Pandemia globale come trauma culturale

La nuova pandemia di Coronavirus e le seguenti misure restrittive attivate, il sovraccarico informativo, l’elevato numero di vittime e gli scarsi risultati finora ottenuti in termini di ricerca scientifica nel trovare un vaccino in grado di debellare il covid-19, sono tutti elementi che hanno sconvolto la quotidianità di ogni singolo cittadino a livello globale.

Che le numerose morti, la confusione comunicativa, l’intervento tardivo da parte delle istituzioni nazionali ed europee, la mancanza di una cura, la crisi sanitaria prima ed economica poi siano fattori che abbiano gravemente colpito la vita privata e professionale di ogni individuo, non vi è alcun dubbio. Ma come questa situazione di crisi e di emergenza inaspettata venga esattamente percepita e come tali configurazioni influenzino la vita quotidiana collettiva nella “nuova normalità” non è stato ancora sufficientemente concettualizzato. 

Le persone hanno bisogno di sicurezza, affetto, ordine e connessione, ma nel momento in cui accade qualcosa che mette a serio rischio il totale soddisfacimento di tali bisogni gli individui rischiano di essere traumatizzati. 

Secondo quella che Alexander (2012) definisce “teoria profana del trauma”, quest’ultimo può essere definito come un evento accaduto naturalmente in grado di mandare in frantumi il senso di benessere di un attore individuale e collettivo; “l’essere traumatizzati” è la risposta impulsiva e immediata a tale evento distruttivo. 

Gli approcci psicoanalitici e illuministici vedono gli eventi traumatici come  uno shock improvviso, un colpo alla psiche umana, un fatto che viene si percepito, ma in maniera inconsapevole, distorto dunque nell’immaginazione e nella memoria individuale (Spragher, 1998), oppure, una risposta razionale a un cambiamento sociale improvviso, seguito da una risposta altrettanto razionale delle vittime che producono soluzioni e progresso (Neal, 1998).

Provando a superare per un attimo entrambe le posizioni e adottando uno sguardo socioculturale per l’analisi del tema in oggetto, si potrebbe affermare innanzitutto che un evento in quanto tale non sia sufficiente a generare un trauma individuale o collettivo, in quanto i fatti, per loro natura, non sono traumatici; il trauma infatti è  più   «un’attribuzione socialmente mediata » (Alexander 2012, p.45) che può essere prodotta con o senza il verificarsi di un evento specifico o quando la rappresentazione di questo mira a esagerazioni guidate da forze politiche e sociali rancorose e aggressive.

Richiamando il processo che Anderson (1991) descrive in Comunità immaginate, in merito a narrazioni consapevolmente ideologizzate delle storie nazionali, è possibile infatti che un trauma (nel nostro caso specifico) sia il risultato di un evento traumatico “immaginato” legato cioè al processo stesso di immaginazione che interviene nella costruzione del trauma sia che esso sia realmente accaduto, sia che esso non abbia avuto luogo, dove i soggetti coinvolti percepiscono l’esperienza (dandole una forma) solamente attraverso il processo di rappresentazione immaginativa, dunque l’associazione, la condensazione, la reazione estetica (Durkheim, 1912).

Non sono tanto i fattori come l’imprevedibilità o la pericolosità di un fenomeno reale o immaginario a determinare il trauma, quanto piuttosto la rappresentazione pubblica di quegli eventi come fatti imprevisti e pericolosi per l’identità collettiva.

Solo quando (e se)  il significato consolidato collettivamente viene repentinamente sconvolto, un evento può acquisire lo status di trauma. Sono i “colpi” ai significati a far emergere il senso di shock e paura, non gli eventi stessi. 

Ogni classe dirigente politica o morale deve tener conto di un problema, di una crisi, di una emergenza e attivarsi per risolverla, ogni società produce a suo modo condizioni disfunzionali o patologiche; il processo socioculturale, che definisce lo status di trauma, è fortemente influenzato dalle strutture di potere e dalle sensibilità e le competenze degli attori sociali coinvolti.

Il collasso dell’economia di un paese, una catastrofe naturale, cosi come un’epidemia sono classificabili senza dubbio come eventi che potrebbero far emergere situazioni di crisi importanti all’interno di un intero paese o di un continente, ma nonostante lo stato di realtà di tali eventi non necessariamente questi diventano traumatici per le collettività colpite.

Affinché un trauma possa emergere  a livello della collettività, le crisi sociali devono mutare in crisi culturali.

Un trauma culturale si produce nei momenti in cui i membri di una collettività avvertono di essere stati colpiti da un evento traumatico che ha lasciato un segno indelebile sulla loro coscienza di gruppo (Alexander, 2012).

