Tradurre per raccontare la pace, intervista a Milena Rampoldi

milena rampoldi

Conobbi Milena Rampoldi qualche anno fa per caso. Mi contattò lei via email dopo avere letto alcuni miei articoli dicendomi che la mia scrittura era per lei fonte d’ispirazione. Rimasi affascinata da questa sua affermazione e mi resi subito conto, dopo aver letto alcuni suoi lavori, di quanto questa donna, da cui in realtà in questi anni mi trovai ad attingere insegnamenti soprattutto sulla cultura islamica, fosse umile e gentile. Doti che purtroppo al giorno d’oggi troppo spesso vediamo mancare nell’atteggiamento delle persone. Con Milena mi trovai a condurre lavori estremamente delicati ed importanti, come la ricerca sulle Mutilazioni Genitali Femminili. Per chi la conosce, anche se oramai non si trova più da molto tempo in Italia, sorge spontaneo domandarsi se riesca a dormire tra un lavoro ed un altro: mamma di tre bambini e donna in carriera, è sempre riuscita a destreggiarsi tra la vita privata, le storie e tutti i libri che spesso anche traduce, per dare così la possibilità ad individui di differenti culture la possibilità di comprendere cosa stia accadendo da un lato all’altro del mondo.

Per molte persone il lavoro del traduttore rappresenta un’occupazione noiosa, che cosa ti ha affascinato in questo mestiere?

Quando traduco cerco sempre di farmi presente l’importanza del linguaggio come ponte e mezzo di comunicazione tra persone di diverse culture, etnie, nazionalità e religioni. Il compito arduo del traduttore consiste nel trasportare il messaggio da una persona all’altra, da una cultura all’altra e da una religione all’altra, impegnandosi a favore della comprensione reciproca, superando le barriere linguistiche che spesso sono soprattutto mentali ed ideologiche. E qui entra in campo il lavoro difficile del traduttore per i diritti umani e per la pace, l’anti-razzismo e la lotta alla discriminazione di ogni tipo che cerca, con le sue traduzioni, di lottare contro i pregiudizi e le false interpretazioni altrui, mettendosi al servizio dell’umanesimo universale che supera qualsiasi differenza religiosa, culturale, etnica ed ideologica. Ma che cosa sarebbe il mondo senza le differenze, senza il mosaico, fatto di pietre diverse e di colori diversi, che possiedono tutti una dignità eguale ed inalienabile? Dunque personalmente considero le differenze linguistiche, culturali, ideologiche, etniche e religiose come un aspetto positivo del nostro mondo alla ricerca di un equilibrio utopico. Vivere queste differenze rimane una sfida… ed è questa sfida che arricchisce giorno dopo giorno il traduttore, buttato di continuo da una riva all’altra del fiume, a volte ritrovandosi il ponte di acciaio pronto per essere attraversato, ed altre volte solo una zattera abbandonata sulla riva.

 

Le persone leggono sempre meno, credi che i social network rappresentino un furto del tempo da questo punto di vista?

Credo che i social networks, nonostante gli ovvi aspetti negativi, offrano anche molte opportunità positive per diffondere articoli, ricerche, recensioni e video che facciano anche riferimento a letture di approfondimento e permettano dunque di superare il livello di una considerazione che si limita alla superficie. Sono comunque ottimista e spero che la gente, nell’oceano delle informazioni equivalenti, diffuse dai social network, sia in grado e soprattutto capace di riflettere e di scegliere. Noi giornalisti ed autori comunque possiamo offrire solo degli spunti, la decisione finale spetta sempre a chi legge.

 

Il tuo amore per il mondo islamico ha segnato gran parte della tua vita, cosa cambieresti se potessi nella cultura islamica e cosa in quella occidentale?

Una domanda complessa… con una risposta che riempierebbe libri interi mai scritti. Il mondo islamico, o meglio, il mondo musulmano è un mondo del tutto diverso dal nostro in cui trovare l’ombra dello splendore dell’epoca islamica medievale nell’arte, nella letteratura, nella poesia, nella recitazione coranica, nella calligrafia, nella gastronomia, nella cultura dell’accoglienza e dell’ospitalità e nella forza di assorbire altre culture attraverso la traduzione, soprattutto in periodo abbaside in Iraq e nella Spagna musulmana. Oggi invece il mondo musulmano è l’ombra di se stesso, il relitto del colonialismo e la terra del neoimperialismo. È il luogo dell’oro nero, per il quale si inventano guerre, si creano gruppi terroristici per poi combatterli nel nome della guerra contro il terrorismo e si fanno morire di fame, violenza ed ignoranza interi popoli. Per cambiare questo non basta la nostalgia, ma ci vuole la lotta dal basso verso l’alto contro le dittature postcoloniali, contro l’ingiustizia sociale e le pratiche misogine anti-islamiche di tutti i tipi nei paesi musulmani. E ci vuole una distinzione ideologica molto forte tra ciò che è l’Islam del Corano, della dottrina, della teologia e ciò che è il modo in cui viene vissuto nelle comunità musulmane oggi come oggi.

