Noi turisti per caso

Syusy Blady e Patrizio Roversi

Cos’è il turismo solidale secondo la vostra esperienza di viaggi?
Patrizio Roversi – Il turismo dovrebbe essere sempre implicitamente solidale, nel senso che un turista arriva in un territorio e porta delle cose che dovrebbero essere tutte positive, almeno sulla carta. Porta ricchezze materiali, ma anche scambio culturale. Il turismo dovrebbe essere, quindi, assolutamente solidale. Spesso, però, non lo è perché, per implementare le strutture turistiche, si finisce anche per rovinare l’ambiente. Oppure, per venire incontro alle esigenze dei turisti, un ambiente rischia di snaturarsi, di perdere la propria identità. Tutto il turismo dovrebbe quindi essere solo solidale. Quando però qualcosa non funziona, allora non è più solidale, ma può comportare conseguenze negative.

Nei vostri viaggi avete avuto delle esperienze di turismo solidale o esperienze negative?
Patrizio Roversi – Sul primo numero della rivista “Turisti per caso”, uscita in dicembre, abbiamo dedicato l’ultima pagina all’AITR, Associazione Italiana Turismo Responsabile, proprio perché riteniamo che il turismo responsabile sia il modo migliore per fare del turismo divertente ed edificante. Non a caso, nel decalogo che AITR distribuisce ai turisti, ci sono delle regole simili a semplici consigli, affinché i turisti si godano meglio la loro vacanza. Un esempio: la prima regola è “assaggia il cibo locale, non pretendere di chiedere sempre il cibo di casa tua”. Questa regola insegna a godersi i prodotti locali. Ed è anche una regola che sostiene l’identità delle popolazioni ospitanti, perché non tende a snaturare le loro tradizioni gastronomiche. Ma è utile anche a noi. Diciamo che è una regola che fa bene a tutti. Un’altra è quella di attenersi agli usi locali, in termini di abbigliamento, galateo, ecc. Favorisce le comunità locali perché non le violenta con comportamenti inconcepibili. Ma viene incontro anche alle esigenze del turista, perché in questo modo amplia le sue conoscenze, vive dei rapporti più stretti, crea delle relazioni significative. Non si devono poi pretendere delle comodità fuori luogo, o gli standard a cui siamo abituati. Questo contegno virtuoso allontana le grandi strutture, spesso lesive dell’ambiente, e sostiene una sorta di ospitalità diffusa, piacevole per tutti. Il turista conosce persone vere, l’ambiente non subisce inquinamento. Altra caratteristica fondamentale del turismo solidale è l’esigenza che le risorse economiche portate dal turista vadano a vantaggio della comunità locale. In caso contrario, il turismo rischia di diventare colonialismo, rapina. Secondo me esiste un’idea di turismo corretta, positiva: non devi sostenere un sacrificio per essere solidale, fai anche il tuo interesse, fai le cose che ti permettono di conoscere meglio la realtà con cui entri in contatto.

Ci sono forze o interessi che ostacolano questo tipo di turismo?
Patrizio Roversi – Certo. Tutto ciò che va oltre l’aspetto locale e diventa “globale” rischia di travolgere le esigenze specifiche di una comunità territoriale. Un certo livello di internazionalizzazione è necessario perché, ad esempio, le compagnie aeree non possono essere locali o solo locali. I circuiti che fanno viaggiare il turista sono internazionali. Bisogna però che abbiano buone radici sul territorio, altrimenti si assiste a multinazionali del turismo che prelevano i turisti e l’offerta si inaridisce, ad esempio, in una foto in Piazza San Marco o davanti al Colosseo. Un turismo mordi e fuggi che non arreca niente alle comunità locali. Un turismo alienante che non fa bene nemmeno ai turisti. Ci vuole un giusto equilibrio tra locale e internazionale. Poi, ovviamente, più c’è rapporto con il locale e più è “democratico”, nel senso che si lasciano risorse sul territorio, non c’è sfruttamento, non c’è business.

