I Caschi blu dell’ONU di cui aver paura

L’obiettivo dei Caschi blu è quello di portare pace, stabilità, sicurezza in tanti Paesi che si trovano ad affrontare guerre terribili, governi inesistenti e ogni tipo di crisi, da quella umanitaria a quella economica. Il compito dell’Organizzazione mondiale delle Nazioni Unite (ONU), in merito, è quello di fornire personale qualificato e addestrato, adatto, che colga in pieno i principi di base su cui si fonda l’Organizzazione, tra cui il rispetto per i diritti umani. Il personale scelto per le missioni di pace ha il difficilissimo compito di ridare speranza a chi ha perso tutto in una guerra che non ha voluto, in un terremoto che non poteva essere previsto. Ha il compito di aiutare i sopravvissuti a ricominciare a vivere, con acqua potabile, provviste, sorrisi e giochi. Ha il dovere di costruire da capo i sogni. Sarebbe un piano perfetto, se solo funzionasse senza intoppi. E se poi gli intoppi sono tanto gravi, diventa una delusione, un piano che sta fallendo, che fa acqua da tutte le parti.

Cosa succederebbe se fosse proprio l’ONU a portare la paura negli occhi dei bambini? Cosa succederebbe se il rischio venisse rappresentato dai caschi blu, oltre che dalla disastrosa situazione in cui versano i Paesi che richiedono l’intervento delle Nazioni Unite? Cosa comporterebbe l’accusa per prestazioni e abusi sessuali su minori e giovanissime ragazze e ragazzi non consenzienti? Si rischierebbe di perdere quell’alone di fiducia che da anni illumina un’Organizzazione tanto bella quanto fondamentale, un porto sicuro, un gigante buono. Ed è proprio quello che, purtroppo, succede da diversi anni a questa parte.

caschi blu onu haiti

L’omertà dei piani alti e l’immunità dei Caschi blu contro i diritti umani

Sono state e sono ancora tantissime le segnalazioni di abusi e prestazioni sessuali che provengono dagli abitanti dei Paesi in cui le truppe dei caschi blu mettono piede. E, spessissimo, le vittime sono poco più che bambini. Ci si aspetterebbe, come minimo, un’ondata di sdegno da parte dei vertici con conseguenze concrete e immediate nei confronti dei colpevoli. Andrebbe contro i principi dell’organizzazione stessa il mancato intervento o la sottovalutazione di episodi gravi come questi. Che ne è stato del rispetto per le popolazioni ospitanti, dei loro costumi e tradizioni? Che ne è stato del rispetto per i diritti umani? Invece, con enorme sorpresa, più volte si è cercato di attutire, coprire, sotterrare il fatto. Evitare qualunque forma di indagine approfondita, prediligendo azioni accennate con conclusioni che in nessun caso vedono una punizione per i colpevoli e un aiuto per le vittime. Anzi, i peacekeepers sono protetti dall’immunità dai processi giudiziari, che più volte si è trasformata in impunità per i crimini commessi.

L’allontanamento ingiustificato del funzionario Anders Kompass

Nell’aprile del 2015 sono stati segnalati diversi abusi sessuali nella Repubblica Centrafricana da parte di soldati provenienti dalla Francia, dal Ciad e dalla Guinea Equatoriale. Lo scandalo scatta quando il funzionario svedese Anders Kompass invia  file top secret alle autorità francesi, facendo intendere che i piani alti dell’Onu erano perfettamente a conoscenza della situazione, scegliendo però di non agire o comunque di prendere tempo. A confermare lo stato di profonda omertà è stata la sospensione di Kompass da parte dell’Alto Commissario per i diritti umani Zeid Ra’ad Al Hussein, per fuoriuscita di materiale che doveva restare all’interno dell’Organizzazione. Chissà cosa sarebbe successo se ci fosse rimasto. In seguito Anders Kompass è stato reintegrato perché la sospensione è stata giudicata illegale dal tribunale delle Nazioni Unite, ma il tentativo immediato di zittirlo ed escluderlo dall’Onu ha fatto parecchio discutere. Così come il tentativo di insabbiare gli abusi, ormai palesi. Se avesse agito con la stessa immediatezza per punire i colpevoli degli abusi, probabilmente ce ne sarebbero stati molti meno in seguito.

