Giovanni Falcone, a Palermo le idee sono più forti del marmo

Palermo è una vecchia storia. Bellissima, imponente, piena d’arte e di storia alle spalle. Arte da vedere, arte da mangiare, arte da toccare. Colori e odori, atti d’amore e generosità. Ma come ogni vecchia storia, c’è un buco nero con cui fare i conti. E per questo o la si odia o la si ama. Chi la vede per la prima volta spesso la ama. Chi torna, finisce per odiarla. Chi nasce e vive lì, la ama e la odia insieme, a volte anche contemporaneamente. La lascia, disperato, per poi tornare con una stretta al cuore e un amore difficile da spiegare. Ma quel buco nero è sempre lì, e tanto non se ne va. Non se ne va nonostante gli anni, l’impegno, la volontà di chi gli preferisce la luce. Ma se non è ancora andato via, non è detto che resterà per sempre. D’altronde, chi resta per sempre?

In questi ultimi giorni Palermo è stata capitale d’alta moda grazie alla scelta di Stefano Dolce e Domenico Gabbana di presentare la nuova collezione ispirata ai temi iconografici siciliani. Il concerto di Radio Italia è stato un grande esempio di ottima organizzazione, in cui nulla, a parte la caduta di Gianni Morandi, è andato storto. E chi se lo aspettava? Si è svolto al Foro Italico, un grande spazio all’aperto che ha ospitato diversi artisti italiani, tra cui Eros Ramazzotti. Il tutto condotto da Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu, che ad un certo punto del concerto hanno omaggiato Giovanni Falcone e Paolo Borsellino con una splendida ed emozionante “Signor Tenente”, di Giorgio Faletti. Un’esibizione dovuta, un omaggio molto apprezzato in una terra ancora martoriata da quella piaga sociale che è la mafia. Ma a pochi giorni dall’omaggio a due dei tantissimi uomini e donne che hanno perso la vita nella lotta a questo cancro sociale, ecco che succede qualcosa di incredibile.

Nella scuola intitolata proprio a Giovanni Falcone, ucciso dalla mafia il 23 maggio del 1992, è stato danneggiato il busto del giudice e utilizzata la testa come strumento per entrare all’interno della scuola. Il giorno dopo, davanti un’altra scuola, è stato bruciato un cartellone raffigurante, ancora una volta, il giudice Falcone. Un accanimento che lascia poco spazio a dubbi. Se a ricordarlo ci pensano Luca e Paolo, a distruggerlo ci pensano dei palermitani che forse la storia non la ricordano, o la ricordano male. Colpisce anche la scelta della scuola come luogo principale di entrambi i fatti.

La scuola è dove tutto nasce, il contesto in cui si formano giovanissime menti pronte ad approcciarsi al mondo. Il luogo principale, fuori dalla famiglia, dove si insegna e si trasmette il rispetto per gli altri e per se stessi, la legalità, la giustizia, la storia di chi ha cercato di salvare la città da se stessa. E se proprio la scuola diventa un palcoscenico non voluto di azioni del genere, significa che si ha bisogno di colpire un punto di riferimento, e quindi significa che quel punto di riferimento funziona.

falcone borsellino

Ovviamente è stato enorme lo sdegno che si è sollevato, e le reazioni non si sono fatte attendere. I commenti provengono sia da cittadini comuni, sia da personaggi di spicco della politica italiana, come Paolo Gentiloni, che denuncia l’offesa alla memoria di Giovanni Falcone e la vigliaccheria di questi gesti. La verità è che i palermitani sono stanchi di essere trascinati nel buco nero, di essere spesso l’esempio pessimo di come si possa in un attimo fare un salto indietro lungo 30 anni. Tornare indietro nel tempo, proprio quando si discute della possibile scarcerazione per ‘diritto ad una morte dignitosa’ del boss per eccellenza Totò Riina, è una sconfitta amara per una città che ha sempre sofferto e che si è sempre piegata. È una sconfitta amara anche e soprattutto per chi ha lottato per restituire alla Sicilia una dignità e un valore che persone come Riina volevano strappare. Sono state persone come Falcone a ricordare che Sicilia non vuol dire mafia, ed è proprio per questo che fanno ancora più male azioni di questo tipo, compiute nello stile di atteggiamenti mafiosi tipici del ragazzino che tutto può. Quando questo accade a poco più di un mese dalla commemorazione della morte di Giovanni Falcone, a pochi giorni da quando tantissime persone si sono commosse di fronte all’interpretazione di “Signor Tenente” ricordando sulla propria pelle la storia della propria città, si apre una ferita che si era richiusa a malapena. Queste sono azioni piccolissime rispetto all’impegno quotidiano di chi vuole riscrivere e cambiare una città che ama, ma ci si chiede per quanto ancora sentiremo parlare di episodi simili.

Palermo è una vecchia storia. La conoscono tutti, e quando qualcuno fa qualcosa per cambiarla qualcun altro ci rimane male e la racconta in un altro modo. Ma le vecchie storie si raccontano perché si possa imparare dai vecchi errori, così da ripartire con nuove storie, migliori. Il messaggio del passato dovrebbe essere quello di non ripetere più i propri orrori. E chi ama questa città, non vede l’ora di raccontare nuove storie e usare quelle vecchie come leggende dimenticate.

 

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Luana Targia

Luana Targia nasce a Palermo nel 1993. Studia lingue, e nel 2016 si laurea in Scienze della comunicazione per i media e le istituzioni all'Università degli studi di Palermo. L'incertezza per il futuro la porta a Londra per due mesi, dove lavora come ragazza alla pari e vive la Brexit in diretta. Torna a casa consapevole che non ci rimarrà per molto, e infatti pochi mesi dopo si trasferisce a Bologna per intraprendere il percorso di laurea magistrale in Comunicazione pubblica e d'impresa. Ama leggere e scrivere, è appassionata alle cause perse, ai diritti umani, alla lotta alla mafia. Probabilmente scrivere è l'unica arma che possiede. 

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