Hai visto più turismo responsabile in Europa o nei paesi in via di sviluppo?
Patrizio Roversi – Da come parli di turismo responsabile, forse tu intendi qualcosa più vicino al volontariato nei confronti delle comunità locali, piuttosto che il turismo di uno che va in giro a farsi le vacanze. È chiaro che ONG ed associazioni di volontariato promuovono, nei paesi in via di sviluppo, un turismo dichiaratamente solidale, legato al volontariato. Io, invece, vorrei spostare l’attenzione su un turismo normale, di gente che va in vacanza e non a fare volontariato. Ma che anche così deve rispettare determinate regole, nel suo interesse. È ovvio che tutto ciò diventa molto più evidente nei paesi in via di sviluppo. A Londra o a Parigi, sono diverso dal cittadino londinese o parigino, ma fino ad un certo punto. Sono diverso perché mi occupo d’altro mentre vado là a fare il turista, ma non c’è un incontro di punti di vista o di civiltà. A Cuba, in Cina, India o Africa, l’impatto della mia diversità può essere più difficile da gestire. L’Europa è un luogo in cui ci spostiamo agevolmente. Possiamo andarci per lavoro un giorno ed il giorno dopo, ad esempio, visitare un museo. Qui, la funzione del turista si può assolvere anche così, non a tempo pieno. Pretendere gli spaghetti col pomodoro in India è invece più complicato. Si tratta di mediare per avere un incontro vero con la realtà.

È importante non organizzare tutto categoricamente, ma lasciare spazio all’imprevisto?
Patrizio Roversi – Syusy lascia ampio spazio all’imprevisto, si perde nei luoghi ed improvvisa. Io sono più legato al programma. È un fatto caratteriale, ma che può anche dipendere dalla realtà che vai a visitare. Ci sono esempi in cui organizzarsi troppo è assurdo, perché si tratta di realtà molto semplici, che non creano complicazioni di nessun tipo. Si può quindi andarci benissimo da soli ed improvvisare. Ci sono, invece, situazioni molto più complesse, in cui non organizzandosi si corrono dei rischi, il primo dei quali è di capire pochissimo. Ad esempio, se vado in Yemen (un posto meraviglioso) senza guida, corro sicuramente dei rischi. Il primo è quello di incappare nei famosi rapimenti. Ma, soprattutto, il rischio è quello di non capire, perché si tratta di una realtà molto diversa dalla mia, con delle barriere linguistiche importanti. Se ho una guida, questa mi introduce, mi spiega, mi racconta, mi permette di interagire con la realtà. Cosa che non avviene se vado da solo. Il tipo di organizzazione deve cambiare in base alla meta


Cos’è per te l’improvvisazione e come ti permette di godere meglio di un paese che non conosci?
Syusy Blady – Stiamo parlando del “per caso”, altrimenti non ci sarebbe il “per caso” nei nostri viaggi. Il “per caso” è fondamentale, intendendo che il caso non è assolutamente casuale, ma un insieme di coincidenze che, guarda caso, stanno dentro alla sincronicità. L’hanno anche studiata, la sincronicità o coincidenza. Che non è casuale. È quella che i greci chiamavano “Fato”, che era un dio, il dio più importante, il dio supremo. E regnava su tutti, dei e uomini. Ed è vero, è così. Per gli indiani, i destini sono addirittura scritti. C’è un luogo dove vengono conservati tutti i destini degli esseri umani. L’incontro non è quindi mai casuale veramente. Sembra casuale, ma poi, alla fine, ha un senso. E quello è l’elemento fondamentale del viaggio. Altrimenti, non c’è viaggio. Il viaggio, poi, è quello della vita normale, della quotidianità. È una cosa che avviene sempre, non solo nel viaggio. Però, nel viaggio è più evidente.

C’è qualche episodio particolare di sincronicità che ti è capitato durante un viaggio?
Syusy Blady – Proprio per fornire un esempio, ma non è che sia quello, succede nella quotidianità molto più di quanto non ce ne accorgiamo. Potrei quindi dire che non è un evento unico. Per me, che nel viaggio amo ricercare l’aspetto “misterioso”, archeologico, della domanda, della cosa che non è ancora conosciuta, che non ti hanno spiegato in modo specifico, questa cosa è un continuo. Spesso, gli altri mi guardano e dicono: “Cosa cavolo stai facendo?, cosa fai?, perché vai là?”. Poi, alla fine, c’è sempre qualcosa. O almeno per me c’è qualcosa. Magari, per un altro non c’è niente. Per me, di solito, c’è sempre un incontro, la cosa giusta da andare a vedere. Capita regolarmente. È un continuo.

