpiazzare le perdite e, sempre più spesso, eserciti governativi e frange di opposizione armata ricorrono ai bambini. I piccoli guerrieri vengono reclutati perché costano poco in termini di addestramento, non chiedono di essere pagati e perché, per la loro immaturità fisica ed emotiva, sono facilmente controllabili e condizionabili: con la paura e la violenza possono essere indotti ad ubbidire ciecamente e costretti a commettere i crimini più atroci.
Il reclutamento avviene in Paesi, aree, regioni economicamente poveri: è qui che si possono trovare bambini orfani, abbandonati, appartenenti alle cosiddette minoranze etniche. Nella maggior parte dei casi l’arruolamento avviene con la forza. Solo una ristretta minoranza di bambini, secondo le statistiche, si arruola volontariamente. Ma è bene tenere presente il contesto nel quale una tale decisione può essere presa. Povertà e caos sociale, mancanza di mezzi di sostentamento e di alternative, legami familiari deboli o, addirittura, inesistenti, desiderio di vendetta nel caso si sia subita violenza o l’abbiano subita i propri cari. Sono solo alcune tra le motivazioni che inducono tanti bambini e tante bambine ad andare incontro, diciamo consapevolmente, agli orrori della guerra. La miseria sociale, le crisi politiche a ripetizione e la violenza profondamente instillata in certe società sono riuscite a trasformare il ricorso alle armi, per questi fanciulli alla ricerca di certezze e con la necessità di sopravvivere, in un fattore di speranza e di senso di identità che dona loro uno status, quello di guerriero. Possedere un’arma significa mangiare e sapere di poterla usare è sempre meglio di vivere nella paura e nell’impotenza.
Nella Repubblica Democratica del Congo, nel 1997, circa 5.000 bambini hanno aderito all’invito, rivolto via radio, ad arruolarsi nell’esercito: erano tutti senza famiglia, ragazzi di strada. In Uganda, nel 1986, l’Esercito di resistenza nazionale ha reclutato circa 3.000 bambini, molti dei quali di età inferiore ai 16 anni. 500 erano ragazzine. Per la maggior parte si trattava di orfani che consideravano l’esercito una sorta di ”famiglia”. Non è raro il caso in cui i bambini si offrano di combattere ”quando ritengono che ciò possa proteggere la propria famiglia, o perché la si pone al riparo da atti di rappresaglia da parte delle forze militari presso cui si presta servizio o perché si stabilisce una sorta di scambio di favori, per cui un gruppo armato da un lato acquisisce un combattente e dall’altro si impegna a fornire protezione ai suoi familiari”. Se, poi, la povertà e l’emarginazione rappresentano una piaga insanabile, si può anche arrivare al paradosso che siano gli stessi genitori a consegnare i propri figli ai soldati, nella speranza che abbiano qualche possibilità di sopravvivere. È quanto è successo in Myanmar nel 1990, quando circa 900 bambini di età inferiore ai 15 anni vennero ”affidati” dalle loro famiglie ai guerriglieri “karen” perché questi garantivano vestiti e due pasti al giorno.
In qualsiasi modo vengano arruolati, e qualunque siano le motivazioni, i bambini devono sottostare alle spietate regole della guerra che prevede, oltre ad una disciplina ferrea, punizioni fisiche per ogni insubordinazione e l’esecuzione sommaria per i disertori. Come se si trattasse di veri e propri soldati. In molti casi, i minori arruolati vengono coinvolti intenzionalmente in situazioni di violenza estrema allo scopo di renderli insensibili alla sofferenza. In Afghanistan, Colombia, Mozambico e Nicaragua, ad esempio, bambini ed adolescenti sono stati costretti a macchiarsi di atrocità ai danni dei propri familiari o dei membri della comunità in cui vivevano. In Sierra Leone, nel 1995, i guerriglieri del Fronte unito rivoluzionario, per ”preparare” alla guerra i bambini che avevano rapito, li hanno costretti ad assistere o a partecipare a torture ed esecuzioni di loro parenti. Quindi, li hanno mandati in altri villaggi a compiere gli stessi massacri.
