ACQUISTO E CONSUMO DI ALIMENTI: DA CONSUMATORI A CONSUM-ATTORI

OGGIGIORNO SIAMO DI FRONTE AD UNA SFIDA IMPORTANTE, CI TROVIAMO A DOVER AFFRONTARE UN GRAN LAVORO PER PRENDERE COSCIENZA DI COSA SCEGLIAMO DI PORTARE SULLE NOSTRE TAVOLE. SFORZO TUTTAVIA INDISPENSABILE SE VOGLIAMO ESSERE PROTAGONISTI ATTIVI DELLA GESTIONE DELLE NOSTRE FINANZE E DELLA NOSTRA SALUTE

Essere consumatori oggi non è così semplice sopratutto se l’obiettivo è quello di essere consumatori consapevoli ovvero (come io amo definirli) “consum-attori”.

La consapevolezza nelle scelte richiede un certo livello di conoscenza del prodotto e, seppur gli alimenti siano letteralmente il nostro “pane quotidiano”, sono ancora per molti un argomento piuttosto ostico.

Sicuramente l’attuale contesto nel quale il consumatore vive non semplifica le cose. Le informazioni e le notizie vengono pubblicate liberamente senza distinzione di fonte e senza filtri, tutto viaggia alla velocità della luce e spesso il tempo a nostra disposizione per poter valutare e verificare le notizie è insufficiente. Il risultato è che oggi, anche in materia di alimenti, il consumatore si trova a dover capire e interpretare tante diciture e informazioni senza riuscirne a comprenderne il significato o senza riuscirne a dare il giusto peso trovandosi alla fine senza reali strumenti decisionali di fronte agli scaffali del supermercato.

Innanzitutto sarebbe il caso di chiarire che esistono delle informazioni che accompagnano gli alimenti che sono strettamente normate (ovvero sulle quali ci sono delle limitazioni e delle regole ben definite) mentre altre tipologie di indicazioni (tendenzialmente legate agli aspetti di presentazione e pubblicità del prodotto) ricadono sotto vincoli normativi meno stringenti.

Nel primo gruppo rientrano quelle informazioni che per i produttori vengono considerate “informazioni obbligatorie”. Tra queste alcune sono definibili “orrizzontali” ovvero normate per tutti i prodotti alimentari immessi in commercio senza distinguo di settore merceologico. Penso ad esempio alla denominazione di vendita (che descrive merceologicamente il prodotto), alla lista degli ingredienti con tutte le sue specifiche, alle informazioni sulla sicurezza alimentare (es. data di scadenza e termine minimo di conservazione, modalità di conservazione e di utilizzo), all’indicazione nutrizionale e alle iformazioni riferite alle imprese di produzione, confezionamento ed etichettatura che ricoprono una responsabilità sul prodotto.

Esistono altresì ulteriori informazioni obbligatorie definibili “verticali” ovvero riferite a settori merceologici specifici. Si pensi ad esempio al settore ortofrutticolo (nel quale obbligatoria è l’incazione dell’origine, della categoria e del calibro del prodotto), al settore carni (in cui l’origine è dettagliata dal paese di nascita dell’animale a quello di macellazione), al settore ittico (in cui si devono riportare tipologia di prodotto se pescato o allevato, l’origine come zona FAO, le modalità di cattura,ecc.) e a moltri altri settori merceologici. Ultime tra queste disposizioni sono quelle riguardanti le filiere del latte e della pasta che si sono concretizzate in seguito alle note vicende di cronaca. Per questi settori ad esempio si sono introdotte abbligatoriamente le dichiarazioni di origine relative alle materie prime imponendo l’indicazione della zona di mungitura del latte nel caso dei prodotti lattiero caseari e l’indicazione dell’origine del grano per la pasta.

Tutte queste informazioni obbligatore orrizzontali e verticali sono riportate in etichetta e sono fondamentali per comprendere la qualità del prodotto.

