Origine, parola chiave del percorso adottivo

Nell’adozione internazionale uno dei compiti del genitore adottivo, e della società di accoglienza, è riconoscere la diversità del figlio come valore, non negarla o giudicarla sfavorevolmente. L’atteggiamento socioculturale nei confronti dei paesi di provenienza dei bambini adottati rimane quindi un elemento fondamentale

 

Nel considerare il rapporto tra il nostro paese ed i paesi da cui arrivano bambini in adozione è sorprendente notare come ancora oggi, sia a livello istituzionale che di opinione pubblica, da un lato si afferma l’attenzione per tali paesi e l’impegno a sostenerli nel loro sviluppo, dall’altro si denigrano i loro sistemi socio – assistenziali e politici per giustificare il nostro desiderio di adottare.

Le campagne elettorali parlano della necessità di sveltire le pratiche, di far venire più bambini e sempre più rapidamente dall’estero. Nessuno rileva che i paesi di origine hanno i loro criteri di accettazione delle famiglie e di assegnazione dei bambini, le loro procedure, le loro liste di attesa. Nel sentire comune e nei mass media l’adozione internazionale, nonostante le affermazioni di principio, continua ad essere vista come un diritto degli adulti e dei paesi di accoglienza in una sottile ma continua svalutazione dei paesi di origine che, ottenuti aiuti e progetti di sviluppo, debbono darci i loro figli. Inevitabile il riferimento all’ultimo episodio, non direttamente legato all’adozione internazionale, in cui è stato ampiamente criticato un paese che chiedeva la restituzione di una bambina sua cittadina. Il messaggio trasmesso dai mass media è stato quello della superiorità del nostro sistema di vita, della certezza per un bambino di avere buoni genitori in Italia, della mancanza di riconoscenza di un paese in difficoltà. Messaggio fatto proprio dall’uomo della strada, dall’operatore giudiziario, passando per opinionisti di vario genere…

L’ambiguo sistema che organizza, giustamente, progetti di aiuto ma poi chiede riconoscenza non caratterizza solo l’Italia; quasi tutti i paesi di accoglienza si aspettano gratitudine dai paesi in cui fanno cooperazione e contemporaneamente svolgono programmi di adozione. Questo non vuol dire che debbano essere eliminati i progetti di sostegno in paesi poveri da cui arrivano bambini abbandonati, occorrerebbe però svincolarli dai programmi di adozione.

È acquisito che nell’adozione internazionale uno dei compiti del genitore adottivo, e della società di accoglienza, è riconoscere la diversità del figlio come valore, non negarla o giudicarla sfavorevolmente. L’atteggiamento socio culturale nei confronti dei paesi di origine dei bambini adottati rimane quindi un elemento fondamentale cui si connette l’evolversi del nostro concetto di ricerca delle origini. Considerando quanto è emerso dall’esperienza del Servizio Sociale Internazionale, notiamo come in un percorso adottivo ben strutturato una valida conclusione può essere la ricerca delle origini che nelle adozioni internazionali ha anche il significato di un riavvicinamento alla propria terra e cultura.

L’Italia, come paese di accoglienza, è tra i meno avanzati culturalmente rispetto alla ricerca delle origini. Nel nostro paese è ancora vissuta come una diminuzione della genitorialità adottiva, si tende a negarne il significato intrinseco, indipendente dall’adozione, ed a negare che il figlio adottivo abbia una sua storia che ha origine da un padre e da una madre diversi da coloro che lo curano. Nei paesi anglosassoni la ricerca delle origini è un concetto acquisito e vissuto in modo semplice e concreto; alcuni hanno organizzato delle banche dati dove sia le persone adottate, che i genitori naturali, possono iscrivere il loro nominativo per facilitare le ricerche. Tutti riconoscono da anni agli adottati il diritto alla ricerca dei genitori biologici, alcuni riconoscono la possibilità che i genitori naturali cerchino i figli lasciati in adozione. Ciò sempre rispettando chi non desidera essere contattato, sia esso genitore o figlio biologico.

Nel ripercorrere le attività del SSI troviamo molti casi significativi di ricerca delle origini. Diversi i ragazzi italiani di cui avevamo curato l’adozione negli USA che rintracciati, nostro tramite, i genitori naturali sono venuti a conoscerli. Profonda la loro emozione nel rivedere i luoghi dell’infanzia, fossero anche degli istituti, nell’incontrare la madre cui si assomiglia palesemente. Questi ragazzi venuti in Italia con il consenso delle famiglie adottanti sono poi rientrati negli USA, dove era la loro vita, con un bagaglio di emozioni ed una nuova serenità dovuta all’aver potuto dare forma concreta all’origine sconosciuta che aveva segnato le loro vite. Ci confrontiamo ora, divenuta l’Italia un paese di accoglienza, con l’altra faccia del problema, i genitori stranieri che cercano i figli adottati negli anni passati.

