Il velo del potere: la donna musulmana e la libertà religiosa

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Muslim women take a selfie in front of the giant Christian manger displayed on the Manger Square in front of the Church of the Nativity, revered as the site of Jesus Christ’s birth, in the West Bank town of Bethlehem on December 18, 2014, ahead of Christmas celebrations. AFP PHOTO/ THOMAS COEX (Photo credit should read THOMAS COEX/AFP/Getty Images)

Al centro della nostra società occidentalizzata si è sviluppata una sorta di territorializzazione culturale, un sistema di simboli culturali e morali tipici di una società che da una parte si reputa globalizzata, dall’altra resta ferma sui propri principi territoriali.

Nella sua prospettiva verso l’Oriente, la società Occidentale non può che rendersi vittima del timore verso il terrorismo islamico. In Italia, il timore si affronta costruendo paletti e divieti in grado di reggere il malcontento popolare: si discute circa la provenienza dei migranti che giungono in Italia, della tutela della religione di Stato, ma soprattutto si discute del ruolo della donna musulmana nel nostro Paese. In tutto ciò, l’ipocrisia di un Stato – l’Italia – che per anni ha tutelato la marginalità della donna nella propria società deve far fronte con la realtà che ci viene offerta ed impacchettata dai mass media.

Il ruolo della donna rientra, in tutto questo, all’interno di un più generale discorso circa la spettacolarizzazione del terrorismo. La donna musulmana – nella nostra visione patriarcale – è vista come una serva ai favori dei propri uomini, una forma di alterità sessuale degradante. Il velo, per giunta, asseconda le idee secondo cui un velo può celare dietro di sé il volto di una donna martoriata, o peggio di una terrorista in attesa del suo atto in favore a Dio. Questa visione apocalittica della donna musulmana non può che danneggiare la figura stessa del femminile. Nessuno mette in dubbio l’esistenza di un rigido sistema sessuale all’interno della cultura musulmana, ma è essenziale capire come la donna musulmana oggi sia libera di tutelare la propria immagine di donna e che il ruolo spesso decadente spettacolo delle nostre tv non sia altro che la testimonianza di quelle realtà culturali – presenti in minima parte nel mondo – che agiscono sulla base di sistemi creati non secondo la fede religiosa, ma secondo il rispetto di precisi ordini di taluni governi estremisti.

donna musulmana sceiccaIn questo panorama, la sceicca Mozah bint Nasser al Missned  (nella fotografia a sinistra) promette di essere l’esempio dirompente di una società orientale che non si arrende al terrorismo mediatico. Attuale madre dello sceicco del Qatar, Moza bint Nasser è oggi tra le donne più potenti al mondo. Il suo potere sta soprattutto nel ruolo che ricopre nella ricerca educativa. Dal 1995, Moza è Presidente della Qatar Foundation for Education, Science and Community Development, che si occupa soprattutto della possibilità di offrire istruzione alle persone meno abbienti. L’immagine di una donna cosi potente da tenere sotto controllo la propria figura femminile è da esempio per tutte quelle società che si definiscono moderne, ma che invece devono fare i conti con un impoverimento culturale rappresentato dalle proprie barriere ideologiche.

L’Italia soffre oggi di un’interculturalità impoverita dalla malsana politica di diffidenza che pian piano sta dilagando nel nostro paese. Ma quanto davvero può far paura un velo? Sumaya Adbel Qader, sociologa e Presidente del progetto “Aicha” per le donne musulmane, è stata tra le prime a rivendicare il ruolo della donna musulmana nella società italiana. Sumaya si fa spesso voce delle pratiche di discriminazione che affossano il mondo lavorativo italiano, dopo che qualche settimana L’Avvocatura della Corte europea ha permesso ad un’azienda di vietare il velo islamico ad una dipendente. Ciò che spesso sfugge, sostiene Sumaya in un’intervista a Repubblica.it è che il velo non è altro che un diritto della donna musulmana, che può scegliere liberamente se indossarlo o meno. «In una società aperta e moderna, una società sempre più plurale, è ora di superare questa logica dei divieti e delle restrizioni» dichiara la sociologa musulmana. In effetti, in una società pluralista come quella italiana, il divieto alla libertà religiosa non può che essere visto come un atto di terrorismo alla libertà di ognuno di noi, indipendentemente da ciò che portiamo in testa.

Mohamed Maalel

Contributor di Face Magazine e di SocialNews

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Mohamed Maalel

Metà pugliese, metà tunisino. Classe 1993, studia Scienze della Comunicazione presso l’Università degli studi di Bari. Blogger, divoratore seriale di libri ha cercato sempre di tenersi le mani ed il cervello occupati diplomandosi in un alberghiero, acquisendo un B2 in inglese presso il Trinity College di Londra nel 2011 e partecipando ad un progetto formativo che l’ha portato due mesi a Dublino, la terra delle grandi opportunità per i piccoli sognatori . Ed è proprio a Dublino che l’amore per la scrittura ed il giornalismo è maturato, grazie alla collaborazione con il giornale italo-irlandese “Italia Stampa”. Dalla madre italiana ha imparato il significato dei sacrifici, dal padre tunisino che la guerra è puro nutrimento spinto da interessi altrui. 

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