La rivista di medicina Lancet in merito all’impatto psicologico della quarantena, indagando sulle conseguenze psico-sociali di gruppi  di soggetti chiusi in casa per prevenire la diffusione di un contagio, in situazioni simili a quella attualmente in corso, ha sottolineato come  numerosi soggetti abbiano  mostrato sintomi post traumatici da stress, insonnia, ansia, irritabilità, certe volte depressione. In generale, i sentimenti dominanti sono la rabbia e la confusione.

«Il rischio degli arresti domiciliari collettivi, un’esperienza mai vissuta prima  – ha scritto la filosofa Donatella Di Cesare sul quotidiano italiano ilManifesto – è un’enorme implosione psichica». Secondo  Mark Fisher (2012) la salute mentale, non è solo una questione sanitaria, ma è un problema principalmente  politico. E se oltre a questo il Covid-19 fosse anche un problema culturale? O meglio, la pandemia globale potrebbe assumere la forma di un “trauma culturale” una volta superata l’emergenza sanitaria (ed economica)? Come questo è stato costruito, come diviene collettivo e  come viene rappresentato nelle “arene istituzionali”?

Ciò che definiamo “trauma”, nel senso comune, si riferisce  a qualcosa “comunemente vissuto e intuitivamente comprensibile” (Alexander, 2012), ma in realtà questo è il prodotto di un articolato lavoro di produzione sociale di significato definito “spirale di significazione”. Ciò che diventa traumatico per la collettività non è solo l’evento, ma la sua rappresentazione e questo  perché  «una cosa sono gli eventi, cosa completamente diversa le rappresentazioni (..) Sono gli attori collettivi “decidono” di rappresentare socialmente il male come una minaccia al loro senso di sé” (Alexander  2012, pg. 49). Si tratta di una vera e propria operazione simbolica, in un certo senso, semplicemente, “raccontare una storia” dove la vittima colpita dal trauma cerca di convincere pubblici sempre più ampi, partendo dal gruppo portatore fino a raggiungere audience più estese, e in alcuni casi, intere società, di essere stati colpiti allo stesso modo dallo stesso evento favorendo spesso la creazione di una sfera pubblica polarizzata e frammentata.

Il processo trauma può essere definito come la distanza che separa un evento dalla sua rappresentazione; Thompson (1998) parla di  “processo di rappresentazione” o “spirale di significazione” che comprende  quattro  dimensioni che potremmo, nel nostro caso, applicare alla situazione emergenziale in corso:
-natura del dolore: Che cosa è davvero accaduto con il covid-19?
-natura delle vittime: Quale gruppo è stato colpito dal virus?
-relazione tra vittime del trauma e audience: Chi  ascolta le storie delle vittime e come le persone davanti alle tv si identificano con i pazienti?
-attribuzione delle responsabilità: Chi ha provocato il virus, come questo può essersi tramutato in trauma, come superiamo l’emergenza?

Ognuno di queste dimensioni, cosi come lo stesso processo di rappresentazione, è fortemente legato all’azione di mediazione delle cosiddette “arene istituzionali”e delle gerarchie di stratificazione.

L’arena scientifica, ad esempio, è il luogo del dibattito sulla natura e sulla pericolosità del virus, cosi come l’arena mass-mediatica è lo spazio dell’infodemia, del sovraccarico informativo sulla malattia in corso e autore di numerosi conflitti istituzionali; vi è poi l’arena della burocrazia statale che nel caso in esame ha rallentato l’arrivo dei finanziamenti a sostegno di famiglie e imprese italiane cosi come l’ottenimento degli strumenti sanitari (mascherine, guanti..) utili per la difesa personale e per affrontare la crisi sanitaria ed economica.

Il calo della fiducia nei media e nelle istituzioni e allo stesso tempo le forme di solidarietà sociali che stanno aumentando a livello nazionale ed internazionale hanno generato nuove forme di responsabilità morale e allargato/modificato le identità collettive.

I traumi collettivi non hanno limiti culturali o geografici: essi emergono quanto le collettività sentono di aver subito profonde ferite e quando iniziano a comprendere che anche da una forte crisi è possibile non solo uscire, ma trarne addirittura una lezione.

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Giacomo Buoncompagni

Buoncompagni Giacomo. Phd student in Human Sciences presso l’università di Macerata. Dottore in comunicazione , specializzato in comunicazione pubblica e scienze criminologiche . Ha conseguito diplomi di master universitari di secondo livello in ambito criminologico-forense. Esperto in comunicazione strategica, analisi dei media e linguaggio non verbale. Cultore della materia e Collaboratore di Cattedra in “Sociologia generale e della devianza“ e “Comunicazione e nuovi media”presso l’Università di Macerata. E’Presidente provinciale dell’associazione Aiart di Macerata e autore del libro “Comunicazione Criminologica”( Gruppo editoriale l’Espresso2017). giacomo.buoncompagni@libero.it 

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