La musica può risolvere il conflitto israelo-palestinese?

La musica è un mezzo di comunicazione potente, capace, come poche altre cose, di unire e riavvicinare le persone. Ma può essere un metodo di risoluzione di un conflitto delicato come quello israelo-palestinese?

Nel corso degli anni la musica è riuscita a diffondere efficacemente messaggi di pace, tolleranza e tutela dei diritti umani. Concerti come Live8, Live Aid e Live Earth hanno, grazie alla partecipazione di musicisti famosi ( Pink Floyd, U2, Madonna, Elton John e molti altri), sensibilizzato l’opinione pubblica verso temi quali la povertà, la tutela dell’ambiente e il debito pubblico nei paesi del terzo mondo.

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Musica di coesistenza e di resistenza

Bisogna distinguere quella che rappresenta la corrente musicale legata agli israeliani e quella legata ai palestinesi. Nel primo caso possiamo dire che si tratta di musica per la coesistenza cioè improntata sulla promozione di una politica d’integrazione.

La musica di resistenza, invece, è tale per il valore che essa assume in un quadro di vita quotidiana che non ha più nulla di normale e che manca di occasioni celebrative. Un modo per far sentire la propria voce e creare una maggiore identità culturale.

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Non riguarda la politica, ma l’imparare ad ascoltarsi a vicenda e capirsi meglio, usando la nostra lingua comune, la musica. Non risolveremo i problemi politici, ma sicuramente non dobbiamo aspettare i politici per confrontarci. C’è un parallelo tra la musica e la vita: in un’orchestra non dobbiamo ascoltare solo noi stessi ma anche gli altri, continuamente cercando il modo in cui ogni passaggio si interconnette a cosa viene dopo e a cosa è venuto prima. Se solo la vita seguisse le regole di un’orchestra!

Questo il pensiero di Daniel Barenboim, celebre direttore d’orchestra e fondatore della West-Eastern Divan Orchestra, un ensemble sinfonico nato nel 1999 con lo scopo di riunire giovani musicisti professionisti provenienti da zone come Israele, Egitto, Giordania, Siria, Libano, Palestina. L’idea è che, attraverso una passione comune, quella per la musica, si possa favorire il dialogo. Barenboim sostiene che “quando si sente il racconto dell’altro con cui condividi una passione, in questo caso la musica, e la pratichi insieme, forse la tua curiosità viene sollecitata e forse si allontana dall’aggressività e dalla violenza.”

Anche se i ragazzi all’interno dell’orchestra spesso non cambiano idea politica, riescono a trovare un modo per collaborare con il “nemico” e dialogare con esso. I progetti di coesistenza musicale che si svolgono oggi in Israele tendono a seguire questa struttura multiculturale che combina Oriente e Occidente, musicalmente e linguisticamente, come mezzo per proiettare il pluralismo e la parità.

Diversa è la tipologia di progetti portati avanti dai palestinesi. “Lanciare le pietre e suonare la viola significavano la stessa cosa: esprimere me stesso.” Il fondatore di Al-Kamandjâti, Ramzi Aburedwan, cresciuto in un campo profughi, ritiene fondamentale insegnare ai ragazzi la musica sin da piccoli. Il suo progetto, però, ha riscontrato inizialmente qualche ostilità. Veniva considerato come uno sforzo freddo, inadatto alle estreme condizioni di vita e alle perdite subite da tutti. Non era stato compreso il beneficio che la musica poteva avere sui più giovani.

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Simbolica la locandina del progetto che raffigura Aburedwan prima come un bambino arrabbiato che scaglia delle pietre e poi come un musicista adulto. Ramzi è lui stesso un messaggio visivo che testimonia il potere della musica per trasformare la rabbia e la violenza in lavoro creativo. Nella sede di Ramallah, i bambini imparano a suonare, esprimersi attraverso la musica e contribuiscono attivamente alla resistenza intesa come ricerca di una vita il più possibile normale. Il progetto ha suscitato numerose attenzioni al di fuori della Palestina e ha coinvolto musicisti da ogni parte del mondo. Ciò ha aiutato a consolidare un’identità culturale palestinese anche a livello internazionale.

Heartbeat, per educare alla musica e al dialogo i più giovani

Che i giovani siano la parte della popolazione più aperta al dialogo e al confronto ce lo dimostra anche l’iniziativa Heartbeat. Un progetto che unisce giovani musicisti israeliani e palestinesi per costruire una comprensione critica, sviluppare strumenti creativi nonviolenti per il cambiamento sociale e amplificare le loro voci per influenzare il mondo che li circonda. Il progetto coinvolge ragazzi dai 14 ai 24 anni.

Le parole chiave sono: rispetto, ascolto e responsabilità. Heartbeat riunisce le persone che sono impegnate a vedere e trattare l’altro con il pieno rispetto, come eguali, con la convinzione che la voce di ogni persona abbia lo stesso diritto di essere ascoltata. I membri della comunità sono dedicati ai diritti umani, alla nonviolenza e alla responsabilità civile.

 

Integrazione in musica: come reagiscono le persone?

Anche se i numeri delle adesioni a questi tipi di iniziative sono relativamente bassi, il fatto che provengano da ragazzi giovani fa sperare in un futuro cambio di mentalità, in una possibile rottura di una catena dell’odio.

La musica sicuramente non può risolvere le questioni politiche e porre fine ad una guerra che continua ormai da 69 anni, ma può creare un ponte comunicativo tra israeliani e palestinesi e favorire un confronto alla pari, utilizzando un linguaggio universale.


Bukra Fi Mishmish”, cioè  “quando i maiali volano (o l’impossibile che accade)” è un inno alla speranza di un futuro migliore che può essere costruito da oggi, come hanno fatto, nel loro piccolo, questi ragazzi. “Quando capiremo che siamo tutti esseri umani, allora per sempre saremo in grado di vivere” sono alcune delle parole del testo della canzone che riassumono il messaggio principale.

“Noi di Gaza pensiamo che il mondo ci abbia dimenticato. Quelli che ci ricordano ci mandano cibo e medicine. Ma sai, lo faresti anche per gli animali. Che lei sia venuto con i suoi musicisti ci ha fatto sentire come esseri umani di nuovo.” Così un capo palestine di una ONG ha ringraziato Daniel Barenboim dopo un concerto. La musica insomma ci ricorda prima di tutto della nostra umanità.

 

 

 

 

 

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