Ma parliamo di cifre. Secondo un rapporto dell’Associated Press ci sono state circa 2000 accuse di sfruttamento e abusi sessuali, spesso su minori in cambio di cibo o pochi soldi, tra il 2005 e il 2017. Tra i Paesi protagonisti delle aggressioni sessuali Repubblica Centrafricana, Haiti e Repubblica Democratica del Congo, in cui questa estate sono state ritirate le truppe accusate. Da gennaio 2017 si parla di almeno 55 missionari accusati nei diversi Paesi in cui hanno luogo le missioni Onu. Ovviamente nessun provvedimento è stato preso, nonostante le proposte non siano mai mancate. C’è da chiedersi se non fossero solo di facciata, e se è davvero così che l’Onu intende affrontare il problema: restando immobile a guardare le proprie truppe commettere atti indecenti.

 

Code Blue campaign: eliminare l’immunità

La regola dell’omertà per fortuna non vale per tutti. Nel 2015 è stata creata la Code Blue campaign, il cui obiettivo principale è quello di ottenere finalmente la fine dell’impunità del personale Onu nel caso di accuse di abusi di carattere sessuale nei confronti della popolazione locale. Gli altri obiettivi che la campagna si è posta riguardano le investigazioni da svolgere in maniera del tutto indipendente, con la possibile soluzione di corti speciali esterne e autonome create ad hoc per ogni missione, senza connessioni ed influenze dirette con l’Organizzazione e con il completo ed aperto accesso ai documenti. Forse potrebbe davvero essere questa la svolta, dal momento che chiaramente l’Onu non è in grado di prendere seri provvedimenti da sola riguardo uno dei problemi più grandi che lo riguardano.

Si tratta di una grande Organizzazione retta da principi di cui c’è un incredibile bisogno: pace, amore, rispetto. Se solo fossero seguiti come un mantra, una filosofia di vita, questo articolo, come tanti altri, non avrebbe motivo di esistere, se non per tesserne le lodi. Il vero cambiamento di cui necessita un’Organizzazione mondiale come l’Onu è un personale adatto e qualificato che sappia rispettare e soprattutto far rispettare i principi che stanno alla base e che le hanno consentito di diventare un gigante di cui non aver paura e che non può permettersi di diventare cattivo. “We need a United Nations led by people for whom “doing the right thing” is normal and expected.”, sostiene Anthony Banbury in una lettera molto toccante, scritta subito dopo le sue dimissioni dall’Onu.

 

 

Luana Targia

Luana Targia nasce a Palermo nel 1993. Studia lingue, e nel 2016 si laurea in Scienze della comunicazione per i media e le istituzioni all’Università degli studi di Palermo. L’incertezza per il futuro la porta a Londra per due mesi, dove lavora come ragazza alla pari e vive la Brexit in diretta. Torna a casa consapevole che non ci rimarrà per molto, e infatti pochi mesi dopo si trasferisce a Bologna per intraprendere il percorso di laurea magistrale in Comunicazione pubblica e d’impresa. Ama leggere e scrivere, è appassionata alle cause perse, ai diritti umani, alla lotta alla mafia. Probabilmente scrivere è l’unica arma che possiede.


Luana Targia

Luana Targia nasce a Palermo nel 1993. Studia lingue, e nel 2016 si laurea in Scienze della comunicazione per i media e le istituzioni all’Università degli studi di Palermo. L’incertezza per il futuro la porta a Londra per due mesi, dove lavora come ragazza alla pari e vive la Brexit in diretta. Torna a casa consapevole che non ci rimarrà per molto, e infatti pochi mesi dopo si trasferisce a Bologna per intraprendere il percorso di laurea magistrale in Comunicazione pubblica e d’impresa. Ama leggere e scrivere, è appassionata alle cause perse, ai diritti umani, alla lotta alla mafia. Probabilmente scrivere è l’unica arma che possiede.

 

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