Per vincere ogni minima resistenza di questi piccoli combattenti, il loro dolore e la loro paura, i ribelli ricorrono all’uso di droghe, unito al ricatto ed alla manipolazione della mente. La sostanza più usata per “addomesticare” la volontà dei bambini è l’erba “khat”, utilizzata di frequente nel corso del conflitto tra Etiopia ed Eritrea. Conosciuta anche con i nomi di ”Miraa”, ”Mairungi” o ”Giat”, è una droga costituita dalle foglie fresche e dai giovani virgulti della cosiddetta ”Catha Edulis”, una pianta che cresce spontaneamente nell’Africa orientale e nell’Arabia meridionale. L’azione è quella di uno stimolante che elimina le sensazioni di fame, sonno, stanchezza. Per questo motivo viene usata in guerra. La sua somministrazione può portare ad una grande loquacità, ad una risata incontenibile e, a volte, anche ad uno stato di semicoma. L’uso costante provoca forme di delirium tremens. Per diventare soldati a tutti gli effetti, i bambini seguono un periodo di duro addestramento, che solitamente non supera i quattro o cinque mesi, durante il quale imparano ad usare le armi e ad entrare nella mentalità della vita militare.
Un altro fattore che ha favorito il crescente utilizzo di minori nelle guerre è la proliferazione delle cosiddette ”armi leggere”. Si tratta di armi non molto sofisticate dal punto di vista tecnologico (quindi, a basso costo) che possono essere adoperate da un singolo individuo: fucili, mitra, pistole, lanciagranate portatili, mine antiuomo. Con il necessario addestramento, anche un bambino di otto o nove anni può usare, ad esempio, un “AD-47”, più noto come Kalashnikov, il fucile d’assalto di fabbricazione russa attualmente prodotto in circa 70 milioni di esemplari in 14 Paesi, o un “M-16”, fabbricato in 8 milioni di pezzi negli Stati Uniti. Sigle e numeri dietro cui si nasconde un business colossale. Secondo le ultime stime, sarebbero 650-700 milioni le armi leggere nel mondo, con un giro d’affari di oltre 28 miliardi di dollari. Sono state proprio le armi leggere a decidere le sorti di 46 delle 49 guerre combattute in ogni angolo del pianeta negli anni ’90. Guerre che, secondo i dati delle Nazioni Unite, hanno provocato la morte di 5 milioni di persone, di cui metà bambini.
Da una ricerca promossa nell’ambito della campagna “Contol Arms”, lanciata da Amnesty International, Oxfam International ed International Actional network on Small Arms (Iansa), è risultato che i Paesi del G8 (Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito, Russia e Stati Uniti) inviano equipaggiamento militare, armi e munizioni in alcuni Paesi, come Sudan, Myanmar, Repubblica Democratica del Congo, Colombia e Filippine. Queste forniture contribuiscono a gravi violazioni dei diritti umani. Le stime parlano di almeno 1.249 società coinvolte nella produzione di armi leggere attive in circa 90 Paesi. Attorno alle armi leggere è nato un mercato clandestino che ha come sbocco principale l’Africa, diventata negli ultimi anni un vero e proprio crocevia dei traffici internazionali. Ovviamente, è impossibile stabilirne con esattezza l’entità, ma, secondo le stime di ”Small Arms Survey”, 30 milioni di armi alimenterebbero i conflitti nella sola area dell’Africa sub-sahariana e, secondo l’Onu, 8 milioni circolerebbero nell’area occidentale del continente nero. L’80% di questo arsenale è in mano a ribelli, guerriglieri, mercenari; solo il 16% viene utilizzato dagli eserciti regolari. La maggior parte delle guerre ha come obiettivo il controllo del territorio, che consente lo sfruttamento delle materie prime per proprio tornaconto o per assecondare gli interessi di potenze straniere.
Una realtà che diventa paradosso quando si parla di Africa, un continente che non ha eguali per ricchezza del sottosuolo, ma che, proprio per questa ricchezza, ha pagato un prezzo terribile. Petrolio, oro, diamanti, minerali rari, legname pregiato sono sinonimi di guerra, sangue, morti. Il loro sfruttamento è costato la vita a tanti uomini, donne, bambini. Controllare il continente nero significa gestire un immenso serbatoio di materie prime. Alcuni esempi possono fornire un’idea degli interessi in gioco: la produzione di cobalto dell’Africa copre il 40% del fabbisogno mondiale; il cromo (Sudafrica, Zimbabwe) il 61%; i diamanti (Congo, Botswana e Sudafrica) il 42%; la produzione di uranio (Niger, Namibia) il 16%; quella dell’oro (Sudafrica) il 24%. Sempre il Sudafrica produce l’80% di platino, ma ampie riserve di metalli appartenenti alla stessa famiglia si trovano anche in Burundi, Etiopia, Kenya, Sierra Leone e Zimbabwe. Dal sottosuolo sudafricano si estrae il 18% della produzione mondiale di titanio ed il 14% di manganese. Inoltre, i Paesi del Golfo di Guinea (Angola, Camerun, Ciad, Congo-Brazzaville, Gabon, Guinea equatoriale, Nigeria, Sao Tomè e Principe) sono così ricchi di giacimenti petroliferi da meritarsi il nome di ”nuovo Golfo Persico”.
