Giovanni Falcone e l’attualità del suo operato

Ventisei anni dopo la tragica morte del giudice Giovanni Falcone, sono stati sorprendentemente ritrovati nel suo ufficio, dall’ ex collaboratore Giovanni Paparcuri, alcuni appunti scritti nel 1989 riguardanti i rapporti tra Stato e mafia. Ma, facendo nomi e cognomi, si parla di Silvio Berlusconi e diversi esponenti mafiosi, tra cui Vittorio Mangano, stalliere della villa di Arcore, e Gaetano Cinà, amico di Marcello Dell’Utri, ex senatore di Forza Italia e braccio destro di Berlusconi, che sta scontando una pena di sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Nei suddetti appunti emergono scenari inesplorati, scambi di denaro tra Silvio Berlusconi e Cosa nostra mai messi a verbale. Possibile che questi appunti siano tornati alla luce solo adesso? Ennesima dimostrazione del fatto che il lavoro di Falcone sia sempre attuale, nonostante gli anni passati e l’estrema solitudine.

Chi era Giovanni Falcone?

Il giudice Giovanni Falcone nasce a Palermo il 18 maggio del 1939 e cresce in una famiglia della media borghesia palermitana. Si laurea nel 1961 in Giurisprudenza a Palermo, diventa prima pretore a Lentini e poco dopo sostituto procuratore a Trapani per dodici anni. Ritorna a Palermo nel 1978, dopo l’assassinio di stampo mafioso del giudice Cesare Terranova, e inizia l’era dell’Ufficio istruzione di cui fanno parte Rocco Chinnici e l’amico di sempre Paolo Borsellino. Nel 1983 Chinnici viene assassinato e a prendere il suo posto arriva Caponnetto, che costituisce il pool antimafia di cui fanno parte lo stesso Borsellino, Di Lello e Guarnotta.

Nel 1984 sale alla ribalta mediatica grazie all’interrogatorio del collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta, il quale spiegò tramite la sua testimonianza la struttura dell’organizzazione criminale Cosa Nostra, rivelandone anche le attività criminali e gli intrecci politici. Buscetta faceva parte della commissione, l’organo esecutivo di Cosa nostra, dove venivano prese le decisioni più importanti riguardanti la spartizione del territorio, i carichi di droga, gli appalti e le uccisioni. Dopo l’interrogatorio, il Pool aveva iniziato ad istruire il Maxiprocesso contro Cosa nostra e chi comandava la stessa organizzazione, ovvero Salvatore Riina e Bernardo Provenzano.

Il Maxiprocesso: una vittoria da trecentosessanta condanne

Durante le indagini vennero uccisi i collaboratori di Falcone, il commissario Giuseppe Montana e il vice questore Ninni Cassarà. A quel punto sia il giudice che Paolo Borsellino vennero trasferiti con le rispettive famiglie nel carcere dell’Asinara per istruire il processo nella massima sicurezza, e qui scrissero più di ottomila pagine. Il Maxiprocesso si concluse nel 1987 con trecentosessanta condanne per complessivi 2665 anni di carcere. Si trattò di un grande successo per tutto il pool antimafia, considerando anche che tutte le condanne vennero confermate nei vari gradi di giudizio. Nonostante la vittoria, per Falcone inizia la stagione dei veleni, durante la quale sia la mafia che ambienti un po’ più istituzionali cercarono di distruggerlo, sotto qualsiasi tipo di forma, psicologica, lavorativa e fisica. Nel 1988 Falcone ebbe l’opportunità di sostituire Caponnetto (giudice dell’ufficio istruzione trucidato dalla mafia per le sue inchieste) nella posizione di  capo dell’Ufficio istruzione ma, probabilmente non a caso, gli viene preferito Antonino Meli che immediatamente scioglie il pool affermando che “tutti dovevano essere al servizio di ogni singolo cittadino, anche di quello a cui hanno rubato l’autoradio”.Uno schiaffo morale per Falcone e gli altri giudici. Le conseguenze furono gravi anche sotto il piano operativo: il Pool venne sciolto, Falcone e Borsellino furono costretti ad occuparsi di casi minori, come le rapine.

