Mobbing genitoriale

Il termine “mobbing” è stato utilizzato per la prima volta da K. Lorenz, nel descrivere gli attacchi di piccoli gruppi di animali contro uno più grande e isolato, per allontanarlo dal gruppo (o dal nido). Solo successivamente è stato esteso alle situazioni umane e di fatto relegato ai soli contesti di lavoro. In tale ambito, sono ormai innumerevoli le sentenze che lo riconoscono come fonte di danno biologico ed esistenziale.

Da qualche anno si è cominciato a parlare di “mobbing familiare”. Una sentenza della Corte di Appello di Torino lo ha ritenuto, in motivazione, causa giustificante di addebitabilità della separazione. Il concetto di “mobbing genitoriale” (Giordano, 2004) descrive invece le modalità con cui un genitore, classicamente il genitore affidatario,  del proprio figlio, tenta, e il più delle volte riesce, di allontanare l’altro genitore dal suo ruolo di genitore e dal legame con il figlio di entrambi. Nel mobbing genitoriale descriviamo quattro tipi di comportamenti: sabotaggi delle frequentazioni genitore-figlio, emarginazione dai processi decisionali, minacce, campagna di denigrazione e delegittimazione familiare e sociale.

Il sabotaggio delle frequentazioni può esser diretto o indiretto. Il bambino è costretto a non incontrare il padre (cui si danno delle scuse o, semplicemente, gli si nega la possibilità) o è convinto a non farlo (spesso inculcandogli che lui “in fondo non vuole davvero vedere papà” o che “poi sta male”). In questi casi i bambini rifiutano gli incontri adducendo motivi futili, o anche malesseri più o meno vaghi, a segnale della insostenibilità della situazione in cui sono messi. Altre interferenze nelle frequentazioni, gravemente lesive del minore, sono il far coincidere gli incontri o i periodi che questi dovrebbe passare con il genitore mobizzato, con occasioni liete o importanti, decisi apposta dal genitore mobizzante, o riempire le ore di incontro tra il bambino e il genitore mobizzato di impegni extrascolastici (piscina, judo, musica, scacchi, ecc.). Il genitore mobizzato avrà come alternative quella di diventare, agli occhi del figlio, colui gli impedisce “tutto” per averlo con sè, o quella cedere al ricatto, abdicando comunque al ruolo genitoriale. In altri casi, il genitore è costretto a incontrare i figli in situazioni degradanti o umilianti: ad es. alla presenza di parenti dell’altro genitore, o di persone illecitamente incaricate di “sorvegliarlo”. In altri casi, la mobizzazione avviene attraverso la classica “relocation”, trasferendo il minore in una città lontana: le sottrazioni internazionali di minore rappresentano il tragico estremo di questa forma di ostilità.

L’estromissione dai processi decisionali avviene impedendo al genitore mobizzato ogni scelta fondamentale per il figlio: istruzione, salute, viaggi, del figlio. Il genitore (spessissimo è il padre): sa solo a cose fatte a quale scuola, e di quale indirizzo, è stato iscritto il ragazzo: vengono ostacolati o impediti, con sotterfugi o campagne di denigrazioni, i rapporti con il corpo docente e non, e bloccata ogni informazione sull’andamento scolastico (tipicamente: la pagella non consegnata al padre). In questi casi, l’esautorazione del genitore non affidatario viene spiegata con un suo difetto, ovviamente lesivo dell’equilibrio psichico e fisico del minore, che costringerebbe l’altro a “tutelare” in tali modi il proprio figlio.

La campagna di denigrazione (ovviamente spesso reciproca), è sovente accompagnata da minacce (“ti riduco sul lastrico!”, “ti faccio finire in galera”, “ti impedirò di vedere tuo figlio”), prevede un capillare coinvolgimento della rete familiare, ed extrafamiliare dell’ex coppia, e coinvolgimenti in sede giudiziaria (ormai tipiche le false denunce di abuso o maltrattamenti, strumentali alla interruzione dei rapporti tra genitore mobizzato e figlio).

Nei quadri estremi (frequenti) del mobbing genitoriale abbiamo due esiti: la PAS, Sindrome di Alienazione Genitoriale, (il minore partecipa alla campagna di denigrazione contro il genitore mobizzato e rifiuta ogni rapporto con questi); l’autoesautorazione del genitore non affidatario da ogni aspetto della vita del figlio, che rinuncia a ogni esercizio della genitorialità perchè stremato dal mobbing subito. Il comportamento è identico a quello delle dimissioni forzate del lavoratore distrutto dal mobbing (dimissioni che usualmente la giurisprudenza considera come imposte).

Il “terrore psicologico” citato da Leymann ed Ege costituisce anche nel mobbing genitoriale il nucleo dell’esperienza mobbizzante ed èsperimentato quotidianamente: si è terrorizzati dall’idea della privazione improvvisa di ogni contatto (anche telefonico) con i propri figli, e ogni squillo telefonico o della porta di casa rappresenta la paura di una notizia che porta nuove aggressioni, nuove denunce, nuovi impedimenti. Il “doppio mobbing” arriva, anche qui, a coinvolgere l’eventuale nuovo nucleo familiare (nuovi nati compresi) del genitore mobizzato.

Il confronto fra diversi studi americani dimostrano che fra i genitori separati (in genere i padri, per logica statistica) è presente la stessa tipologia di psicopatologia dei lavoratori vittime di mobbing. Nelle statistiche scientifiche vi è poi il rilievo che il padre economicamente inadempiente verso i figli è con grande frequenza un padre mobizzato.

In sintesi: vi sono prove cliniche e statistiche che nelle separazioni conflittuali i comportamenti di “mobbing”, volti all’estromissione dal ruolo genitoriale di uno dei membri della coppia, sono frequenti ed esitano in gravissimi disagi individuali e sociali. Una decisa opera di tutela sociale, che si fondi anche su una risposta giudiziaria certa (particolarmente efficaci le sentenze con ingenti risarcimenti danni) è l’unica arma per impedire i gravissimi disagi individuali e collettivi provocati “mobbing genitoriale”.

Gaetano Giordano
– Specialista in Medicina Legale e delle Assicurazioni
– Specialista in Psicoterapia
– Direttore del Centro Studi Separazioni e Affido Minori

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