Nella Russia di Putin dove i diritti umani sono off limits

La Russia di Putin non è certo il Paese dei diritti umani. Parlare, in Russia, di uguaglianza, parità, giustizia è un’utopia ben lontana dalla realtà. Non esiste, non si fa, non va bene. Eppure, almeno sulla carta, è un Paese che vanta una Costituzione che rende tutti i cittadini uguali davanti alla legge, che ormai è solo una facciata neanche ben riuscita. Ma di cosa si rende colpevole un Paese immenso come la Russia, con Putin alla guida?

Manifestare è un diritto scritto nella Costituzione”, dice Ildar Dadin, attivista russo arrestato e torturato moltissime volte per le sue attività di protesta. Solo lo scorso 11 maggio sono stati arrestati cinque attivisti, tra cui l’italiano Yuri Guaiana, mentre protestavano contro i crimini atroci sugli omosessuali di cui si è macchiata la Cecenia. L’arresto è avvenuto mentre gli attivisti si recavano verso la Procura generale russa per consegnare una raccolta di firme fatta per chiedere spiegazioni e in difesa delle torture avvenute in Cecenia. L’arresto è stato giustificato dall’articolo 20.2 che punisce le manifestazioni non autorizzate, nonostante questa fosse una marcia pacifica. Gli attivisti sono stati rilasciati ore dopo, ma questo è un segnale preciso di quello che sta accadendo in Russia. E non è tutto.

Nei mesi scorsi sono avvenuti altri arresti ai danni degli attivisti LGBT in altre città russe. Per citarne alcune: il 1 maggio a San Pietroburgo, sono stati arrestati degli attivisti che, come quelli di Mosca, difendono quello che accade in Cecenia. Ovviamente l’arresto è avvenuto secondo la logica dello stesso articolo 20.2. Ancora il 1 maggio, a Vladivostok, sono stati arrestati altri attivisti LGBT. Il 6 marzo, nella città di Svetlogorsk, sono stati presi in custodia degli attivisti recatisi lì per incontrare il sindaco del posto, secondo cui nella sua città non esistono gay.

Il problema di fondo è che queste posizioni vengono neanche troppo velatamente giustificate dalla stessa legge. Infatti, secondo l’articolo 6.21 della Federazione Russa, è proibito qualunque tipo di propaganda che si allontani dai concetti della famiglia tradizionale. Fare “propaganda omosessuale”, distribuire informazioni, dare la stessa importanza che si darebbe ai rapporti eterosessuali è considerato un reato punibile. Non solo. È persino possibile perdere il proprio posto di lavoro se la propria omosessualità, opportunamente celata, venisse scoperta. Tutto ciò fa parte di una strategia volta a scoraggiare l’omosessualità, rendendola un nemico della società, il male supremo che la madrepatria Russia non può permettersi, un virus che deve essere estirpato alla radice. Come se fosse possibile decidere di rendere attraente qualcosa che nasce da sola, senza influenze. Come se essere gay fosse frutto di propaganda, di interesse artificiale indotto. Come se una coppia omosessuale si amasse meno di una coppia eterosessuale, o tradizionale, come dice Putin.

russia diritti umani

Ma attenzione. La Russia colpisce ancora, su un versante diverso. Ricordiamo la legge approvata che classifica le violenze tra le mura domestiche come sanzione amministrativa e non reato penale. Vuol dire che se picchi tua moglie, paghi una multa oppure presti servizio in una comunità. Se invece lo fai più volte c’è la possibilità che le porte del carcere si aprano per te. Perché aspettare? Non ci è dato sapere. Ma ancora una volta la Russia calpesta i diritti dei suoi stessi cittadini, senza batter ciglio. Come sostiene il presidente della Duma (Camera bassa del Parlamento Russo) Viaceslav Volodin, la depenalizzazione dei maltrattamenti in famiglia è una “condizione per creare famiglie forti”, qualunque cosa voglia dire.

Nemmeno le Ong possono fare granché per questa serie di violazioni dei diritti umani, perché danneggiate con lo stesso spirito dal governo russo. Nel novembre 2016 è stata chiusa la sede russa di Amnesty International perché, sostiene il governo, non aveva pagato l’affitto dell’ufficio. L’Ong si difende, dichiarando la falsità di tale affermazione. Alla richiesta di spiegazioni, Amnesty International, organizzazione per la difesa dei diritti umani, non trova nessuno. E non è l’unica ad essere stata messa alle strette. La Russia considera le Ong come un nemico della patria che influenza l’opinione pubblica e che per questo deve essere messo a tacere. Per questo, nel 2012 è stata approvata una legge che obbliga le Ong a registrarsi come “agente esterno” se ricevono finanziamenti dall’estero, e questo ha una connotazione molto negativa nella Federazione Russa. In questo modo è iniziata una vera repressione contro le Ong, e quindi nei confronti della difesa sul territorio dei diritti umani, finite nel mirino del Cremlino. Oltre ad Amnesty International, hanno assistito inermi alla chiusura dei loro uffici anche Agorà, associazione per la tutela dei diritti umani, prima in assoluto ad essere schiacciata dalla legge anti Ong; il Comitato per la prevenzione della tortura, associazione che difende le vittime di tortura da parte delle istituzioni statali; Golos, associazione che si occupa di monitorare le elezioni.

Nonostante i diritti alla persona, sociali e politici siano di fatto garantiti dalla Costituzione russa, nonostante l’adesione alla Corte Europea dei diritti dell’uomo, nonostante i trattati e la firma della Dichiarazione Universale dei diritti umani, la Russia continua a macchiarsi di fatti sporchi, fabbricando leggi ad hoc contro quegli stessi diritti che, sulla carta, riconosce. Si ritiene un Paese democratico, eppure persino fare il giornalista, l’attivista o fare parte dell’opposizione politica è considerato un atto eroico, destinato a durare poco. Sono tantissime, infatti, le morti sospette e ‘casuali’ attribuite ai poteri forti, le cui vittime non avevano fatto altro che denunciare attività illecite o criticare il Governo, direttamente o indirettamente. Boris Nemcov, politico d’opposizione; Anna Politkovskaya, giornalista investigativa; Anastasia Baburova, giornalista investigativa e attivista per i diritti umani; Stanislav Markelov, avvocato del giornale presso cui lavorava la Baburova; Natalia Estemirova, attivista per i diritti umani. E sono solo alcuni nomi delle vittime di un sistema basato su una dittatura che schiaccia la libera espressione e il libero pensiero.

La libertà è ossigeno puro per ogni essere umano. Eppure nell’era di Putin è un concetto astratto e poco convincente, poco conveniente, cancellabile, ignorato. E a farne le spese sono quasi sempre le persone che si rendono conto che la libertà non è in vendita.

 

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Luana Targia

Luana Targia nasce a Palermo nel 1993. Studia lingue, e nel 2016 si laurea in Scienze della comunicazione per i media e le istituzioni all'Università degli studi di Palermo. L'incertezza per il futuro la porta a Londra per due mesi, dove lavora come ragazza alla pari e vive la Brexit in diretta. Torna a casa consapevole che non ci rimarrà per molto, e infatti pochi mesi dopo si trasferisce a Bologna per intraprendere il percorso di laurea magistrale in Comunicazione pubblica e d'impresa. Ama leggere e scrivere, è appassionata alle cause perse, ai diritti umani, alla lotta alla mafia. Probabilmente scrivere è l'unica arma che possiede. 

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