De Courbertin? I Greci ne avrebbero pensato tutto il male possibile…

L’importante, alle Olimpiadi nell’Antica Grecia, non era partecipare, ma vincere. Oggi tutto è cambiato. O Forse no. Le mille contraddizioni della società odierna

Lorenzo De Vecchi

 

olimpiadi antica grecia

Nell’antichità, le Olimpiadi rappresentavano un evento di importanza centrale nella vita sociale. Solo della Grecia, naturalmente. Per un lungo periodo, la Grecia fu il mondo intero. Per certi aspetti, quel mondo è ancora il nostro. Le Olimpiadi non costituivano l’unica occasione di intrattenimento dei Greci, capaci di divertirsi molto meglio di come sappiamo fare noi. Solo in quell’occasione, però, l’intera comunità delle città greche smetteva addirittura di combattere. Ogni guerra veniva sospesa, ogni conflitto rimandato. L’intera Grecia doveva celebrare i suoi atleti, rappresentanti reali di quell’ideale estetico che avrebbe prodotto le più belle statue della storia occidentale.

Un’importanza, insomma, perfino maggiore rispetto a quella delle Olimpiadi odierne. È vero, le Olimpiadi moderne sono un serbatoio di denaro (in entrata e in uscita, come si insiste molto in queste settimane), e la loro importanza economica è indiscutibilmente più grande, in proporzione, rispetto all’età antica. Ma, sotto il profilo sociale, nella capacità della società di rappresentare se stessa attraverso lo sport, nel confronto la contemporaneità perde senz’altro, almeno per coloro i quali pensano che, in fondo, i soldi non siano proprio tutto.

Se tralasciamo l’aspetto economico, è lecito confrontare i due eventi? Quello che in Grecia addirittura scandiva il calendario (ogni fatto greco era cronologicamente misurato secondo il quadriennio olimpico che lo conteneva) e quello che, in fondo, ancora oggi domina la preparazione di gran parte degli sport “minori”? Lecito sì, ma, forse, con risultati poco convincenti. Inutile perdersi nei dettagli, concentriamoci sullo spirito generale dell’evento. Pierre de Frédy, barone di Coubertin, era un pedagogo francese di origini italiane. Due elementi lo colpirono negli anni della sua formazione: da una parte, da buon aristocratico dell’800, si rivelò molto sensibile alla storia greca e, in particolare, alle scoperte archeologiche che in quegli anni rivelavano sempre di più come l’Occidente avesse una sua culla atletica a Olimpia; dall’altra, gli atleti delle scuole britanniche e statunitensi gli offrirono un bellissimo spettacolo di sanità psicofisica, di perfetto equilibrio tra educazione intellettuale ed educazione motoria. Il CIO nacque su sua iniziativa, e fu lui, come tutti sanno, a voler far rivivere l’antica festa sportiva sotto uno slogan che, oggi più che mai, informa di sé lo spirito olimpico: «L’importante non è vincere, ma partecipare».

olimpiadi antica grecia incisione

Era un principio nuovo, “democratico”, pregno delle recenti tendenze educative che negli ultimi decenni han- no trionfato nella pedagogia internazionale: l’impor- tante non è essere bravi, è esserci. Va bene anche così. Non solo Olimpiadi, non solo sport, dunque: la verità è che lo spirito olimpico emanato da de Coubertin è una delle tante facce della pedagogia di inizio ‘900 che volle mettere da parte lo spirito agonistico (spauracchio dei pedagoghi di oggi) e celebrare, al suo posto, la grande festa variopinta che tutti contribuiscono a creare, dal primo all’ultimo, con gli occhi rivolti idealmente all’ultimo più che al primo. Si comprende come le Paralimpiadi siano figlie di questa forma mentis: tutti hanno diritto a partecipare, anche chi sarebbe fisicamente escluso dalla competizione fisica. I disabili, anzi, vi partecipano proprio in quanto disabili, a dimostrare nella pratica la verità di un’espressione ancora più recente: “diversamente abili”.

Che ne avrebbe pensato un Greco del 500 a.C.? Tutto il male possibile. Lasciamo stare i disabili: è proprio la frase di de Coubertin che avrebbe compromesso l’ideale greco di uomo. Ciò a cui tendiamo non è il partecipante alla vita, ma colui che la domina dall’alto della sua forza e della sua bellezza. Non c’è commozione e simpatia per l’ultimo, ma ammirazione per il primo, per chi vince. Lui è il modello al quale il giovane guarda con stupore e spirito di emulazione e che l’anziano compatriota ama per aver garantito lustro alla sua città. L’importante non era partecipare: chi partecipa e perde, non vince affatto. Questo fu il magnifico spirito aristocratico dei Greci (aristocratico, certo, anche nell’Atene democratica), un popolo che cercò nella perfezione dell’uomo in questo mondo lo scopo ultimo. Vi immaginate Pindaro che scrive un’ode olimpica in onore del quinto arrivato? Basta leggere questo poeta, che giganteggia nella tradizione occidentale, per capire come il vincitore dei giochi diventi un nume da avvicinare agli dèi, come lui e solo lui diventi protagonista dell’evento.

olimpiadi antica grecia vittoria

Ma, in fondo, a pensarci, è davvero tanto diverso oggi? In parte, forse, sì. Anzi, in più (direi in meno) nelle nostre Olimpiadi c’è anche quel manierato patriottismo per cui il vincitore italiano, francese, spagnolo di uno sport che nessuno conosce e che nessuno pratica ha più spazio, nelle emittenti dei rispettivi Paesi, della finale di uno sport che tutti conoscono e praticano. Ma a chi importa davvero? E chi ricorda davvero i quinti arrivati? E gli atleti stessi, sono davvero contenti di superare se stessi più che di superare gli altri? Credo di no. L’uomo non è cambiato fino a questo punto. Di Usain Bolt vogliamo occuparci perché è l’uomo più veloce. Di chi è più lento di lui non ci curiamo. E chi è più lento di lui vorrebbe batterlo, non partecipare alla festa. Non c’è più spirito aristocratico, forse, ma resta l’ammirazione per chi sa fare una cosa che tutti, più o meno, sanno fare (correre, saltare, tirare un pallone in un cesto o in una porta) in un modo speciale. I Greci antichi forse rappresentano ancora il mondo così com’è, non come de Coubertin avrebbe voluto. Peccato che ci manchi Pindaro.

Lorenzo De Vecchi, insegnante e giornalista, dottore di ricerca in Letteratura latina

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