Il percorso di un cittadino

Tra le riflessioni sulla società, un tema caro del quale si sono un po’ perse

Letteralmente e da un punto di vista sociale, il significato e l’intento era quello di educare le giovani generazioni ad inserirsi progressivamente nella società, e quindi anche nella propria città, attraverso l’apprendimento delle sue origini storiche, delle sue dinamiche e delle regole del buon vivere al fine di vedere sì soddisfatti e riconosciuti i propri “diritti” di nascita acquisiti ma anche far fronte a quelli che sono gli obblighi, i cosiddetti “doveri”, del cittadino.

Sarebbe un po’ anacronistico riproporre l’educazione civica insegnata allora senza ricorrere ad una semplificazione ed all’aggiornamento dei suoi precetti: dopo anni di impegno trascorsi ad ingarbugliare, durante i quali la semplicità si è persa di vista,  diventa quanto mai laboriosa la sua ricerca, ed altrettanto laboriosi i tentativi per applicarla ai concetti sociali.

 Quale potrebbe essere un punto di partenza semplice per soffermarsi a riflettere sul cittadino?

Ad esempio il suo percorso quotidiano nel senso reale del termine, fatto di tutte quelle abitudini necessarie che nel tempo gli permettano di interagire nel suo vivere con la società: il titolo di un ipotetico tema scolastico potrebbe essere “La giornata di un cittadino comune”.

Per restringere il campo di questa analisi – che non vuole avere alcuna pretesa di ufficialità statistica – consideriamo il cittadino una persona normalmente sana, di sesso non definito, con una vita relazionale e sociale stabile, magari in coppia e con figli o -perché no? – “single” per scelta propria o altrui, con un lavoro, una casa, una macchina, tempo libero per le attività extra lavoro ed un tenore di vita tale che gli consenta di non preoccuparsi eccessivamente per mantenerlo.

Bisognerebbe paragonare le caratteristiche del nostro cittadino a ciò che negli organismi viventi viene chiamato “metabolismo basale”: osservato nel contesto di una città dell’odierno Occidente come potrebbe essere Trieste, per la società egli possiede quei requisiti minimi oggi ritenuti necessari per vivere dignitosamente.

Il nostro cittadino – fortunato – al mattino ha un lavoro da svolgere, pertanto esce dalla propria abitazione, che non è altro che una piccola società dotata di regole proprie, e già nello scendere le scale per raggiungere il posto di lavoro, inizia ad interagire con altri cittadini e la propria città utilizzandone i servizi: il suolo pubblico asfaltato, la luce nelle strade, i semafori agli incroci e le strisce pedonali, il mezzo di trasporto pubblico, il bottino delle immondizie, le cabine telefoniche, le bacheche informative, gli uffici postali, gli stessi vigili urbani che, svolgendo un lavoro di pubblica utilità, sono “al suo servizio”.

Allo stesso tempo, il cittadino in tale funzione, si impegna ad attuare – o non attuare – dei comportamenti per preservare nel tempo i servizi che la città gli mette a disposizione.

Quali sono questi comportamenti? Principalmente, tutti quegli atti che nascono dalla coscienza di ognuno di noi e accomunati dal “rispetto” per ciò che può essere usufruito come patrimonio comune: rispetto per il suolo pubblico e chi lo calpesta, che i cittadini sono invitati a non sporcare con residui loro scomodi di varia natura ed escrementi del migliore amico dell’uomo; rispetto del parcheggio o del sedile sui mezzi pubblici riservati ai cittadini meno autonomi nei movimenti; rispetto dei servizi messi a disposizione (spesso vediamo le cabine telefoniche divelte, i bottini incendiati, i muri, gli autobus ed i monumenti imbrattati da improbabili decorazioni artistiche o motti politici); rispetto delle zone pedonali, delle aree verdi e delle loro aiuole fiorite e delle piste ciclabili che consentono di prendere un contatto meno frenetico e più vero con la città; il rispetto della segnaletica stradale e l’osservanza di un comportamento consono nel traffico, sia come guidatore che come pedone. E potrebbero esserne elencati  mille altri ancora.

Da questo elenco non esaustivo emerge che il cittadino, in un contesto democratico qual’è quello della società in esame, è “libero” di adottare o meno alcuni comportamenti socialmente approvati molto personali (come ad esempio, il decoro nell’abbigliamento e nel porsi in pubblico) ma è anche “obbligato”, qualora non possedesse la coscienza necessaria per farlo da solo, a rispettarne altri, diversamente incorrerebbe in sanzioni morali ed economiche di varia entità.

Ad esempio, una delle sanzioni previste per l’intralcio della macchina sulle strisce pedonali è una multa (per di più salata), oppure il ripristino a proprie spese di un bene pubblico deturpato, o ancora l’inserimento forzato in attività di pubblica utilità per coloro che sono recidivi nell’adottare comportamenti inadeguati alla vita in società.

Come si dovrebbe rapportare dunque il cittadino, una volta interiorizzati i concetti di rispetto, divieti o obblighi derivanti da una corretta educazione civica?

E’ opportuno sottolineare che il percorso di crescita di una coscienza del cittadino fin qui descritta è ideale, ma l’interazione pratica con le varie realtà che nascono, si sviluppano e coesistono nel quadro sociale è ben altra cosa ed ha bisogno di un contatto concreto. E’ necessario che ognuno di noi valuti le conseguenze delle proprie azioni compiute nello spazio che è anche altrui, e comprenda che le regole e le condizioni che ne stanno alla base altro non sono che un ordine necessario per la sopravvivenza dell’intera società.

Ci sono aspiranti cittadini consapevoli, e sicuramente ce ne sono molti, che potrebbero essere aiutati nel loro divenire tali grazie al supporto elementare di quella che una volta veniva chiamata educazione civica.

Essa aveva la duplice funzione di far sentire da un lato un giovane essere umano parte di un tutto pronto ad accoglierlo una volta completato il processo di crescita individuale verso l’autonomia; dall’altro rappresentava per la società la garanzia di inserire al suo interno elementi partecipi, informati ed attenti alla sua salvaguardia ed alla condivisione del beneficio comune.

Questo compito, che negli anni passati veniva in parte svolto dalla famiglia nelle società meno rurali, e successivamente dalla scuola, lentamente ha lasciato spazio alla libera iniziativa ed alla sensibilità del singolo, e che oggi, alla luce delle società multi-etniche nelle quali ci apprestiamo a vivere, potrebbe essere rivisto e rivalutato come valore essenziale ed universale per la vita sociale di ogni singolo essere umano.

 

Marina Galdo

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