L’Occidente è un mondo che a mio avviso sta vivendo un periodo di grave declino morale, etico ed intellettuale, in quanto crede troppo nel potere del denaro, della tecnologia e del militarismo. Deve ripensare se stesso e ritornare ai veri valori umani e sociali per superare il nichilismo consumistico e il narcisismo solitario in cui si trova. E deve soprattutto tendere la mano verso questo altro che si chiama Islam, senza temerlo, ma avvicinandosi ad esso per conoscerlo e dunque superare l’islamofobia imperante.

 

 

Il libro che ha segnato di più la tua vita?

Purtroppo a questa domanda riesco a rispondere solo facendo un brainstorming a me stessa: Chiara d’Assisi, Teresa d’Avila, Martin Luther King, Il Corano, Karl Marx, C.G. Jung, Rainer Maria Rilke, Hermann Hesse, Emanuel Levinas, Sayyid Qutb, Mahmud Darwish, Ingeborg Bachmann, Rabia al-Adawiya, Khalil Gibran, Zaynab al-Ghazali, Ghassan Kanafani, Paul Watzlawick, Edward Said, Friedrich Dürrenmatt, J. W. v. Goethe …. E molti altri nomi studiati all’università e nel tempo libero. Ma credo che più dei libri sono le persone modeste, combattive che conosciamo giorno dopo giorno che ci permettono di crescere. E sono soprattutto donne, donne umili e forti che non si fanno spezzare e continuano a combattere.

 

Chi fa il tuo lavoro, quindi lavorare per la condivisione delle culture, denunciando anche i soprusi del mondo è tenuto da parte dei poteri economici in una nicchia, come fate a sopravvivere con i pochi aiuti che trovate?

Il nostro atteggiamento etico ed ideologico legato alla lotta contro il razzismo, il sionismo, l’islamofobia, l’ingiustizia sociale, la violenza contro le donne non ci permette di rinunciare ai nostri principi di base che si ritrovano anche nel nostro Manifesto di ProMosaik. Per questo abbiamo deciso di finanziarci con il nostro lavoro da traduttori e abbiamo fondato un ufficio di traduzioni che finanzia il nostro portale e i nostri libri e video. In questo modo siamo liberi e indipendenti e non dobbiamo farci dettare da nessuno quello in cui crediamo e quello che scriviamo. Ovviamente ci sono anche degli sponsor che ci danno una mano, ma sono persone che condividono i nostri valori e non ci chiedono di “adattarci” alle loro visioni o ci censurano. Soprattutto nel mondo tedesco, la censura colpisce moltissimo il nostro lavoro perché siamo antisionisti e musulmani. Non solo abbiamo l’hasbara che butta la sua ombra su di noi, ma anche l’atteggiamento islamofobo di grandi parti della popolazione. Ovviamente questo doppio lavoro non ci permette di realizzare tutti i progetti che vorremo…. Ma siamo fiduciosi di ampliare la nostra equipe e di farcela!

 

Hai mai pensato che continuare a denunciare come fa ProMosaik sia una voce sottile che arriva a pochi portandoti a momenti di scoraggiamento?

 Mi rendo conto che siamo un piccolo gruppo di Davide contro Golia, assolutamente. Ma credo in quello che faccio e continuerò a farlo finché Allah deciderà di lasciarmi in questo mondo così bello e allo stesso tempo così distrutto dall’umanità avida, violenta, misogina e militarista. I momenti di scoraggiamento e le cadute servono per rialzarsi! E come ci suggerisce la grande autrice sarda Grazia Deledda, le canne al vento si spiegano, ma non si spezzano.

 

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Antonietta Chiodo

Antonietta Chiodo, nata a Roma nel 1976, cresciuta a Milano, nel 2003 si trasferisce a Torino collaborando con il Gruppo Abele, denunciando tra l’altro le detenzioni carcerarie dei minori e gli stati di abbandono delle popolazioni colpite dall’ AIDS. Continua il lavoro di ricerca con associazioni legate alla tutela dei minori e delle donne rifugiate in Italia, collaborando tra l’altro alla stesura di un libro della studiosa italiana Milena Rampoldi contro le MGF. Continua a scrivere articoli per il portale internazionale ProMosaik, focalizzando soprattutto sulla Palestina. Nel 2011 trascorre due mesi ad Aleppo, al fianco della popolazione colpita dalla guerra con attivisti e dottori europei volontari. Tra il 2012 ed il 2013 in Brasile sostiene la formazione culturale dei bambini delle Favelas. Scrive per Pressenza, e tutt’oggi per ProMosaik e Social News. Tra il 2014 e il 2015 segue gli sbarchi dei profughi in Calabria e le sparizioni dei bambini non accompagnati. Nell’autunno del 2016 si reca in un campo profughi palestinese. Ritornata in Italia, in collaborazione con l’attivista Dario Lo Scalzo, giornalista e video maker, prenderà vita il progetto “La Pace dei Bimbi” che la vedrà nei mesi da Aprile a Luglio 2017 impegnata nei campi profughi della Cisgiordania per far sentire la voce dei bambini, cresciuti sotto l’occupazione israeliana. 

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