La scelta di Trump di sostenere la Nato araba

Il primo viaggio internazionale di Trump ha toccato tutti i principali alleati americani. In agenda il sostegno del progetto saudita di una “Nato araba”.

nato araba

L’idea saudita della “Nato araba”

Il 21 maggio si è tenuto a Riyadh il summit arabo-americano. L’Arabia Saudita è stata la prima tappa del primo viaggio internazionale del neo presidente Trump che ha toccato tutti i principali alleati degli Stati Uniti.

L’agenda di Trump di questa giornata ha previsto: la riaffermazione dell’alleanza strategica con i sauditi, il rinforzo del contenimento dell’Iran fra i paesi del Golfo, l’accordo sulla vendita di armamenti da oltre 100 miliardi di dollari e il discorso sull’Islam.

Il vertice, inoltre, è stato l’occasione per Donald Trump di ufficializzare il suo sostegno alla formazione di una “Nato araba”, che vede un ruolo chiave proprio per l’Arabia Saudita.

La finalità sarebbe la lotta al terrorismo. “Non sono venuto qui a darvi lezioni, non sono io a dirvi come dovete vivere. Ma occorre una coalizione internazionale contro il terrorismo. Le nazioni del Medio Oriente non possono aspettare che sia l’America a sconfiggerlo. Dovete battere voi questo nemico che uccide in nome della fede” ha sostenuto Trump, durante il suo intervento. Per il presidente americano combattere il terrorismo rappresenta “una lotta tra il bene e il male”.

L’idea di una Nato araba non è una novità. Il progetto, infatti, era già stato lanciato due anni prima. Esso prevedeva anche una “forza di rapido intervento” di 40 mila uomini. 34 sono stati i paesi arabi ad aderire a quel programma, tra i quali Egitto, Turchia, Giordania e Libano.

Ad oggi, tuttavia, il progetto appare molto più concreto, anche grazie al sostegno diretto degli Stati Uniti, assente con la precedente amministrazione.

Appoggiando l’idea saudita di costruire un’alleanza sul modello della Nato, Trump ha fatto la sua scelta. Sì, perché schierarsi con la maggioranza sunnita significa, di conseguenza, escludere l’altra grande corrente dell’islam: la minoranza sciita.

È emerso dal suo intervento una politica anti-Iran, paese non coinvolto nel progetto. Questa posizione trova seguito sia nei Paesi sunniti del Golfo sia tra il popolo di Israele. Ed è proprio in Israele che Trump ha ribadito le sue posizioni nei confronti di Teheran: l’Iran “alimenta il fuoco dei conflitti settari”.

Possiamo, dunque, riassumere i due principali compiti della “Nato araba”: guidare la lotta contro il terrorismo e tenere sotto controllo l’Iran.

L’Iran: tra Washington e le dinamiche del Medio Oriente

La decisione di Trump di ridestare l’ossessione anti-iraniana dell’establishment statunitense è stata chiara fin da subito. La sua amministrazione è costituita infatti da iranofobi quali Mattis, Pompeo e Flynn, subito dimissionato. Ancor prima, durante la sua campagna presidenziale, Trump si era espresso in maniera critica nei confronti dell’accordo nucleare, definito Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), concluso nel luglio del 2015 tra Iran e la Comunità Internazionale.

Trump riconduce i rapporti tra Washington e Teheran ai tempi dopo la caduta dello scià.

Ma perché questa scelta?

Secondo Trump è possibile attribuire all’Iran e alla sua politica l’esistenza del caos in Medio Oriente. Teheran incarna, dunque, una forza di destabilizzazione.

L’Iran è reo di aver provocato “l’inimmaginabile tragedia della Siria”. Lo scenario ipotetico che si sarebbe presentato, eliminando l’appoggio militare e finanziario di Teheran a Bashar al Assad, sarebbe stato ben diverso. Assad avrebbe dovuto trovare un compromesso già nel 2011 con le aspirazioni democratiche che muovevano gli animi del suo popolo. Tutto questo avrebbe, dunque, impedito la morte di milioni di rifugiati, la devastazione della Siria e il rafforzamento dello Stato Islamico.

Inoltre, il sostegno dell’Iran arriva fino ad Hezbollah, organizzazione politico-militare degli sciiti libanesi. Senza la sua ingerenza il Paese, sempre nella visione trumpiana, non sarebbe diviso. Senza l’intromissione iraniana, inoltre, lo Yemen non sarebbe il terreno di uno scontro tra Riyadh e Tehran.

Insomma, secondo Trump “dal Libano all’Iraq e allo Yemen”, l’Iran distribuisce armi e addestra “i terroristi ed altri gruppi estremisti che diffondono distruzione e caos nella regione”. Questa è la posizione di Trump. 

Eppure la situazione è molto più complessa. La volontà dell’Iran è anche quella di difendere le minoranze sciite e rieleggendo Rohani, il popolo iraniano “ha scelto l’impegno col mondo”. Attraverso il loro voto hanno “gridato” il loro “no” ad un ritorno al passato.

È un percorso verso la democrazia quello iraniano, ma non si può dire lo stesso per quanto riguarda l’Arabia Saudita, ancorata ad un’esaltazione reazionaria del passato.

La strategia di Trump

nato araba contro l'Iran

Con la visita a Riyadh, Trump sceglie la sua strategia sui suoi rapporti con il Medio Oriente.

Il neo presidente sceglie, dunque, di portare dalla sua parte le ricche monarchie sunnite e di isolare l’Iran. Sicuramente questo rappresenta una rottura con la precedente amministrazione. Obama aveva aperto una parentesi con l’Iran, attraverso l’accordo JCPOA, e chiuso ogni possibilità di intesa con l’Arabia Saudita.

La stessa idea saudita di costituire la “Nato araba” non aveva ricevuto alcun sostegno da parte della amministrazione Obama, mentre ora Trump si è schierato in maniera diretta.

Il summit a Riyadh è stato inoltre occasione per poter superare le accuse di islamofobia, scaturite dalle sue dichiarazioni e dal divieto di ingresso negli Stati Uniti per i cittadini di sette Paesi arabi. Dalla lista di Trump, tuttavia, era esclusa l’Arabia Saudita nonostante i suoi estremisti abbiano costituito le fondamenta delle organizzazioni quali Daesh e al-Qaeda.

Ovviamente Trump da questo vertice voleva trarre benefici economici.

L’avvio della “Nato araba” porterebbe notevoli vantaggi economici per gli Stati Uniti. Infatti, l’onere economico-militare si focalizzerà sui paesi alleati. Questo significherebbe un minor coinvolgimento. L’obiettivo, dunque, è spendere meno e guadagnare molto di più.

Il guadagno, se verrà formalizzato il sostegno della “Nato araba”, è possibile che rientri attraverso il rifornimento di armi da parte degli USA. E ancora una volta si potrà parlare di “America First”.

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Jessica Genova

Nata a Genova nel 1991. Si laurea in Filosofia e successivamente prosegue i suoi studi all’Università di Padova in Human Rights and Multi-level Governance. È Capo Dipartimento Diritti Umani di U.P.K.L., associazione che promuove l’insegnamento dei diritti umani attraverso lo sport, e membro osservatore della Commissioe HEPA. Interessata alle politiche e pratiche in materia di Diritto dei Rifugiati trascorre un periodo di due mesi al confine turco-siriano, collaborando con ASAM, Association for Solidarity with Asylum Seekers and Migrants. Al rientro entra a far parte del gruppo regionale sul fenomeno migratorio di Croce Rossa Italiana, ove svolge anche attività di volontariato. Hobbies e passioni sono da sempre viaggi e scrittura. Scrive per La Chiave di Sophia e Social News, approfondendo così le tematiche di Diritti Umani e Geopolitica. I diritti umani sono per lei una sfida e una speranza. 

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