La guerra del petrolio

Claudio Torbinio
Il tempo delle energie rinnovabili è adesso

Barili di petrolio in un deposito a Santo Domingo, il 6 febbraio 2015. (Ricardo Rojas, Reuters/Contrasto) – Fonte : internazionale.it

Un anno e mezzo fa, nel giugno 2014, il prezzo di un barile di petrolio raggiunse il suo massimo, ovvero quei 115 dollari che spaventarono un po’ tutti e fecero volare alle stelle il prezzo di tutti i suoi derivati. Oggi siamo di fronte, invece, ad un minimo storico ben lontano: meno di 30 dollari al barile. Può sembrare una buona notizia, ma nasconde molte insidie.

Solo l’Arabia Saudita può sostenere i costi di estrazione con una quotazione sotto i 50 dollari a barile. Tutti gli altri, paesi occidentali compresi, sono costretti ad utilizzare tecnologie di estrazione molto complesse che comportano costi di gestione molto alti dei pozzi petroliferi della penisola arabica. Se il prezzo del barile si assestasse sui 30 dollari, le compagnie sarebbero costrette a prevedere, come effettivamente già sta succedendo, dei tagli al personale e agli investimenti con il risultato che l’intero sistema ne risulterebbe indebolito. Come osserva Jean-Michel Bezat su LeMonde, “il giusto prezzo del petrolio è quello che garantisce la redditività degli investimenti di produzione senza intaccare la domanda e garantisce l’equilibrio finanziario dei paesi produttori senza penalizzare l’economia dei paesi importatori”, si tratta di un prezzo attorno ai 70 dollari al barile, secondo quanto calcolato da analisti e studiosi.

La crisi del prezzo del petrolio, tuttavia, potrebbe presto rappresentare un’opportunità: se i governi delle grandi potenze fossero lungimiranti, sarebbe oggi il giorno in cui avviare investimenti in forme alternative di energia. Sì, facendo una somma complessiva di quanto ci costa l’utilizzo del petrolio non possiamo solo considerare il costo del barile e della raffinazione e distribuzione. Dobbiamo aggiungere a tutto questo anche gli enormi costi ambientali e sanitari che produrre energia da combustibili fossili comporta.

Non è questa la sede per esprimere e valutare i vantaggi globali dell’investimento e della promozione delle energie alternativa, è invece il caso di sottolineare come ormai sia evidente che non possiamo più sostenere e permettere il riprodursi dei costi umanitari e politici di un mondo che costruito sul monopolio energetico del Medio Oriente. La recente crisi umanitaria dei rifugiati in Europa, il numero crescente di vittime di attentati, i continui morti nelle guerre sono soltanto alcune delle possibili espressioni dell’insostenibilità del sistema. Non possiamo più dipendere da regimi autoritari che millantano stabilità temporanee in cambio di tensioni permanenti. Il costo in vite umane e in perdita della libertà e democrazia conquistata in millenni di sofferenze rende necessario investire su fonti energetiche pulite sia perché non inquinanti sia perché libere.

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