L’attentato nella casa al mare e le lettere anonime

Nel 1989 Falcone subì un attentato, mentre si trovava nella sua casa al mare. La cosca dei Corleonesi aveva messo dell’esplosivo tra gli scogli agganciando un dispositivo in grado di essere innescato a distanza; per fortuna il meccanismo si inceppò, salvando di fatto la vita al giudice. L’attentato è stato messo in discussione da molti, anche dalle cosiddette lettere del Corvo, una serie di lettere anonime, cinque in totale, che diffamavano sia il giudice che i suoi colleghi, con l’unico scopo di screditare la loro credibilità. Fu considerata l’ipotesi che il mittente delle lettere fosse una persona all’interno della magistratura, Alberto di Pisa, ex magistrato del Pool che si pensava potesse avere non solo interessi nel Palazzo di Giustizia ma anche legami con la mafia. Ancora oggi, purtroppo, non si conosce con certezza il reale colpevole, in quanto Alberto di Pisa venne assolto.

I mille ostacoli alla sua carriera, tutti provenienti dall’interno

Nel 1990 Falcone si candida al Consiglio Superiore della Magistratura: l’esito ovviamente sarà negativo e non riuscirà ad essere eletto. Le indagini, il successo di esse e la sua straordinaria capacità di far paura alla mafia lo circondarono di una strana e cupa solitudine. Era un personaggio scomodo, nessuno voleva che arrivasse in posizioni di potere perché poteva “recare danno”. Ma nel 1991 Claudio Martelli (ministro della difesa nel governo Andreotti e successivamente del governo Amato), all’epoca vice-presidente del Consiglio, che aveva assunto ad interim il controllo del Ministero di Grazia e Giustizia , gli offrì il posto di direttore degli affari penali a Roma. La scelta fu molto difficile: credeva quasi di scappare dalla Sicilia e da quello per cui aveva lottato, da cui l’aveva difesa. Decide però di accettare perché sapeva che cosi facendo avrebbe potuto dare un input decisivo alla lotta alla mafia, mettendo a disposizione gli strumenti e le leggi necessarie.

Per il giudice Falcone era indispensabile il rinnovamento, voleva razionalizzare i rapporti tra Pubblico Ministero e polizia giudiziaria ma anche tra le varie procure, in modo da rendere efficace l’azione dello Stato nei confronti della mafia e per rispondere all’esigenza di avere un coordinamento a livello nazionale. Nel 1991 viene istituita la Direzione Nazionale Antimafia, il cui compito principale era il coordinamento delle indagini sulla mafia, garantire le funzionalità della polizia giudiziaria e di assicurare la completezza e la tempestività delle investigazioni. Non fece in tempo ad essere eletto a Direttore Nazionale Antimafia, in quanto il Consigio Superiore della Magistratura ostacolò la sua candidatura rinviando la sua elezione e non prendendo nessuna decisione in merito.

Anni 80
Nella foto: il magistrato Giovanni Falcone (Giovanni Salvatore Augusto Falcone)
@Marco Lanni/ArchiviFarabola

L’immortalità del suo lavoro

Il 23 maggio del 1992 alle 17:56, all’altezza di Capaci, cinquecento chili di tritolo fanno saltare in aria le auto su cui viaggiavano il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. Le conseguenze politiche furono imminenti: pochi giorni venne scelto il presidente della repubblica Oscar Luigi Scalfaro. A Febbraio emerse Tangentopoli, un giro di mazzette all’interno dell’ambiente politico, scoperto dal magistrato Antonio Di Pietro. Il fatto più eclatante fu la riconferma da parte della Cassazione delle condanne del Maxiprocesso. Questo fece scatenare la follia omicida e stragista dei Corleonesi, che uccisero chi era loro vicino politicamente, come Salvo Lima e Ignazio Salvo (imprenditore  che aveva in mano gli appalti per far riscuotere le tasse in Sicilia).

Falcone era diventato un personaggio scomodo per la mafia; eliminarlo avrebbe portato solo vantaggi alla criminalità organizzata. Fu un personaggio discusso, odiato da alcuni quando era in vita e molto amato dopo la morte, un personaggio diffidente e schivo, ma tenace ed efficiente, intelligente perché aveva capito che la  chiave per colpire la mafia erano i soldi. Lo aveva dimostrato anni prima, collaborando con gli investigatori statunitensi nell’operazione Pizza Connection, in cui vennero portati alla luce i flussi di denaro che partivano dall’Italia e sbarcavano oltre oceano e viceversa, oltre ad un enorme traffico di droga. Lottò in prima persona con una forza non comune per tutelare la propria autonomia di Giudice in trincea contro Cosa Nostra e la sua terra martoriata. La sua morte, di sicuro, non ha distrutto i suoi sforzi, sempre più attuali. Oggi è considerato uno dei simboli della lotta alla mafia.

Rocco Durante

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