Povertà e denutrizione nel mondo: un reale cambiamento?

La corsa delle Nazioni Unite per il raggiungimento dei Millenium Development Goals è giunta al suo primo traguardo

Aurora Tranti

mappa-burundiEliminare la povertà estrema e la fame nel mondo: è questo il primo degli otto Obiettivi di Sviluppo presenti nella Dichiarazione del Millennio del 2000 che gli Stati membri dell’ONU si sono impegnati a raggiungere entro il 2015.
Inizialmente, la meta poteva sembrare avveniristica. Oggi, invece, viene affermato che, sebbene non del tutto estirpate, denutrizione e povertà nel mondo sono state dimezzate. Il rapporto 2015 sui Millenium Development Goals (MDG) presenta una situazione decisamente positiva. Nel 1990, il numero di persone che viveva in povertà estrema raggiungeva 1,9 miliardi. Ora è sceso a 836 milioni. È calato notevolmente il livello di denutrizione nei Paesi in Via di Sviluppo: dal 23,3% del periodo 1990-1992 al 12,9 del 2014-2016. I dati dimostrano, inoltre, che in declino risultano anche il deficit di sviluppo e la proporzione di bambini sotto peso.

La situazione, tuttavia, non è così rosea. Analizzando e diffondendo questi dati, l’ONU sembra essersi dimenticata di alcuni aspetti economici e geopolitici che ridefinirebbero i risultati raggiunti. Innanzitutto, occorre precisare che cosa si intenda per “povertà estrema” e come questa concezione possa variare a seconda dello Stato preso in esame, trattandosi di dati che riguardano l’intero pianeta e non solo i Paesi in Via di Sviluppo.
La soglia di povertà nel Report è stata fissata ad € 1,25 al giorno. Risulta evidente che, trattandosi di stime a livello mondiale, tale cifra non tiene conto dei Paesi industrializzati, nei quali vivere con qualche euro in più non elimina la condizione di povertà. Questa soglia è stata, inoltre, definita nel 2005. In più di 10 anni, gli equilibri economici mondiali hanno subito notevoli cambiamenti, tanto da indurre la Word Bank a valutare se innalzare la cifra ad € 1,75 al giorno. Questa rettifica farebbe (ri)aumentare il numero di persone che vivono in condizione di estrema povertà di alcune centinaia di milioni. Le piccole, grandi inesattezze metodologiche dell’ONU non finiscono qui.
Accorpando i dati, risulta che il presunto successo di questo Millenium Goal sia distribuito equamente a livello mondiale. La realtà dei fatti, invece, è ben diversa. Occorre precisare che, sempre basandosi su una (superata) soglia di povertà pari ad € 1,25 al giorno, soltanto Cina e India hanno beneficiato di un reale miglioramento delle condizioni di vita. I Cinesi che non vengono più “considerati” poveri sono 600 milioni, gli Indiani 250. Dati rilevanti, ma che devono essere interpretati su scala mondiale. E qui si registra l’enorme ritardo degli interventi in Africa e in Sudamerica, che svettano nelle classifiche mondiali con percentuali di povertà che raggiungono l’80%.

Appare, quindi, evidente come, nonostante vi siano stati dei miglioramenti sul fronte povertà e denutrizione a livello mondiale, questi risultino minimi rispetto all’obiettivo proposto, oltre ad essere circoscritti a determinate realtà. Purtroppo, la situazione è ancora drammatica: il Brasile, sesta potenza economica mondiale, dopo il periodo di crescita economica e sociale, nel 2015 ha visto una ricaduta nella povertà di 5 milioni di abitanti. Secondo le stime, questo numero è destinato a crescere. In Siria, 5 anni fa è iniziato un conflitto che, ad oggi, ha condotto più della metà della popolazione a vivere con meno di € 1,25 al giorno.
La realtà maggiormente in ritardo rispetto agli obiettivi del millennio è sicuramente l’Africa sub-sahariana, dove, ancora oggi, una persona su quattro soffre la fame. Un continente vastissimo, popolato da oltre un miliardo di persone di etnie e culture estremamente variegate. Una grande ricchezza antropologica ed ambientale associata a livelli di povertà tra i più alti al mondo. Gli sfarzi delle immense metropoli celano la miseria, spazzandola via e relegandola ai confini di quelle città costruite su un modello estraneo a quei luoghi e per questo deleterio.
Uno scontro tra due mondi. Da una parte, l’Occidente, che, con il suo progresso tecnologico, la ricchezza materiale, lo sviluppo sociale, si è insinuato all’interno del continente africano, deturpandone luoghi, culture ed economie. Dall’altra, un mondo primordiale, autentico, costretto a subire inerte la contaminazione del capitalismo. L’intrusione occidentale per fini utilitaristici ha creato conflitti all’interno degli Stati africani, primo fra tutti quello fra Hutu e Tutsi. Un retaggio coloniale che, come un’eco, continua a propagarsi nell’aria secca dell’Africa orientale. In Burundi, tuttora, a distanza di più di un secolo dall’avvento dell’uomo bianco, si verificano violenti scontri tra le due etnie, complicati da questioni politiche e da una condizione di povertà estrema che coinvolge il 68% della popolazione. Nel 2015, Pierre Nkurunziza, appartenente all’etnia hutu, è stato riconfermato per la terza volta Presidente della Repubblica, violando i principi costituzionali che prevedono un limite massimo di due mandati. Ciò ha provocato una violenta opposizione.