Riconosco che anche le informazioni obbligatore non sono sempre di interpretazione e comprensione immediata ma su questo il consumatore dovrebbe innalzare un minimo le proprie competenze per cercare di capire il vero significato delle informazioni riportate. Dovrebbe cioè imparare a comprendere la “lingua” delle aziende di produzione, i termini e la logica con cui l’etichettatura viene scritta perchè di fatto sono tutti aspetti vincolati della normativa e non modificabili-interpretabili dalla singola azienda. Il consumatore oggi ad esempio non può non sapere la differenza tra il significato di una data di scadenza e di un termine minimo di conservazione, non può tralasciare la lettura e comprensione di una lista ingredienti o ignorare il significato di una denominazione. Ne và della sua salute e delle sue tasche.

Ben differente è invece tutto il mondo delle “informazioni volontarie” ovvero di tutte le altre diciture, claim, immagini ecc. che accompagnano gli alimenti. Queste molto spesso hanno una finalità di natura commerciale e per tanto più che presentarci la sostanza del prodotto ci devono invogliare all’acquisto.

Proprio in questo ambito ricadono frequentemente le informazioni ingannevoli o fuorvianti. Immaginiamo ad esempio un pacchetto di biscotti frollini sul quale vengono riportate graficamente delle immagini di latte e uova fresche.

Il consumatore associa immediatamente queste materie prime al prodotto finito e si immagina che il frollino sia prodotto da uova e latte fresco. Ecco, se il consumatore non legge attentamente la lista ingredienti rischia di trovarsi in qualche modo fuorviato.

E’ chiaro che se nella lista ingredienti non figurano uova e latte fresche questa è una pubblicità ingannevole (e quindi perseguibile) ma non lo è se questi prodotti sono presenti (magari in piccole quantità) congiuntamente a latte in polvere o uova in polvere. Questo esempio ci fà capire come sia fondamentale cercare le informazioni obbligatorie per inquadrare correttamente cosa sto per mettere nel carrello e quindi dargli anche una quotazione rispetto al rapporto qualità-prezzo.

Parlando poi di informazioni in generale (non solo in ambito etichettatura) le difficoltà per il consumatore aumentano notevolmente. Programmi TV, libero accesso a internet, social network, notiziari, pubblicazioni ecc. trattano il tema “alimenti” continuamente dal punto di vista dietetico, nutrizionale, gastronomico e igienico-sanitario. Una jungla di notizie vere, false, distorte, ufficiali, mal interpretate, finalizzate alla vendita, con e senza basi scientifiche o normative tutte trattate con lo stesso peso e per tanto recepite indistintamente dal consumatore.

Da qui assistiamo ad inutili allarmismi (che portano il consumatore a diffidare non solo delle filiere produttive ma anche degli organi di controllo), alle soluzioni miracolose o “fai da te” (pericolose per la nostra salute oltre che per il nostro portafoglio), alle scelte di acquisto forviate (“compro Biologico perchè fà bene”, “non mangio glutine perchè fà ingrassare”, “compro prodotti senza olio di palma perchè?….non so perchè ma lo fanno tutti”, ecc.).

Su questo punto ritengo che il consumatore debba fare quasi un passo indietro: informarsi meno ma meglio, imparare a selezionare le fonti di informazioni a cui attingere, cercare testi e pubblicazioni di professionisti qualificati per il settore di cui scrivono e se l’informazione arriva da internet fidarsi di siti ufficiali (es. Ministero della Salute, Istituto Superiore di Sanità, Aziende Sanitarie, Ministero delle Politiche Agrarie e Forestali, ecc.).

Oggigiorno quindi siamo di fronte ad una sfida importante, ci troviamo come consumatori di alimenti a dover affrontare un gran lavoro per prendere coscienza di cosa scegliamo di portare sulle nostre tavole. Sforzo tuttavia indispensabile se vogliamo essere protagonisti attivi della gestione delle nostre finanze e della nostra salute.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *