Quei migranti: esseri come noi

Le statistiche del Viminale parlano di 47.740 migranti sbarcati dal primo gennaio al 30 maggio, contro i 45.876 dello stesso periodo dell’anno scorso. Oltre 12mila migranti sbarcati sulle coste italiane soltanto nell’ultima settimana. Oltre 700 le vittime degli ultimi tre naufragi nel Canale di Sicilia. Uno, in particolare, assume un ulteriore sfumatura di drammaticità alla già immagine tragedia: sono infatti almeno 40 i bambini che hanno perso la vita nel naufragio di giovedì scorso nel Canale di Sicilia.

Sono numeri cui ormai siamo abituati, sono morti che non trovano spazio sui media, sono volti che non conosceremo mai, eppure hanno perso la vita all’ultima tappa di un viaggio durissimo intrapreso per l’impossibilità di continuare a vivere nel proprio paese e dalla speranza di trovare, altrove, uno territorio per vivere in pace. Sono i sopravvissuti a raccontare gli attimi dell’ultima tragedia: otto ore dopo la partenza dalla Libia, sono due i barconi collegati da una fune. La seconda barca inizia ad andare a picco, la prima cerca di trascinarla in avanti, ma ogni sforzo è vano. Lo scafista ordina di tranciare la corda, in pochi minuti la seconda nave cola a picco nel Mediterraneo: si salvano solo in 20 portati in salvo dalla Bourbon Argos, la nave di Medici senza frontiere. 

Tra i migranti portati in salvo, ci sono 15 donne incinte, una delle quali minorenne e vittima di violenza. Purtroppo non si tratta di un caso isolato: tra i pericoli della fuga dal proprio paese, per le donne, si annovera il concreto rischio di subire violenze sessuali e psicologiche nelle varie parti della tratta. C’è chi è costretta a concedere il proprio corpo in cambio di un passaggio, chi semplicemente si trova nel momento sbagliato, nel posto sbagliato. Si tratta di storie di tante che, troppo spesso, passano sotto silenzio: troppo grande il trauma per poterlo raccontare, troppo de-umanizzata la narrazione dell’immigrazione per poterci concentrare sulle singole storie.

L’Europa allora non può e non deve essere spettatore di questa continua tragedia. «Molto tempo fa, prima dell’emergenza, abbiamo deciso un approccio globale ­ ha spiegato il portavoce della Commissione europea Margaritis Schinas ­ e guardiamo con grande attenzione alla rotta del Mediterraneo centrale». Inoltre, ha sottolineato Schinas, la missione navale Triton di Frontex «ha triplicato i suoi sforzi e nel solo anno scorso ha salvato 59mila migranti». Finora, le istituzioni comunitarie si sono concentrate su forme di ricollocamento dei rifugiati arrivati sul territorio europeo ma la prossima settimana presenteranno un piano d’azione per meglio gestire le situazioni all’origine. Il fronte dell’accoglienza si sposta quindi in alto mare. Troppi sbarchi in poche ore, per questo si pensa concretamente a un presidio nel Mediterraneo: «Potrebbe essere la San Giusto, in grado di accogliere fino a duemila migranti, per procedere già a bordo alla prima identificazione e allo screening sanitario» spiega il Viminale. Li chiamano hotspot galleggianti: centri d’identificazione in mare, dove i profughi vengono fotosegnalati, poi portati a terra e da lì, per chi non ha diritto all’asilo, rimpatriati. Sull’accoglienza si gioca infatti la partita più difficile dell’emergenza migranti.

Il Premier Matteo Renzi esalta le capacità dell’Italia nell’emergenza: «I numeri sono sempre gli stessi, più o meno. È un meschino chi urla all’invasione. Noi siamo orgogliosi di quelle italiane e quegli italiani che ogni giorno salvano centinaia di vite umane». Ma quello che è paradossale ed inconcepibile del popolo italiano è come un aspetto importante come la reciprocità delle migrazioni venga spesso ignorato. Ci dimentichiamo che il più grande esodo della storia moderna per nazionalità è proprio quello degli italiani. A partire dal 1861 sono state registrate più di ventiquattro milioni di persone che hanno lasciato l’Italia per cercare rifugio all’estero. Anche oggi, sono molti i cittadini italiani che lasciano il Belpaese: è un fenomeno meno evidente grazie all’apertura dei confini dentro l’Unione Europea e ad un sistema di visti che ci apre le porte di quasi tutto il mondo. Gli italiani sono al primo posto tra le popolazioni migranti comunitarie (1.185.700 di cui 563.000 in Germania, 252.800 in Francia e 216.000 in Belgio) seguiti da portoghesi, spagnoli e greci. Nel 1986 gli italiani all’estero – secondo le stime del Ministero per gli Affari Esteri – erano 5.115.747, di cui il 43 per cento nelle Americhe e il 42,9 in Europa. L’entità delle collettività di origine italiana ammonta invece a decine di milioni, comprendendo i discendenti degli immigrati nei vari paesi. Al primo posto troviamo l’Argentina con 15 milioni di persone, gli Stati Uniti con 12 milioni, il Brasile con 8 milioni, il Canada con un milione e l’Australia con 540.000 persone. Riflettiamo sul concetto di accettazione e integrazione che oggi viene tanto contestato e rifiutato proprio dal popolo italiano. E ricordiamo i nostri nonni, padri, cugini che hanno trovato rifugio in ogni parte del mondo quando incontreremo qualche rifugiato o leggeremo le notizie di morti e stragi di popoli alla ricerca di un futuro degno di essere vissuto: non sono numeri né corpi, sono persone, esattamente come noi.

Massimiliano Fanni Canelles

Massimiliano Fanni Canelles

Viceprimario al reparto di Accettazione ed Emergenza dell'Ospedale ¨Franz Tappeiner¨di Merano nella Südtiroler Sanitätsbetrieb – Azienda sanitaria dell'Alto Adige – da giugno 2019. Attualmente in prima linea nella gestione clinica e nell'organizzazione per l'emergenza Coronavirus. In particolare responsabile del reparto di infettivi e semi – intensiva del Pronto Soccorso dell'ospedale di Merano. 

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