La Polizia Nazionale del Burundi è protagonista indiscussa delle atrocità commesse contro i manifestanti, in maggioranza Tutsi. I morti, ad oggi, sono più di 900. Queste cifre richiamano alla memoria la guerra civile in Rwanda, nel corso della quale, in soli 100 giorni, vennero uccise un milione di persone.
Secondo quanto afferma un diplomatico ugandese sotto anonimato, vi è il rischio di un genocidio, celato dietro ad “una pulizia etnica silenziosa, fatta di intimidazioni, massacri circoscritti e negazione dei diritti civili alla minoranza tutsi per spingerla ad auto esiliarsi nei Paesi vicini”. La fuga di massa sta realmente avvenendo. Il numero dei profughi è in costante aumento e, ad oggi, sono oltre 250.000 le persone che cercano rifugio nei Paesi circostanti e necessitano di cure mediche, acqua e cibo. L’UNCHR ha affermato che, dei 175,1 milioni di dollari richiesti, all’attualità ne sono pervenuti soltanto 4,7, cifra insufficiente a far fronte alla grave crisi umanitaria in atto.
A questo proposito, l’Unione Europea ha forse sbagliato ad investire le proprie finanze: risulta, infatti, che abbia destinato 8 milioni di euro ad un progetto di appoggio alla Polizia Nazionale con l’intento di renderla più “mansueta” ed “eticamente corretta” nei confronti dei manifestanti. Purtroppo, i buoni intenti non sono stati ripagati. Le forze dell’ordine hanno commesso crimini gravissimi contro la popolazione del Burundi, provocando centinaia di morti attraverso vere e proprie azioni genocidiarie.
Risulta evidente come le criticità mondiali non possano essere risolte elencando obiettivi. La storia dimostra come gli equilibri mondiali siano instabili e, quindi, costantemente mutevoli. Povertà e denutrizione rappresentano condizioni che interessano ancora un’importante fetta della popolazione mondiale, in particolare in Africa. Il cieco capitalismo occidentale ha creato disuguaglianze economiche e sociali che oggi contribuiscono a generare situazioni estreme, come avviene in Burundi e, purtroppo, in numerose altre realtà. Continuando a reiterare gli stessi schemi d’azione o, peggio, lasciando che questi importanti obiettivi rimangano un illusorio vanto dei potenti, i risultati del 2030 saranno nuovamente deludenti.

Per perseguire un reale cambiamento occorrerebbe, forse, una maggiore presa di coscienza a livello generale. Non solo i Capi di Governo, ma gli stessi cittadini delle 193 Nazioni facenti parte dell’ONU dovrebbero iniziare a comprendere la gravità della situazione nel continente africano. L’Occidente ha a disposizione uno strumento, ben più potente degli armamenti, che si ostina ad immagazzinare: l’istruzione. Partendo dal basso, dalle giovani generazioni, sarebbe possibile creare un’opera di sensibilizzazione internazionale idonea a smuovere gli animi e creare una consapevolezza collettiva dei problemi che affliggono l’esistenza di altri esseri umani nati in un’altra parte del mondo, ma non per questo meno degni di aiuto. Attraverso la conoscenza e l’informazione diviene possibile acquisire una capacità critica che, a sua volta, porta ad una ridefinizione dei propri schemi mentali. Conoscere la varietà del mondo, la diversità delle culture che lo abitano e le enormi difformità negli stili di vita può far scaturire nella coscienza di ognuno un’energia che, se unita ad altre forze, può portare ad un reale cambiamento. Andare in quei luoghi; vivere in quelle condizioni, vedere ciò che le immagini hanno sempre mostrato, ma che gli occhi non hanno mai raccontato muta completamente l’idea del mondo a cui si è abituati. Ancora, dopo aver visto, si vuole andare, si sente la necessità di partire perché, anche se il cambiamento richiede grandi numeri, la coscienza appartiene ad ognuno. Nel momento in cui viene condivisa, si tramuta in uno strumento potentissimo, in grado di operare una reale modifica del mondo.

Aurora Tranti, collaboratrice di SocialNews e operatice di @uxilia

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