Puoi fare qualche esempio?
Syusy Blady – Quest’estate, ho viaggiato con Adriatica per il Mediterraneo, sulle rotte dei popoli del mare. Queste popolazioni invadono il Mediterraneo fra il 1200 e il 1400 avanti Cristo e definiscono tutto ciò che forma la nostra cultura. Probabilmente si tratta di navigatori provenienti dal nord Europa. È assurdo che nessuno si sia accorto che nel Mediterraneo, ad esempio, ci siano rotte navigabili via mare con la vela e mura megalitiche in ogni dove. Dalle Baleari alla Turchia, dalla Grecia all’Italia, dalla Sicilia alla Sardegna. Ognuno fa ricerca per sé. Le mura del Lazio, le mura della Turchia… Nessuno le mette in relazione. Magari con qualche cosa di davvero rilevante e ad un certo punto dimenticata. Il giro che ho fatto questa estate si tradurrà in una serie di venti puntate che andranno in onda per “Yacht and sail” di Sky, dal 3 ottobre alle 19.15. Trovo delle cose incredibili: mura ciclopiche, elefanti di pietra alti 5 metri… Cose che, insomma, è assurdo che le persone e, soprattutto, l’archeologia ufficiale, non abbiano già messo in relazione. E allora, è un po’ questo, il “per caso”: si cercano cose che poi, alla fine, ci sono. Perché prima fai l’ipotesi, e poi le trovi davvero. Come Schliemann, che diceva che là c’era Troia. E poi c’era davvero.

Vuoi raccontarmi anche tu un episodio curioso?
Patrizio Roversi – Una cosa che mi ha colpito particolarmente, rispetto ai rapporti conflittuali tra turista, identità locale ed accoglienza. Ricordo che su un’isola campana, bellissima, abbiamo mangiato spaghetti scotti. Vabbé, sarà stato un caso. Il giorno dopo, gli spaghetti erano ancora scotti. Il terzo giorno, ho chiesto al cameriere: “Ma come, qui dalle parti di Napoli avete gli spaghetti scotti?”. E lui ha risposto: “Lascia stare, guarda, un casino. Perché qui ci sono tanti Tedeschi che vogliono gli spaghetti scotti. Quindi, ormai, li facciamo scotti per tutti, anche per noi”. E noi abbiamo detto no. Tu devi imporre al Tedesco lo spaghetto al dente, perché, una volta che viene qui, lo deve mangiare come noi, non come piace a lui. Questo può essere anche ridicolo, ma secondo me è indicativo, perché non bisogna rinunciare alla propria identità. In Sudafrica, sono andato nei quartieri neri e ho assaggiato la loro birra artigianale. Per me occidentale era mostruosa: aveva trenta gradi di temperatura e tre gradi alcolici… Orribile. Ma io mi sono adattato a berla. Era un rito collettivo. Se vai nella Polinesia dell’ovest, c’è il rito della cava, una specie di bevanda tratta da una radice che sa veramente di fango. Ma questa è la prassi e tu la devi rispettare. Insomma, se decidi di viaggiare, decidi di adattarti ad un ambiente che è diverso dal tuo. Se, invece, decidi di accogliere dei turisti, devi in qualche modo adattarti all’accoglienza di persone che la pensano in maniera diversa da te. Quindi, il bello del rapporto è proprio questo: una dialettica di diversità che si vengono incontro. Delle due, è giusto che sia soprattutto l’ospite, nel senso del turista, a venire incontro all’ospite nel senso di colui che sta a casa sua. Ma è chiaro che ci si deve venire incontro.

Intervista a cura di Martina Seleni.
Syusy Blady e Patrizio Roversi
Protagonisti dei reportage alternativi “Turisti per Caso”

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