Recente la richiesta di informazioni di un padre asiatico vedovo i cui figli erano stati dati in adozione dai parenti, mentre lui era assente, senza il suo consenso. La pratica adottiva era stata svolta normalmente. L’uomo correttamente ha atteso che i figli raggiungessero la maggiore età e, pur essendo riuscito dai documenti a risalire all’indirizzo della famiglia adottante, si è rivolto al SSI per avere informazioni sulla loro vita ed essere eventualmente sostenuto nell’approccio con loro. Le restrizioni imposte dalla nostra legge, e la resistenza a coinvolgersi dei servizi sociali locali, non hanno permesso di andare oltre una assunzione di informazioni sulle condizioni di vita dei figli. Nell’intento di preservare la presumibile situazione di serenità dei due ragazzi, ormai adulti, si è negata loro la scelta se conoscere o meno la reale storia dell’abbandono.

Diversa l’esperienza di una madre centroamericana la cui figlia era stata data in adozione ad una famiglia italiana dal padre mentre lei si trovava negli USA per lavorare. L’adozione, attuata alcuni anni fa, ha richiesto tempi lunghi per la definizione. In questo intervallo siamo stati contattati dalla sezione SSI negli USA cui si era rivolta la madre, che già aveva ottenuto la restituzione di un altro figlio dato in adozione senza il suo consenso. Il caso ha richiesto una lunga mediazione per giungere ad una soluzione valida per tutti e soprattutto per la minore che, ormai adolescente, era ben inserita in Italia e voleva rimanervi. Tutte le persone coinvolte hanno dovuto rivedere le loro convinzioni; la madre ha compreso le ragioni della figlia e rinunciato a riaverla accontentandosi della porta lasciata aperta dal tribunale minorile con una lungimirante sentenza di adozione che contemplava la possibilità di mantenere i contatti madre – figlia.

Per molti ragazzi stranieri adottati in Italia la ricerca delle origini assume soprattutto un significato di “ritorno alla terra di origine” essendo quasi impossibile ritrovare i genitori. Esperienze importanti in questo senso sono ad esempio le visite alla terra natale che le Autorità Centrali di alcuni paesi asiatici organizzano periodicamente per le famiglie straniere che abbiano adottato bambini del luogo. Così come le visite organizzate da alcuni enti autorizzati italiani.

Per i ragazzi è importante accostarsi alla loro cultura di origine, alla musica, alla danza tradizionali, alle condizioni di vita del paese. Importante anche incontrare gli operatori degli istituti da cui provengono. Fondamentale la presenza delle famiglie adottive con cui condividere i propri sentimenti, le proprie paure, la propria gioia di ritrovare cose dimenticate in apparenza ancora vive nel loro essere più profondo. Anche le singole visite decise dai ragazzi assieme ai loro genitori sono utili ma in ogni caso è preferibile che questi ritorni vengano effettuati con il sostegno di chi ha attuato l’adozione nel paese di origine o in Italia. La ricerca delle origini non dovrebbe in ogni caso essere vissuta in solitudine dalla famiglia o dal singolo interessato ma essere accompagnata da operatori professionali che come prima cosa siano in grado di approfondire le motivazioni della richiesta di ricerca ed individuare eventuali messaggi di un disagio non rapportato alle proprie origini ma che non trova altra via per essere espresso.

Il desiderio di conoscere le origini ed il rispetto per il paese di nascita sono sentimenti che non possono essere elusi o cancellati. Dipende naturalmente dalle circostanze di vita, dalle persone con cui si è cresciuti e si sono stabiliti i legami affettivi più significativi, riuscire ad affrontare serenamente il rapporto con il proprio paese e le proprie origini senza viverli come elementi di angoscia, di disagio o di svalutazione del genitore adottivo stesso.

La ricerca delle origini non è un obbligo ma può essere una opportunità. Nessuno pensa di attuarla per tutti i giovani adottati, bisogna però che chi desidera farlo abbia la piena libertà di accedervi. Soprattutto è necessario che culturalmente ed emotivamente non sia più un tabù o una linea di demarcazione tra genitore degli affetti e genitore delle origini che li “contrapponga” in una dualità che non può che generare disagio e senso di incompletezza in tutte le persone coinvolte. E sarebbe forse importante affrontare con più rispetto, ferma restando la dovuta obiettività, le discussioni sulle condizioni e le azioni di quei paesi da cui giungono parte dei nostri figli.

Anna Maria Libri
Vice Direttore  Servizio Sociale Internazionale
Sezione Italiana




Il Servizio Sociale Internazionale organizzazione non governativa con sede centrale a Ginevra è attivo in tutti i campi di intervento sociale professionale legati alle migrazioni, estende la sua rete in circa 130 paesi. La sezione italiana, aperta nel 1932, si occupa di adozioni internazionali da più di 50 anni, ha iniziato con l’attuazione di adozioni di bambini italiani all’estero negli anni ’50, ha operato per oltre quindici anni come ente autorizzato secondo la normativa vigente. Attualmente svolge programmi particolari per la Commissione Adozioni Internazionali. L’esperienza pratica è sempre stata affiancata alla funzione di studio e di consulenza per gli organismi nazionali ed internazionali preposti a legiferare in materia.

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