Campi profughi, dove vengono calpestati i diritti umani

Dal 2011 ad oggi, la coesione dell’Europa è stata messa a dura prova dall’arrivo di milioni di profughi che cercano rifugio nel continente per sfuggire a situazioni disumane e degradanti. Tutto ciò ha messo a dura prova lo spirito di unione che aveva fatto da collante tra gli Stati alla ricerca di un’identità comune negli ultimi 50 anni. I Paesi dell’Unione Europea hanno assunto posizioni molto diverse tra loro, talvolta opposte, per cui si è potuto assistere a scelte completamente divergenti, dall’apertura di alcuni Stati alla costruzione di muri da parte di altri. Gruppi enormi di persone che scappano dal loro paese d’origine per ritrovarsi in situazioni in cui i diritti umani non sono ancora rispettati, in cui non sono trattati come persone, ma piuttosto come un problema da risolvere, come una seccatura da eliminare.

Paesi come l’Ungheria, la Serbia, la Macedonia, la Slovenia e la Francia hanno deciso di andare contro quell’Europa fondata sui diritti umani e chiudere le loro frontiere. È in questo contesto che si inseriscono i campi profughi che sono stati protagonisti del 2016: Idomeni e Calais sono solo due delle tragedie che si sono verificate nel corso dell’ultimo periodo.

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Un campo profughi è una distesa di vite umane che si accampa alla meno peggio aspettando e tentando di superare le frontiere con la speranza di correre verso una vita migliore. È una soluzione provvisoria nata da pochi provvedimenti precisi e da tante successioni di eventi casuali posti uno dopo l’altro.

Quella che veniva chiamata «la giungla di Calais» è stato il campo profughi più grande d’Europa nel 2016, un campo militarizzato che bloccava le uscite e alzava barriere, rendendolo una prigione di melma e fango senza via d’uscita per coloro che vi si recavano per cercare di essere aiutati con la richiesta d’asilo o per cercare di attraversare il canale della Manica verso la speranza di condizioni migliori.

Idomeni, invece, è una località greca al confine con la Macedonia, che l’anno scorso si è trasformata in un campo profughi per migranti che scappavano da situazioni di guerra e sofferenza e in quel campo sono rimasti come «fantasmi» che la Macedonia non voleva e la Grecia confinava.

«Città» formate da tende e strutture temporanee, che non proteggevano dal vento e dal freddo, dalla pioggia e dalle diverse condizioni atmosferiche, dove i servizi igienici e sanitari sono scadenti e dove le persone si lasciano vivere con il desiderio e la necessità di trovare di meglio rispetto a quello che hanno lasciato.

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«Ingiustizia è la sensazione che mi porto a casa dopo essere stata a Idomeni. Ingiustizia perché un’accoglienza diversa è possibile, ma nel campo nessuno mette in pratica gli accordi, nessuno informa chi è lì, nessuno aiuta o rende più sostenibile questo contesto già di per sé disumano» a parlare è Ndack, una ragazza di poco più di 20 anni che si è recata a Idomeni con altri volontari per portare il suo aiuto. Racconta poi la struttura del campo, diviso in due parti di cui una è illuminata, mentre l’altra no. La presenza di servizi chimici non è abbastanza, l’igiene manca e in particolare le donne non utilizzano questi servizi, poiché senza luce, di notte, sono impaurite. Mancano cibo e beni di prima necessità, le persone non sanno come comportarsi, cosa devono fare. In questi posti nessuno rispetta i diritti di nessuno. Appaiono come campi di accoglienza, ma si rivelano «prove di sopravvivenza» per esseri umani perseguitati dalla violazione dei diritti fondamentali.

Ad un certo punto del suo racconto Ndack tossisce e si scusa, e le escono delle parole che pesano nel profondo: «Scusami se ho il fiatone, ma da questi giorni sono tornata senza fiato, forse è stato il fumo dei falò improvvisati, o forse non lo so. Tutto questo mi ha tolto il fiato.»

Ad oggi Calais e Idomeni sono stati smantellati, ma questi provvedimenti non hanno risolto nulla, anzi, sono stati eseguiti senza criterio né umanità, le persone che risiedevano nei campi sono state smistate in vari centri di accoglienza e lasciate nuovamente in balia di se stesse, da un’Europa che pur di mantenere la facciata perde la sua reputazione. C’era una volta, infatti, l’Unione Europea che «i diritti umani prima di tutto», esiste oggi invece un’Unione che chiude un occhio sul rispetto dei suoi valori imprescindibili in quanto teme di non riuscire a gestire una situazione che appare sempre più fuori dalla sua portata.

La dignità è uno dei valori fondamentali che spettano alla persona umana in quanto tale, ma sembra che oggi, ciò che conta di più, sia la gestione del proprio benessere a discapito di chi, del benessere, non conosce più nemmeno l’idea.

 

Anna Toniolo

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Anna Toniolo

Anna Toniolo, nata a Mirano (VE) il 1/marzo/1994. Studentessa al terzo anno di Scienze Politiche, Relazioni internazionali e Diritti Umani all’Università degli Studi di Padova. Viaggiatrice e curiosa incallita, giornalista in erba per passione, combatto per la verità e la giustizia per vocazione. Su SocialNews alimento la mia passione per il giornalismo e la scrittura, alimentando la mia attitudine verso la giustizia e facendo del mio meglio per trasmetterla a chi legge. Cosa sono per me i diritti umani? Sono il filo rosso che unisce ogni essere umano, sono ciò che ci dovrebbe sempre ricordare che, anche se diversi, siamo tutti uguali. Bandite le discriminazioni. 

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