Molte guerre in atto in questo continente sono dunque figlie della volontà di controllare materie prime di importanza strategica che interessano potenze industriali e lobbies internazionali. La guerra è sempre associata all’immagine di uomini armati che combattono. Ma dietro quest’immagine si nasconde una realtà drammatica: il coinvolgimento di migliaia di giovani ragazze ed adolescenti, come testimoniato dalla storia di Rosy. Secondo il rapporto di Save the Children ”Forgotten Causalities of War: Girls in Armed Conflict” (Le vittime dimenticate della guerra: le bambine nei conflitti), nel mondo oltre 120.000 bambine sono impiegate nei gruppi armati. Una cifra che corrisponde al 40% di tutti i minori (300.000) arruolati negli eserciti, regolari e non. I Paesi in cui questo fenomeno è più inquietante sono lo Sri Lanka, dove 21.500 bambine sono risultate coinvolte nella guerra civile, la Repubblica Democratica del Congo, dove si stima che circa 12.500 giovani ragazze si siano arruolate nelle Forze armate, e l’Uganda, dove 6.500 bambine sono state rapite dai ribelli dell’Lra ed inserite nei loro ranghi. Piccole soldatesse sono presenti anche negli eserciti e nei gruppi armati in Colombia, Filippine, Pakistan e Timor Est. Le bambine, però, rispetto ai loro coetanei maschi, oltre a combattere svolgono anche altri compiti: si occupano della sussistenza dei militari, lavorano come portatrici, raccolgono informazioni, fanno da corrieri e, soprattutto, vengono usate come “schiave sessuali” e concesse in moglie ai comandanti. Una realtà drammatica poco conosciuta, così come poco conosciuto è il problema del coinvolgimento delle bambine nei conflitti.
Ma c’è anche un’altra piaga che colpisce le bambine coinvolte nei conflitti: la prostituzione. Il dilagare della povertà, la disgregazione delle famiglie e delle comunità e l’insicurezza spingono le adolescenti, anche le più piccole, a vendere il proprio corpo in cambio di cibo o protezione. Una ricerca condotta dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati e dalla sezione inglese di Save the Children ha riportato il caso di una bambina rifugiata liberiana che si è prostituita per l’equivalente di 10 centesimi di dollaro, una cifra con la quale avrebbe potuto acquistare al massimo un po’ di frutta o una manciata di noccioline. Molto spesso, si legge nel documento, le giovani concedono prestazioni sessuali in cambio di biscotti o di un pezzo di sapone. In molti casi la prostituzione viene praticata anche nei campi profughi, e non è raro che questo turpe mercato venga alimentato anche dai soldati dei contingenti di pace.
A questo proposito esiste un dossier, il ”Rapporto Machel”, del 1996, da cui risulta che in 6 Paesi, sui 12 esaminati, l’arrivo delle forze di peacekeeping è coinciso con un aumento della prostituzione minorile. Per molto tempo la questione delle bambine soldato è stata sottovalutata. Questo per almeno quattro ragioni, come ha evidenziato l’Unicef nel rapporto 2005 sulla condizione dell’infanzia nel mondo: ”Il numero delle bambine-soldato è solitamente sottovalutato; le donne e le bambine che si arruolano o sono costrette ad arruolarsi nelle forze armate non sono considerate ”veri soldati”; molte di queste bambine sono erroneamente classificate come donne perché, nel momento del disarmo, della smobilitazione e della reintegrazione, hanno più di 17 anni e spesso hanno dei figli; si pone l’enfasi sui maschi armati per attirarli nelle zone di disarmo o smobilitazione”.
