La Forza delle piccole cose

Lucio Groja

L’essere nel tempo e ancor meglio nel proprio tempo, porta Groja fin dagli esordi, a partire dalla metà degli anni Sessanta, ad essere un narratore di ciò che vive e ad immettere nei suoi quadri quella straordinaria ed insaziabile curiosità rivolta verso il flusso della vita.

Il suo percorso artistico parte in punta di piedi, conoscendo e frequentando ambienti che pullulavano di quell’arte vera e passionale della fine degli anni Sessanta dove, i protagonisti più rinomati come: Mucchi, Vedova, Licata, Pizzinato, Trecani, Santomaso, etc. dettavano le nuove tendenze stilistiche e tracciavano nuove strade tecniche e progettuali dell’arte che, in poco tempo, avrebbero raccolto i migliori frutti dagli artisti emergenti. Respirando quest’aria carica d’innovazione e passione nei confronti delle tecniche ed espressioni artistiche d’avanguardia, Groja abbozza i suoi primi lavori e si immette sempre più in questo nuovo mondo. Egli sente l’intima esigenza di approfondire sia la sua conoscenza artistica che quella di acquisire i rudimenti fondamentali dell’arte accademica, cosicché si iscrive sia a corsi di pittura che di storia dell’arte acuendo soprattutto la conoscenza degli artisti come: Giotto, Tintoretto, Piero della Francesca, Tiziano.

Cosiffatto un importante bagaglio sia teorico che pratico, Groja da inizio alla sua partecipazione attiva a varie mostre collettive e personali in Italia e all’estero conseguendo sempre riscontri positivi sia dai critici che dai fruitori. L’arte di Groja si può definire arte neorealista attiva, in quanto nella sua poetica artistica attivamente immette la quotidianità che lo circonda.

Di certo i temi più vicini e caldi che lo travolgono sono apertamente espressi nei quadri intitolati: Il Martire, Il Garibaldino, Che Guevara, Violenza, L’Indifferenza, La vecchia meretrice, essi portano con loro i messaggi d’apertura verso il mondo, le conquiste del mondo e le denuncie di ciò che non dovrebbe esserci o accadere. Questo filone espressivo e questo intrigante tema trattato si può dire che venga proposto dal Groja sempre e a più riprese a partire dal 1968, quando partecipò energicamente alle manifestazioni studentesche ed operaie e quando, in occasione della 1^ biennale “Arte-Lavoro in fabbrica”, che venne realizzata nel Padiglione sindacale del Petrolchimico di Porto Marghera e organizzata dallo stesso Groja congiuntamente al poeta Milo Poles e Gianni Trevisan, principia la sua costante presenza nella vita artistica nazionale e trova giusta collocazione nelle neo correnti artistiche nascenti. Nonostante le varie sperimentazioni, sia stilistiche che sui materiali, Lucio candida l’arte figurativa come sua personale espressione.

I cicli di pittura trattati durante tutta la sua carriera sono: nature morte, composizioni floreali, ritratti, nudi, ma anche tanti paesaggi dove entra, nel 2003, a piena forza, l’imponenza della montagna.

Eggià, Lucio quell’anno decide di abbandonare la sua Venezia e, con estrema convinzione si trasferisce a Somor, una piccola frazione di Falcade nel bellunese.

La tavolozza si arricchisce di nuovi pigmenti come i verdi, gli azzurri , i marroni e grigi rosati della dolomia, anche se non abbandona definitivamente i colori caldi che contraddistinguevano i cicli precedenti.

Il paesaggio cambia ed entra appieno nel silenzio del suo messaggio, tutto si ammorbidisce, il tratto si rilassa e l’attenzione dell’artista si sposta verso la bellezza delle piccole cose. In ogni pennellata si respira la pace e l’incanto di un momento. Groja cattura più volte lo stesso paesaggio, ma lo stesso, ogni volta si orna di nuovi sentimenti, di nuove pulsazioni di vita. I colori sono costantemente bilanciati, non c’è dissonanza, ma una incessante e meticolosa attenzione verso l’equilibrio sia delle forme che delle tonalità. I tocchi di luce, non fabbricati con bianchi puri, ma prodotti da un’attenta preparazione di mescolanze di colori con toni più o meno forti, conferiscono ai quadri una capacità performante di donare la vita alle sue opere. La mentalità progettante di Lucio, che gli deriva dagli studi scolastici, lo porta oltre che a trovare nella costruzione artistica le vere linee di forza della composizione, anche ad elaborare una non consueta eleganza della forma e tende sempre a rivelare la libertà dell’anamorfosi del movimento della natura. L’arte non mente e nemmeno tradisce chi la crea qui, nei suoi quadri, Lucio trova il rifugio che culla le “non” nostalgie, l’arte diventa quel nucleo ricco di vivacità elettrica della vita, con eterne oscillazioni e quell’infinito ciclo di nascita e ri-nascita. Non si enuncia mai alla morte o alle paure involontariamente radicate nel subconscio, si tracciano invece le visioni ottimistiche che risiedono nel miracolo delle piccole cose, del fluire della vita che scorre imperterrita come acqua di torrente. Arte dunque come terapia dell’anima, dove si contrappongono le forze opposte, ma dove anche alla fine ciò che conta e che ha sempre la meglio, è il sentimento di Lucio. Il battere del cuore dell’artista sorpassa tutti i confini dell’emozione e tutti i limiti della razionalità del vedere e si apre a nuovi orizzonti che gli vengono proposti ogni mattina quando lui apre la porta e con essa riaccende anche la curiosità e vivacità del vivere.

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