I panni sporchi non si lavano in casa

Chi denuncia si sente sola, vergognosa, disprezzata, non si stima più, e ci vuole molto coraggio per uscirne.

I dati sulla violenza in Italia sono spaventosi: le donne che hanno subito abusi, come stupri, maltrattamenti o violenze domestiche, sono sette milioni. Si tratta di una cifra che corrisponde al numero degli abitanti dell’Emilia Romagna, delle Marche, dell’Umbria e dell’Abruzzo, messi tutti assieme! Di questi sette milioni di donne, tre milioni hanno subito violenza in famiglia, e quindi da parte del marito o del partner: può trattarsi sia di violenza sessuale che di insulti, ustioni, pugni e calci. Violenze spesso accompagnate da controllo psicologico, sottrazione di indipendenza economica e svalutazione della persona. Cito ancora qualche numero: ogni tre giorni una donna viene uccisa da un marito, un fidanzato o da un ex che non si è rassegnato, e solo un uomo su cento alla fine viene condannato! Questi sono i dati che poi, giorno per giorno, vediamo purtroppo confermati dalle notizie di cronaca. A denunciare le violenze domestiche è solo il 7% delle donne che ne vengono colpite: vuol dire che il 93% tace. Lo fanno per paura di ritorsioni, per vergogna o per senso di colpa. Molto spesso, infatti, queste persone sono talmente martoriate anche psicologicamente da pensare di meritarsi quello che ricevono: diventano complici del loro aguzzino. Basta magari che poi il marito le “ricompensi” con una uscita a cena o un mazzo di fiori e tante volte tendono a dimenticare tutto il male che hanno ricevuto. Nelle storie di queste donne si intrecciano più sentimenti: prima di arrivare alla lucida consapevolezza che non si meritano tutto quello che subiscono, spesso lo sopportano pensando che dipenda da una propria colpa o dalla propria inadeguatezza. Non arrivano a capire che dovrebbero denunciare il loro carnefice perché fanno fatica a rendersi conto che l’uomo che le picchia e le umilia, pur essendo il marito, il fidanzato, insomma la persona che hanno amato e che le ha conquistate, è in realtà un vero e proprio delinquente. Non dimentichiamo, poi, che rispetto alla scelta della denuncia possono trovarsi tutta la famiglia contro, perché per tradizione la famiglia è “sacra”, la donna deve sopportare e i panni sporchi si lavano in casa. É un fenomeno talmente conturbante che spesso si preferisce “non vederlo”, non parlarne, non occuparsene. Ed è così che nasce la solitudine delle vittime. Ricordiamo poi che molte di loro, dopo la denuncia, non saprebbero che cosa fare né dove andare, perchè magari non hanno l’indipendenza economica… intendiamoci: questi non sono solo fenomeni che riguardano le classi basse ma coinvolgono anche quelle alto borghesi. Queste donne si sentono sole, vergognose, deprezzate, non si stimano più, e ci vuole molto coraggio per uscirne. Ma ci vuole anche molta solidarietà: da parte delle amiche o magari del medico, che le cura in pronto soccorso e vedendo segni ripetuti di fratture e di violenze non dovrebbe far finta di niente. Con molto tatto, senza intimorire la donna, dovrebbe aiutarla a parlare, a dire la verità e farle capire che esiste il modo per uscire dalla situazione in cui si trova. In Italia ci sono un centinaio di strutture che hanno lo scopo di aiutare le donne che subiscono violenza: per sapere dove sono ci si può informare in comune o alla ASL. Ci si può rivolgere al Telefono rosa, che da anni si impegna in questo campo. Ma esiste anche un numero governativo, purtroppo ancora poco conosciuto, il 1522: le donne che telefonano naturalmente possono restare anonime e ricevono subito un aiuto psicologico, oltre all’indicazione del più vicino centro antiviolenza, cui si possono rivolgere per una consulenza legale o per qualsiasi altro tipo di supporto. Alcune di queste strutture possono addirittura offrire ospitalità, alle donne e ai loro bambini. Naturalmente in un primo tempo basta l’accoglienza, ma poi sorge il problema di come organizzare la propria vita successivamente alla denuncia: immediatamente le donne hanno bisogno di essere difese legalmente e protette concretamenete dall’uomo violento, ma a un certo punto devono costruirsi un’indipendenza economica. Per tale motivo a marzo abbiamo istituito assieme a Pangea Onlus un fondo di microcredito: molte delle donne che si trovano in questa situazione hanno interrotto gli studi, o non hanno attività professionali in mano, e nessuna banca sarebbe disposta ad aiutare persone che non danno garanzie concrete di solvibilità. Il fondo di cui parlo, invece, concede dei prestiti a bassissimo tasso di interesse perchè le donne possano cominciare un’attività e ricostruirsi una vita: esse, naturalmente, vengono seguite e consigliate da vicino, e c’è da dire che in base all’esperienza di Pangea anche a livello internazionale sono pochissime le persone che poi non ce la fanno a restituire il prestito, che comunque viene considerato estinto. L’anno scorso abbiamo contribuito direttamente, grazie alla generosità delle nostre lettrici, ad aiutare quattro centri che ospitano donne maltrattate; quest’anno invece abbiamo raccolto dei fondi attraverso la vendita di un ciondolo, il nodo di Pangea: 100mila ciondoli sono andati a ruba e tutto il ricavato è stato devoluto al fondo di microcredito. Chi non avesse più trovato in edicola il ciondolo ma lo volesse acquistare, può andare sul sito di Pangea, che è molto facile da navigare e illustra anche tante altre modalità per sostenere la causa. A chi vuole dare un aiuto concreto suggerisco anche di leggere Donna Moderna, che ha creato un Osservatorio sulla violenza, dove ogni settimana si aggiornano le notizie e si danno informazioni sulle iniziative a favore delle donne. Un consiglio generale: tenere alte le antenne e osservare con sensibilità chi ci sta vicino. Se ci si accorge che un’amica, una parente, una collega, una vicina di casa ha lividi sospetti, frequenti fratture, vari segni di maltrattamenti non bisogna chiudere gli occhi ma, con delicatezza e determinazione, occorre incoraggiarla a confessare la verità, ed eventualmente aiutarla concretamente, per esempio accompagnarla a un pronto soccorso o a sporgere denuncia. Non va lasciata sola, poiché anche la denuncia, talvolta, si trasforma in una prova molto difficile da affrontare. Il medico o il carabiniere che ci si trova davanti può non essere sensibile e preparato psicologicamente, quindi spesso la vittima subisce un interrogatorio umiliante, che a sua volta diventa un’ulteriore violenza. In definitiva, i modi per aiutare concretamente le donne che subiscono soprusi e violenze ci sono: offrendo un contributo, oppure lavorando per i centri di aiuto sparsi in tutta Italia, stando attenti alle persone che ci circondano o semplicemente cominciando ad educare i propri figli all’insegna della non violenza. Ad esempio, non bisogna mai, per nessun motivo, giustificare la prepotenza maschile: ogni forma di sopraffazione va condannata e ai maschietti va insegnato il rispetto delle femmine fin da piccoli. Non bisogna ridere delle loro prepotenze o del loro precoce disprezzo per “le femminucce”: va spiegato in maniera molto semplice che siamo nati uguali. Il destino di diventare carnefice o vittima dipende dall’educazione e dai modelli che vengono offerti dai genitori. Padre e madre sono il primo modello con cui i bambini si confrontano. La madre deve farsi rispettare, il padre deve stimare la madre, ed entrambi devono insegnare che amare vuol dire non farsi del male. Un discorso particolare va rivolto a quelle mamme che hanno un debole per i figli maschi e sono pronte a scusarli sempre e comunque: non devono mai giustificare la violenza del figlio, tantomeno farsene un vanto e nemmeno perdonarlo. Un bambino non può pensare che lui, in quanto maschio, può permettersi certe cose. Quindi bisogna farsi rispettare come mamma e far sì che il bambino rispetti anche le amiche, le sorelle e le compagne di scuola. Bisogna far loro comprendere che la gentilezza è una valore anche maschile e non solo femminile, e che non è la prepotenza che conquista una donna, ma se mai la gentilezza. Alle bambine, invece, bisogna insegnare a farsi rispettare: una donna deve avere autostima, deve capire il proprio valore, e non deve permettere a nessuno di calpestarla, di umiliarla e di farla sentire inferiore, perchè le donne non sono inferiori agli uomini. Una raccomandazione che voglio dare alle donne che si innamorano di un uomo e magari si accorgono solo dopo che si tratta di un uomo violento, è questa: al primo schiaffo, denunciarlo. Al primo, senza aspettare il secondo. Perchè questo è stato verificato: quando il primo schiaffo viene tollerato, si scatena subito il meccanismo per cui arriva il secondo. Il marito che con uno schiaffo riesce a deprezzare la moglie, poi se ne permette subito un altro, e poi passa ai pugni, alle minacce, agli insulti, allo strangolamento e perfino all’omicidio. Quindi, ripeto, non va scusato neppure uno schiaffo, anche se seguito da promesse e richieste di perdono. Certo, difendersi e difendere le altre donne vuol dire esporsi e rischiare. L’8 marzo del 2008, nell’ambito del convegno organizzato a Milano da Donna Moderna proprio sul tema della violenza, mi ha colpito molto l’intervento di Giovanna Fava, avvocato che opera gratuitamente per i centri di donne maltrattate. Lei è stata vittima di un episodio molto particolare: mentre difendeva una donna durante un processo, ha visto entrare in aula il marito dell’assistita, che ha sparato prima alla moglie e poi anche a lei. Il suo intervento è stato scioccante, perchè dimostrava che la violenza degli uomini non si ferma davanti a nulla. Che fare dunque? Cedere alla paura? Rassegnarsi? No, innanzitutto ricordiamo che oggi esiste una legge contro lo stalking, cioè il reato di persecuzione, segno che lo Stato comincia a muoversi. Ma soprattutto facciamo leva su un fatto: più siamo unite, più facciamo paura a questi uomini, che in fondo sono solamente dei deboli, tanto che hanno bisogno di ricorrere alla violenza per convincere se stessi di essere potenti. Se tu dimostri che non hai paura e che li affronti, puoi veramente vincere. Dobbiamo fare rete tra di noi, aiutarci e fare in modo che chi si trova in questa situazione trovi la forza e il coraggio di parlarne.

Cipriana Dall’Orto
Condirettrice del settimanale Donna Moderna

Massimiliano Fanni Canelles

Viceprimario al reparto di Accettazione ed Emergenza dell'Ospedale ¨Franz Tappeiner¨di Merano nella Südtiroler Sanitätsbetrieb – Azienda sanitaria dell'Alto Adige – da giugno 2019. Attualmente in prima linea nella gestione clinica e nell'organizzazione per l'emergenza Coronavirus. In particolare responsabile del reparto di infettivi e semi – intensiva del Pronto Soccorso dell'ospedale di Merano. 

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