Populismi, web e social media: cosa ci resta di Bauman?

La scomparsa del celebre sociologo ci spinge ad interrogarci sulla sua eredità in questa nostra democrazia liquida

Francesco Pira

Ci manca Zygmunt Bauman. Ci manca il suo pensiero netto e privo di mezze misure. Ci manca la sua nascosta speranza che qualcosa, prima o poi, possa succedere nel mondo per sovvertire quello che sembra già scritto e previsto.
La politica lontana dalla gente. Nuovi leader di brevi o lunghe stagioni che, con l’aiuto di esperti del web, parlano alla pancia della gente e vincono le elezioni. Sembra spazzata via la politica della retorica per dar spazio a quel vetrinismo dell’identità che popolarizza e velocizza la comunicazione.
E il passaggio tra popolare e populista può sembrare breve.
Il web fa la sua parte. I social sembrano il luogo ideale. In una delle tante interviste, il sociologo Bauman, ribadisco, uno dei più grandi pensatori che ha attraversato due secoli, ha chiarito il suo pensiero. Analisi netta. Pessimista, ma utile.
“Internet rende possibili cose che prima erano impossibili. Potenzialmente, dà a tutti un comodo accesso ad una sterminata quantità di informazioni: oggi abbiamo il mondo a portata di un dito. In più, la Rete permette a chiunque di pubblicare un suo pensiero senza chiedere il permesso a nessuno: ciascuno è editore di se stesso, una cosa impensabile fino a pochi anni fa. Ma tutto questo – la facilità, la rapidità, la disintermediazione – porta con sé anche dei problemi. Ad esempio, quando lei esce di casa e si trova per strada, in un bar o su un autobus, interagisce, volente o nolente, con le persone più diverse, quelle che le piacciono e quelle che non le piacciono, quelle che la pensano come lei e quelle che la pensano in modo diverso: non può evitare il contatto e la contaminazione, è esposto alla necessità di affrontare la complessità del mondo. La complessità, spesso, non è un’esperienza piacevole e costringe ad uno sforzo. Internet è il contrario: ti permette di non vedere e non incontrare chiunque sia diverso da te. Ecco perché la Rete è, allo stesso tempo, una medicina contro la solitudine – ci si sente connessi con il mondo – e un luogo di “confortevole solitudine”, nel quale ciascuno è chiuso nel suo network da cui può escludere chi è diverso ed eliminare tutto ciò che è meno piacevole”.
Un pensiero, quello del professore polacco, che trova piena applicazione non soltanto nel nostro quotidiano, ma anche in quello che sta accadendo nel mondo, Italia compresa.


Partiti e Movimenti non hanno più una vita reale. Sembrano prigionieri in una vita virtuale che li costringe a spinte populiste per trovare qualche spazio sui media tradizionali e per accreditarsi sui social network. Un’operazione complessa se si pensa alla forza d’urto di effetti come quello di Donald Trump che sta globalizzando un certo modo di esprimersi, nuovi codici e nuovi linguaggi.
Conversando con Alessandro Gilioli, Bauman aveva posto delle questioni non generiche, ma di sistema, di civiltà, di costume. Soprattutto, aveva ribadito il concetto, molto interessante, delle comfort zone.
“Le ricerche sociali mostrano che la maggior parte delle persone usa Internet non per aprire la propria visione, ma per chiudersi dietro degli steccati, per costruire delle comfort zone. Un po’ come quei quartieri fuori città circondati da cancelli, guardie armate e telecamere a circuito chiuso, nei quali le persone vivono in una sorta di mondo immaginario, senza controversie, senza conflitti, senza esporsi alle differenze. Poi, certo, grazie alla Rete oggi puoi convincere le persone del tuo network ad andare in piazza a manifestare contro qualcosa o qualcuno, ma l’incidenza sul reale di queste mobilitazioni nate nelle comfort zone è un altro discorso. Internet non ne è la causa, ne è solo un veicolo. Le cause dei partiti antisistema vanno, invece, cercate nella crisi di fiducia verso la Democrazia. A sua volta, questa deriva dal fatto che viviamo in un pianeta globalizzato e con una grandissima interdipendenza, ma gli strumenti che abbiamo a disposizione per gestire questa nuova condizione sono quelli ereditati dai nostri nonni e propri dello Stato nazionale, quando, cioè, una decisione presa in una capitale aveva realizzazione nel territorio di quel Paese e non valeva cinque centimetri più in là. Adesso, invece, l’interdipendenza è mondiale e gli Stati nazionali sono incapaci di gestirla. Così, oggi, i Governi sono sotto una doppia pressione: da un lato, devono rispondere agli elettori, i quali pretendono che i politici realizzino ciò per cui li hanno votati; dall’altro, la realtà globale interdipendente – i mercati, le borse, la finanza e altri poteri mai eletti da nessuno – impediscono che questi impegni vengano mantenuti. La crisi di fiducia nasce da questa doppia pressione. Sentiamo tutti che, ormai, le Democrazie non funzionano, ma non sappiamo come aggiustarle o con che cosa rimpiazzarle”.
Un pensiero forte quello di Zygmunt Bauman. Illuminante.
I social, il web sono strumenti. Come noi li usiamo attiene alla nostra sensibilità, alla nostra educazione. E il passaggio dal popolare al populista può essere molto rischioso.

Francesco Pira, Sociologo della Comunicazione, Docente di Comunicazione e Giornalismo presso l’Università degli Studi di Messina e di Comunicazione Pubblica e d’Impresa all’Università Salesiana di Venezia e Verona (IUSVE)

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