ISLAM E “QUESTIONE FEMMINILE”: PRIMA DI TUTTO VIA I PARAOCCHI

IN TUTTI E TRE I MONOTEISMI VI SONO POSIZIONI COMUNI CHE PENALIZZANO LA DONNA, RELEGATE A UN RUOLO INFERIORE, CHE SI RIFLETTE NON SOLO NELLA PRATICA DELLA FEDE, MA ANCHE NEI COSTUMI. MA IN ALCUNI CASI LA SOCIETÀ SI È “SECOLARIZZATA” E HA PRESO PIEDE LO STATO LAICO

Esiste una questione femminile, relativamente all’Islam? Ovvio che sì. Oppure no. Non è questo il problema. Per riuscire a vederlo, occorre liberarsi dei paraocchi delle posizioni preconcette, sia quelle che presuppongono il rispetto acritico di fedi, usi e costumi, sia quelle cui basta vedere un velo per dedurne sottomissione e violazione dei diritti umani. Ci sono credenze e usanze che non devono essere rispettate, ma condannate, laddove arrecano danni e sfregi. La libertà consiste nel mettersi addosso (o nel togliersi) quel che si vuole. Inutile starnazzare a vanvera.

I tre monoteismi hanno molto in comune. Non potrebbe essere diversamente, visto che chi, temporalmente, viene dopo, prova a ricomprendere quel che esisteva prima. La donna vi ricopre un ruolo inferiore, che si riflette non solo nella pratica della fede, ma anche nei costumi. 

Molti di questi sono stati, dalle nostre parti, ritualizzati e depotenziati: nessuno mena scandalo per il fatto che una sposa, velata di bianco, è accompagnata all’altare dal padre per essere consegnata al nubendo. Eppure, quel passaggio rituale ricorda la proprietà maschile della femmina, ceduta con garanzia d’immacolatezza a colui che la sposa. Non solo nessuno (o quasi) crede più ad una roba del genere, ma è largamente probabile che i due sappiano, per diretta cognizione, che il simbolo virginale è, diciamo così, alla memoria. Forse neanche sanno cosa significhi. Ma il ceppo da cui deriva è lo stesso che altrove impone il velo così detto islamico. E, cosa significativa, non è un simbolo religioso per nessuno dei tre monoteismi. Se lo buttassero e calpestassero (oltre a rovinare la festa) non sarebbe una bestemmia, ma solo un cambio d’abito.

Ora, tenendo sempre presente che, appena ieri, abbiamo cancellato dal nostro ordinamento pena- le il delitto d’onore, ci andrei piano nel considerare come eterno un presente nato nel passato prossimo. Molte cose hanno perso significato. Sono state, appunto, ritualizzate e smidollate. È avve- nuto ragionando sulla condizione della donna e in omaggio alla parità? No, per niente. È avvenuto perché la società si è secolarizzata e perché, nel nostro mondo, ha preso corpo il migliore dei prodotti civili: lo Stato laico. Casa comune di credenti in confessioni diverse e non credenti, tutti tenuti al rispetto di una norma che non ha, né pretende d’avere, origini divine. Quella è la nostra superiorità. Tanto grande quanto fragile e delicata, come dimostrano le reazioni quando si giunge a contatto con delle diversità.

Quel prodotto è costato molto. Non solo siamo andati avanti, per secoli, scannandoci per ragioni religiose, non solo siamo passati attraverso la statuizione che ciascuno era tenuto a professare la fede del proprio governante, ma, ed è storia più vicina, non ci siamo risparmiati i macelli a sfondo nazionalista e abbiamo praticato anche quelli ideologici, avendo eretto a dio lo Stato e cercato d’imporre ad altri la sua (presunta) eticità. Meglio non dimenticarsene mai. Ma ci siamo arrivati. Certo che esiste una questione islamica e certo che riconoscerla non comporta affatto cedere rispetto alle fondamenta della laicità, che esclude il contrapporsi fra fedi. Esiste perché larga parte del mondo islamico non si è secolarizzata e, men che meno, laicizzata. La questione femminile ne è il sintomo evidente, ma non la sostanza fondamentale.

Si tratta di un modello culturale che non cambia con il sesso. Il padre che vuole imporre il velo alla figlia ha, a sua volta, avuto una madre che a quello lo ha educato. E lo ha fatto non per perpetrare la subordinazione delle femmine, ma per preservare unità e forza della famiglia. Proviamo a fare uno sforzo e ad accorgerci che anche da noi si trova- no tracce di quel modello, riconoscendone le scaturigini. Non giunge alle stesse conclusioni, ma, appunto, perché lo si è ritualizzato e depotenziato.

Prendete la Turchia: è stata condotta sulla via dell’occidentalizzazione e della laicizzazione, di cui si trovano ampie dimostrazioni girando per Istanbul. Tuttavia, non appena il vento cambia, e chi governa sente il bisogno dell’appoggio religioso, ecco ricomparire l’idea di far tornare leciti i matrimoni con ragazzini, i quali, teoricamente, non hanno distinzione di sesso. Praticamente, si tratta di bambine cedute ad adulti. La laicizzazione è stata interiorizzata nella metropoli, ma è rimasta superficiale e rigettata altrove. Questo è il punto: l’Islam è indietro, rispetto alle Democrazie occidentali, nel processo di separazione fra fede e Stato. Chi afferma che ciò dipende dall’Islam stes- so, dalle caratteristiche di quella fede, s’è perso qualche secolo di storia della cristianità, ma chi prova a negarlo, invocando l’eguaglianza, s’è perso il senso della realtà.

Messa così, la questione femminile diventa generale. Non si limita alla difesa di un genere dai soprusi dell’altro, ma assurge a cimento di tutti. Tanto più che, come si può comodamente osservare viaggiando, o anche solo guardando le foto, di donne islamiche senza velo e senza simbologia della subordinazione ce ne sono molte. Il fatto è che sono ricche e di case governanti. Arretratez- za e oscurantismo vanno a braccetto con la nega- zione dell’uguaglianza degli esseri umani innanzi alla legge. E, se non è problema di tutti questo, non saprei quale altro possa esserlo.

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