In passato, inoltre, la violenza e lo stupro venivano addirittura considerati come una conseguenza tragica, ma inevitabile dei conflitti. Non erano quindi punibili, a differenza della tortura e dell’omicidio, annoverati tra i crimini di guerra. Ciò non ha avuto soltanto l’effetto di rendere ”invisibili” queste bambine, ma ha anche prodotto una conseguenza ancora più aberrante: una volta terminati i conflitti, esse rimanevano escluse dai programmi di smobilitazione, coordinati dall’Undp, il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite, dalla Banca Mondiale e dall’Undpko. Come ha evidenziato il rapporto di Save the Children, ”Forgotten Causalities of War: Girls in Armed Conflict”, il successo di un programma di smobilitazione si misura spesso sul numero di armi requisite piuttosto che sull’effettivo recupero degli ex combattenti. Il compito del reinserimento dei bambini viene generalmente affidato all’Unicef o alle Organizzazioni internazionali non governative le quali, però, non hanno a disposizione le risorse economiche necessarie. Inevitabilmente, a pagare sono proprio i bambini.
Soltanto in anni recenti si è cominciato a prestare maggiore attenzione alla condizione della donna nei conflitti armati.
La svolta si è avuta con l’istituzione dei Tribunali ad hoc per l’ex Jugoslavia (Icty), nel 1993, ed il Ruanda (Ictr), nel 1994. Lo Statuto del Icty menziona esplicitamente lo stupro tra i crimini contro l’umanità, mentre quello del Tribunale di Arusha sul Ruanda elenca, tra gli atti che lo stesso tribunale è competente a giudicare, ”stupro, prostituzione forzata ed ogni forma di aggressione sessuale”. I processi celebrati da questi due Tribunali hanno già riconosciuto lo stupro come atto di tortura, grave violazione delle Convenzioni di Ginevra e crimine di guerra, nonché come strumento di genocidio.
Nel 2000, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato la risoluzione n. 1325, in cui si afferma ”il ruolo importante che svolgono le donne nella prevenzione e nella soluzione dei conflitti e nel consolidamento della pace”. Su questa scia, anche la Corte penale internazionale, entrata in vigore il 1° luglio del 2002, all’articolo 7 ha incluso i reati di violenza sessuale, comprendendo in questa voce lo stupro, la schiavitù sessuale, la gravidanza forzata e l’induzione alla prostituzione tra i crimini contro l’umanità. Nel gennaio del 2004 la Corte ha avviato la sua prima inchiesta sugli stupri, le violenze e le persecuzioni compiuti in Uganda su donne e bambine dai ribelli dell’Esercito di resistenza del Signore ed ha emesso le autorizzazioni all’arresto per cinque leader del gruppo armato, tra cui il capo indiscusso, Joseph Kony, ed il comandante in seconda, Vincent Otti.
Successivamente, la Corte Penale Internazionale ha condannato a 14 anni di carcere per crimini di guerra l’ex leader della milizia congolese Thomas Lubanga, accusato di aver arruolato bambini soldato. Cinquantuno anni, Lubanga, i cui guerriglieri sono sospettati di aver ucciso centinaia di civili per ragioni etniche, è stato riconosciuto colpevole di aver usato bambini soldato durante la guerra civile del 2002-2003 in Ituri, una Provincia della Repubblica Democratica del Congo caratterizzata dalla foresta pluviale e che comprende una parte dell’ex provincia Orientale, la cui capitale, Bunia, è la città più grande della zona. Scontri inter-etnici e violenze tra gruppi di ribelli per il controllo delle miniere d’oro ed altre risorse naturali nella regione del nord-est della Repubblica Democratica del Congo hanno provocato, dal 1999, la morte di oltre 60.000 persone, secondo le organizzazioni umanitarie presenti sul territorio. Ma anche un co-imputato di Lubanga, Bosco Ntaganda, ex vice capo dello staff del Fronte Patriottico per la Liberazione del Congo, è destinatario di un mandato d’arresto da parte della Corte penale internazionale dal 2006 per gli stessi crimini di guerra. È ancora a piede libero, ed è anche accusato di essere a capo di una rivolta in corso nel Paese africano.
In conclusione, nonostante gli importanti passi in avanti dal punto di vista giuridico, la comunità internazionale non è ancora riuscita a mettere un freno alla terribile piaga dei bambini soldato.

Giuseppe Carrisi
Giornalista RAI

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *