Dall’ebola alle migrazioni: è necessario uno sforzo comune

È importante ricordare che le patologie di cui si tratta non sono nuove, ma collegate a virus che circolano da anni. Quando si parla di un focolaio di malaria a rischio di diventare epidemico, non significa che questa non sia già presente in loco

Susanna Svaluto Moreolo

downloadNel gennaio scorso, Medici Senza Frontiere Italia ha rilasciato un comunicato stampa in cui indicava una breve lista di malattie che potrebbero costituire una minaccia, dando luogo a delle vere e proprie epidemie, se non si interverrà con una strategia appropriata. Le patologie a rischio sono tutte malattie note: colera, malaria, morbillo, meningite, dengue, ebola.
Sottolinea la dottoressa Vittoria Gherardi, coordinatrice medico dell’Organizzazione, “è importante ricordare che le patologie di cui si parla non sono nuove, ma collegate a virus che circolano da anni e possono dare luogo a focolai epidemici. Quando si parla di un focolaio di malaria a rischio di diventare epidemico, non significa che questa non sia già presente in loco”. Significativo è il caso dell’ebola, epidemia scoppiata nel marzo del 2014 che ha coinvolto diversi Paesi dell’Africa Occidentale (Guinea, Liberia, Sierra Leone, Mali, Nigeria, Senegal; recentemente in questi ultimi è stata dichiarata conclusa l’emergenza) infettando oltre 25.000 persone e causando la morte di 10.000 di esse. Nonostante i numerosi appelli lanciati dall’Organizzazione, la risposta a livello internazionale è rimasta inadeguata, lasciando i Paesi coinvolti, spesso carenti dal punto di vista delle strutture e delle competenze in ambito sanitario, male equipaggiati e impreparati a gestire l’emergenza.

Ci sono già state precedenti epidemie o propagazioni di ebola:
il virus è stato scoperto nel 1976 contemporaneamente nel Sudan meridionale e nella Repubblica Democratica del Congo. Da quel momento ci sono state diverse epidemie, sebbene di portata minore. La dottoressa Gherardi precisa: “In seguito alla diffusione dell’ebola, è maturata una maggiore attenzione.
In questo, Medici Senza Frontiere si è impegnata affinché vengano stilati programmi specifici in modo tale da essere preparati e poter fornire assistenza tecnica per tempo, evitando che si verifichino ulteriori epidemie”. Il dilagare dell’ebola, così come delle altre malattie, è il risultato della mancanza di azioni preventive legate, soprattutto, alla ricerca scientifica specifica, direttamente collegata all’assenza di interesse a livello internazionale. “È necessario un impegno collettivo, a livello internazionale, di sorveglianza attiva per evitare le epidemie e un investimento costante per lo sviluppo di sistemi di individuazione e di una mappatura degli agenti patogeni e del loro sviluppo”. Nell’era della globalizzazione, risulta ancora più necessario l’impegno internazionale per quel che riguarda la ricerca e le condizioni di accesso alle cure, soprattutto i vaccini, che rappresentano un tema di forte discussione per due motivi: il costo troppo elevato per i Paesi in via di Sviluppo e la scarsità in termini di quantità.MSF-ITALIA

A questo proposito, MSF ha attivato una campagna per chiedere alle case farmaceutiche Pfizer e GlaxoSmithKline (GSK), produttrici del vaccino contro la polmonite, da cui le due aziende hanno ricavato circa 30 miliardi di dollari di profitto, di abbassare il costo a 5 dollari a bambino per i Paesi in via di Sviluppo e le organizzazioni umanitarie. La polmonite costituisce, infatti, una delle malattie che miete più vittime a causa della scarsa attenzione con cui viene trattata e della mancanza dei farmaci per la profilassi. Nel 2015, circa 920.000 bambini di età inferiore ai 5 anni sono deceduti per averla contratta. Questa patologia rappresenta il 15% delle morti dei bambini compresi in questa fascia d’età. Le aree maggiormente esposte sono l’Africa sub-sahariana e l’Asia Meridionale (WHO, 2016). Un supporto nel favorire l’accesso ai vaccini ed un programma di copertura immunologica è offerto dal Gavi (the Global Alliance for Vaccines and Immunisation), che svolge un ruolo di mediatore nella negoziazione dei prezzi con le case farmaceutiche e sostiene economicamente i costi dei programmi di immunizzazione per i Paesi più poveri. Le Nazioni che possono accedere a questo tipo di sostegno sono 76, anche se è prevista la riduzione, per il 2025, a sole 41. La diminuzione è associata al PIL: nel momento in cui un Paese passa al livello di reddito medio, è costretto a coprire interamente la spesa dei programmi di vaccinazione e non può più godere del supporto in fase di contrattazione. Va da sé che non necessariamente ad uno sviluppo economico corrisponda un miglioramento della condizione socio-sanitaria di un Paese, né tanto meno una strutturazione interna tale da poter vantare un potere negoziale elevato. Per l’acquisto dei vaccini, uno Stato “promosso” si trova a dover corrispondere una spesa in media sei volte superiore a quella precedente. Secondo un’analisi dell’andamento dei costi di vaccinazione redatta da Gavi e UNICEF, si stima che, nel 2001, vaccinare un bambino costasse in media 0,67 dollari, mentre, nel 2014, la quota è salita a 45,59. Sui vaccini si riscontra l’assenza totale di trasparenza sui loro costi reali e l’inesistenza di un sistema che ne disciplini acquisto e distribuzione in base a principi etici e non al libero mercato.
In generale, “si rilevano scarsa attenzione e scarso impegno a livello internazionale” – prosegue la dottoressa Gherardi – “manca una ricerca costante relativa allo sviluppo di alcune patologie e la lungimiranza di promuovere uno sforzo comune, perché, come ha dimostrato la diffusione dell’ebola, ormai il mondo è interconnesso e interdipendente. Risulta, pertanto, necessaria una collaborazione a livello globale”.

Il tema non è direttamente connesso alle migrazioni provenienti dal Nord Africa, sebbene, a volte, le informazioni possano alludere tendenziosamente ad eventuali “invasioni batteriologiche” direttamente proporzionali alle cosiddette “invasioni di uomini”. Per quanto riguarda, infatti, l’emergenza Nord Africa, relativa all’arrivo costante di centinaia di profughi richiedenti asilo che partono dalle coste libiche verso l’Italia e l’Europa, non si può certo parlare di rischio di trasmissione di patologie o di focolai epidemici. “Le persone che compiono questi viaggi sono sicuramente sane alla partenza perché il viaggio, prima di raggiungere le coste e attraversare il Mediterraneo, è sicuramente più lungo e condotto in situazioni precarie dal punto di vista sanitario e di sicurezza personale.
Le persone che giungono sulle coste italiane sono fortemente debilitate dal punto di vista fisico e psicologico, ma non costituiscono un rischio per la trasmissione di malattie.”
A questo proposito, vale la pena sottolineare che, in Europa, le strutture sanitarie sono assolutamente preparate a gestire in sicurezza eventuali casi a rischio: a partire dal singolo, in un circolo virtuoso, l’intero sistema assicura un elevato livello di prevenzione e di immunizzazione. Anche la libertà di rifiutare la vaccinazione di un bambino è garantita dalla profilassi alla quale sono sottoposti gli altri. L’ambiente è, quindi, salubre e previene la diffusione di eventuali malattie.


Susanna Svaluto Moreolo, cooperante e collaboratrice di SocialNews

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *